Israele, la difficile età dell’incertezza strategica

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Se politici e opinionisti internazionali invitano Gerusalemme a cogliere le opportunità dei ribaltoni politici per gettare le basi di un nuovo ordine democratico e prospero, lo Stato ebraico sembra invece pietrificato. E non a torto: specie perché i Fratelli Musulmani spuntano dietro l’angolo e non sembrano affatto passivi. Facciamo il punto

Diversi despoti assetati di potere, severi repressori della libertà di opinione, avidi nell’accaparrarsi le ricchezze nazionali e nel custodirle in forzieri esteri e nelle banche svizzere, si sentono adesso con le spalle al muro. Due sono stati già defenestrati, in Tunisia e in Egitto, sull’onda della rabbia popolare. Altri (in Libia, nello Yemen, in Siria, nel Bahrein, in Giordania), tremano nei loro bunker sotterranei o nei  lussuosi palazzi di marmo, sprezzanti della “canaglia” che dalle strade li copre di epiteti. Chi potrebbe, in buona fede, non sposare la causa degli insorti? Chi potrebbe restare indifferente di fronte ai dimostranti che cadono sotto il piombo del regime, mentre invocano libertà? Mentre il Medio Oriente precipita nell’era dell’incertezza strategica, molti scrutano le reazioni di Israele. I suoi dirigenti hanno sempre teorizzato che proprio le democrazie, meglio dei regimi dispotici, sono in sintonia con la pace. Eppure, adesso che le masse arabe si sono messe in moto per abbattere i despoti, proprio da Israele si sentono voci preoccupate. Anche perché, ha notato il ministro della difesa Ehud Barak, non è affatto detto che si disegni necessariamente una linea retta fra i regimi che barcollano e le democrazie che forse un giorno saranno edificate. “Nel lungo termine si tratta certamente di sviluppi positivi. Ma nel frattempo potrebbero verificarsi perniciosi alti e bassi’’, ha avvertito.

Dalle loro colonne, autorevoli giornali progressisti internazionali spronano comunque il governo Netanyahu a farsi coraggio, a prendere atto che stanno emergendo generazioni nuove aperte a Facebook, a cercare in questi sommovimenti regionali “le opportunità” per gettare le basi di un nuovo Medio Oriente di democrazia, prosperità, magnifiche sorti e progressive.

Israele, al contrario, offre abbondanti segni di rimpiangere la fuoriuscita di Hosni Mubarak (Presidente o Faraone che fosse), e perfino un nemico arcigno e ben noto come il siriano Bashar Assad potrebbe essere preferibile al vuoto di potere che si creerebbe se fosse abbattuto. Oltre ai principi politici ed etici generali, ci sono anche ragioni di carattere pratico immediato: quale sarebbe ad esempio la sorte dei suoi considerevoli arsenali di armi non convenzionali, il giorno che Bashar Assad fosse allontanato dal potere?

Prima ancora che si veda all’orizzonte la costruzione delle democrazie popolari, il primo fenomeno che balza agli occhi in questa stagione di rivolte è proprio la costituzione di ampie zone geografiche in cui si verificherebbe un vuoto di potere. Le conseguenze immediate sono allarmanti. In Egitto, dove pure l’esercito ha formato con efficienza una giunta incaricata di traghettare il Paese verso elezioni democratiche, il vuoto di potere si avverte già in due zone critiche. Sul confine con il Sudan – da dove transitano masse di profughi africani diretti in Egitto, e magari anche in Israele, nonché convogli di armi iraniane destinate a Gaza -, e nella penisola del Sinai, dove i beduini hanno accresciuto la loro cooperazione con il braccio armato di Hamas e con cellule di al-Qaida.

Nel caos arriva Al Qaida

“È chiaro che nel Sinai il controllo dell’esercito egiziano è meno capillare e il confine meno sigillato che in passato’’, ha osservato Barak. A fine marzo le autorità israeliane hanno avvertito che nel Sinai sono stati completati i preparativi per il rapimento di turisti israeliani: chi osasse entrarvi, non ha certezza di tornare. Nel nord del Sinai, all’inizio di febbraio, un commando ha danneggiato il gasdotto che inoltra gas naturale verso Israele. Non è noto se e quando le forniture (che rappresentano il 40 per cento del fabbisogno israeliano) riprenderanno. E mentre nel canale di Suez transitano per la prima volta navi iraniane -un segnale gravissimo, passato sotto silenzio-, altri vuoti di potere si sono creati in ampie zone della Libia e nello Yemen.

L’esperienza insegna che i primi a sfruttare queste situazioni di incertezza sono abitualmente al-Qaida e i trafficanti di armi, al soldo dell’Iran o degli Hezbollah. Molti hanno notato che in Tunisia, in Egitto, in Libia e in Siria i salti di qualità delle proteste popolari sono avvenuti il venerdì pomeriggio, all’uscita dalla preghiere nelle moschee. Certo ci sono ragioni di carattere pratico: nei Paesi dove gli assembramenti popolari sono vietati o dispersi sul nascere, proprio le moschee rappresentano dei luoghi di aggregazione sociale, di scambio di opinioni e informazioni, fino a essere, talvolta, dei santuari organizzativi.

Un’intesa con Abu Mazen?

Detto questo, non si può non avvertire che dietro le insurrezioni popolari c’è spesso la rete ben organizzata dei Fratelli Musulmani. Al Cairo, a Piazza Tahrir, davanti a centinaia di migliaia di persone, uno dei primi oratori è stato lo sceicco Qardawi, un maestro di dottrina sunnita, messosi in luce una decina di anni fa quando autorizzò gli attentati degli uomini-bomba palestinesi che andavano visti non come suicidi (l’Islam lo vieta), ma come coraggiosi combattenti della Jihad. E da Piazza Tahrir lo stesso Qardawi -che era stato esiliato da Mubarak 30 anni fa per il suo estremismo -, ha auspicato di immolarsi lui stesso per la “liberazione di Gerusalemme”.

Secondo l’ex ambasciatore di Israele in Egitto, Zvi Mazel, è possibile che i Fratelli Musulmani abbiano già raggiunto un accordo discreto con la giunta militare al potere in Egitto. Da parte sua il nuovo capo egiziano dell’intelligence, il generale Murad Muafi, si è recato a Damasco per incontrare Khaled Meshal, il capo politico di Hamas. In Giordania, il premier Maaruf al-Bahit ha affermato di disporre di prove concrete che dietro la manifestazioni anti-regime viste ad Amman c’era la sezione locale dei Fratelli Musulmani, sostenuta da cellule egiziane e siriane.

Resta la questione palestinese. A settembre le Nazioni Unite potrebbero riconoscere uno Stato palestinese entro le linee del 1967, in Cisgiordania, a Gerusalemme est e a Gaza: uno sviluppo che rischia di essere destabilizzante. Da più parti si preme dunque su Israele affinché si sforzi di raggiungere al più presto una intesa con il presidente Abu Mazen. Anch’egli è indebolito dalla scomparsa di Mubarak, che era un po’ il suo “fratello maggiore”. Abu Mazen vorrebbe recarsi a Gaza, in un gesto di conciliazione con Hamas: ma i dirigenti di Hamas preferiscono che egli faccia un po’ di anticamera.

L’ex ambasciatore di Israele all’Onu, Dore Gold, fa notare tuttavia che in questo Medio Oriente pieno di incertezza strategica, è la Cisgiordania, con le sue alture e con la depressione della vallata del Giordano, che torna ad assumere una funzione di cuscinetto di difesa tra Israele e gli attacchi a sorpresa che potrebbero venire da Est.

Gli strateghi israeliani si chiedono: chi espugnerà il potere in Iraq? Quanto potrà resistere re Abdallah di Giordania? Un ritiro dalla Cisgiordania significa spostare queste incertezze di 60 chilometri a ovest, fino alle porte di Natanya. Mentre Paesi amici dicono a Netanyahu di chiudere subito la partita con Abu Mazen, la sensazione in Israele è che, in tanta incertezza strategica, la decisione sarebbe un salto nel buio. Difficile immaginare che alcun dirigente -di destra, di centro o di sinistra moderata-, possa decidere di tuffarsi.

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