di Nina Deutsch
La protesta non si spegne nonostante migliaia di vittime e arresti di massa. L’assalto alla residenza dell’ambasciatore palestinese a Teheran mostra quanto la rabbia popolare sia ormai fuori controllo. Mentre Teheran e Washington continuano a scambiarsi minacce, gli esperti restano divisi: siamo davanti a un cambiamento storico oppure a un’altra tragedia destinata a spegnersi nel sangue? Le narrazioni cambiano continuamente e ognuno fa la sua propaganda.
Tensione sempre più alta in Iran. Le notizie si accavallano, si rincorrono, a volte si confermano, altre si smentiscono, in un turbinio di informazioni drammatiche e allarmanti. Come abbiamo già riportato nei giorni scorsi, avere un quadro preciso della situazione è quasi impossibile. Quello che invece appare evidente è la determinazione dei giovani. Giovani, ma non solo: tutti coloro che non accettano più il regime, civili che – nonostante la paura, le difficoltà quotidiane e il dramma dei manifestanti uccisi da fine dicembre – continuano a scendere in piazza. Nonostante il blackout della comunicazione, che li isola dal resto del mondo, non mollano.
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Negli ultimi giorni, la tensione ha raggiunto nuovi picchi: secondo quanto riportano i media, tra cui il Jerusalem Post, circa 200 manifestanti hanno preso d’assalto la residenza dell’ambasciatore dell’Autorità Nazionale Palestinese a Teheran, ferendo Salam al-Zawawi e il personale dell’ambasciata e causando ingenti danni. Un gesto simbolico, ma anche un segnale chiaro: la frustrazione e la rabbia della popolazione non conoscono più limiti.
La domanda che tutti si pongono oggi è una sola: riuscirà questa lunga e coraggiosa protesta a raggiungere il suo obiettivo, quello di abbattere il regime? Oppure subirà la stessa sorte di molte Primavere Arabe, dissolvendosi nel nulla? Quale sarà il futuro dell’Iran? È davvero sull’orlo del cambiamento? E se sì, che tipo di cambiamento possiamo aspettarci? La risposta, in questo momento, rimane incredibilmente difficile.
Eppure, sotto questa determinazione corre una realtà cupa e spietata. La Repubblica islamica ha risposto alle proteste con una durezza che ha pochi precedenti anche per gli standard di Teheran. Le piazze sono diventate teatri di scontri notturni, i vicoli riecheggiano di sirene e colpi sparati in aria, e le famiglie vivono nell’angoscia di non rivedere i propri figli. Le stime sulle vittime cambiano di ora in ora, ma tutte raccontano la stessa storia: migliaia di manifestanti uccisi, decine di migliaia arrestati, un numero imprecisato di feriti e desaparecidos.
Secondo dati recenti citati da Reuters, un funzionario iraniano ha ammesso che le vittime accertate dell’inizio delle proteste il 28 dicembre scorso hanno raggiunto almeno 5.000 tra manifestanti e forze di sicurezza. Un’altra organizzazione con sede negli Stati Uniti parla di almeno 3.766 morti verificati. Numeri che danno la misura di una repressione sistemica, non episodica.
Il regime ha scelto la linea dura, senza tentennamenti. Internet viene oscurato a intermittenza, i giornalisti stranieri sono praticamente assenti, e chiunque provi a documentare la repressione dall’interno rischia il carcere o peggio. È una strategia antica: isolare, intimidire, spezzare il morale collettivo. Eppure, nonostante tutto, la protesta continua a riemergere, come un incendio che non si lascia soffocare.
Proprio per questo, negli ultimi giorni, analisti e osservatori internazionali hanno iniziato a interrogarsi con maggiore urgenza: siamo di fronte a un’altra rivolta destinata a essere schiacciata, o a un possibile punto di svolta nella storia iraniana? La Brookings Institution, uno dei think tank più autorevoli di Washington, ha dedicato a questa domanda un’ampia riflessione, chiedendosi se l’Iran sia davvero “sull’orlo del cambiamento”.
Ma mentre le strade iraniane bruciano e la repressione continua a mietere vittime, un altro elemento spinge il mondo a interrogarsi sulla portata della crisi: la posizione degli Stati Uniti e il possibile coinvolgimento esterno. Negli ultimi due giorni, infatti, Teheran e Washington si sono scambiati segnali sempre più duri, in un duello politico che rischia di trascendere la sola dimensione interna.
Secondo informazioni confermate da fonti internazionali, il governo iraniano ha minacciato che un attacco diretto contro la guida suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, sarebbe considerato una vera e propria dichiarazione di guerra contro l’Iran. Allo stesso tempo, Khamenei ha accusato apertamente il Presidente USA Donald Trump di essere “responsabile” delle morti in Iran, dipingendo le proteste come un complotto straniero. Il presidente Masoud Pezeshkian ha lanciato l’avvertimento in risposta alle continue pressioni americane, accusando gli Stati Uniti di aver istigato le proteste e le violenze.
Trump, da parte sua, ha più volte sottolineato il diritto del popolo iraniano alla libertà, lasciando intendere che gli Stati Uniti potrebbero sostenere un cambiamento interno, pur evitando – almeno per il momento – un intervento militare diretto. Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, un possibile piano di attacchi sarebbe stato accantonato anche a causa delle riserve degli alleati regionali. L’ultima decisione del presidente USA di non ordinare un attacco contro l’Iran questa settimana è stata influenzata anche da un avvertimento del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che avrebbe detto a Trump che Israele non era pronto a difendersi da eventuali rappresaglie iraniane, contribuendo così al rinvio dell’azione militare.
Una decisione che ha profondamente deluso i manifestanti iraniani, i quali si sentono abbandonato a se stessi e temono che il progressivo abbassamento dei riflettori mediatici e internazionali possa peggiorare ulteriormente la loro già fragile situazione, lasciandoli esposti alla repressione e all’intimidazione. In risposta, chiedono con urgenza un sostegno concreto e visibile dalla comunità internazionale, auspicando pressione diplomatica e solidarietà globale per proteggere i loro diritti e la loro sicurezza.
In questo clima di alta tensione, le piazze iraniane pagano il prezzo più alto, mentre il Paese resta sospeso tra repressione interna e pressioni esterne.
E mentre la crisi si consuma, fuori dai confini iraniani si moltiplicano le letture su ciò che sta accadendo. Gli analisti della Brookings Institution offrono prospettive diverse, ma convergono su un punto: l’Iran di oggi è più fragile e imprevedibile che in passato.
Per Aslı Aydıntaşbaş, ciò che colpisce non è solo la brutalità della repressione, ma il silenzio quasi totale dei governi regionali a maggioranza musulmana. Nessuna vera condanna, nessun sostegno esplicito ai manifestanti, perché quasi tutti temono che legittimare le piazze di Teheran significhi aprire una breccia anche nelle proprie società. Le potenze regionali sembrano quindi concentrate sul mantenimento dello status quo, trasmettendo messaggi all’amministrazione Trump nella speranza di scoraggiare un altro costoso intervento statunitense o un’operazione di cambio di regime.
Jeffrey Feltman guarda agli effetti a catena di un possibile indebolimento di Teheran: meno risorse per Hezbollah, meno presa sull’“asse della resistenza”, più spazio per il Libano di immaginare un futuro meno ostaggio delle milizie. Ma anche qui non c’è certezza: un regime messo all’angolo potrebbe reagire con ancora maggiore durezza, stringendo la morsa interna pur perdendo influenza all’esterno.
E poi c’è l’avvertimento di Sharan Grewal, che ricorda come i massacri possano essere sia il preludio alla fine di un movimento, sia il momento in cui una protesta si trasforma in qualcosa di irreversibile. Tutto dipenderà dalla tenuta morale dei manifestanti e dalla possibile erosione della lealtà dentro l’apparato di sicurezza. Le rivoluzioni, dice, sembrano impossibili finché non diventano inevitabili.
Intanto, studiosi come Steven Heydemann e Mara Karlin sottolineano che l’Iran di oggi è più vulnerabile che mai: crisi economica, isolamento internazionale, alleati regionali indeboliti e una società civile che non si lascia più intimidire come in passato. Ma vulnerabilità non significa automaticamente crollo.
Sullo sfondo resta l’ombra degli Stati Uniti, con un Donald Trump oscillante tra minacce e cautela, e un Medio Oriente che teme più il caos che il cambiamento. Come ricorda Michael O’Hanlon, la storia è piena di interventi esterni che hanno promesso libertà e prodotto disastri. E, come nota Shibley Telhami, molti stati del Golfo guardano con diffidenza a qualsiasi guerra contro l’Iran, temendo conseguenze imprevedibili e un rafforzamento strategico di Israele a loro scapito.
Così l’Iran rimane sospeso tra due futuri possibili: uno in cui la protesta, pur sanguinosa, scava crepe irreparabili nel regime; e un altro in cui la repressione riesce ancora una volta a prevalere, lasciando dietro di sé solo lutti e silenzi.
Quello che è certo è che, per la prima volta da anni, nulla sembra più immutabile. E mentre le notti di Teheran continuano a essere illuminate dai fuochi delle manifestazioni, il destino della Repubblica islamica – e forse di un’intera regione – resta appeso a un filo.
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- https://www.brookings.edu/articles/is-iran-on-the-brink-of-change/
- https://www.reuters.com/business/media-telecom/iran-consider-lifting-internet-ban-state-tv-hacked-2026-01-19/
- https://www.theguardian.com/world/2026/jan/18/iran-warns-world-that-any-attack-on-ayatollah-ali-khamenei-would-be-declaration-of-war
- https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/01/17/khamenei-attacca-trump-e-colpevole-per-i-morti-in-iran_0ba092d0-ad11-48a2-8292-4663800d36cf.html
- https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2026/01/17/il-procuratore-di-teheran-nessuno-stop-alle-esecuzioni-da-trump-solo-sciocchezze_b8c30072-f856-4d86-8fff-533dad3f2791.html).
- https://www.dailysabah.com/world/mid-east/trump-shelved-iran-attack-after-ally-warnings-diplomatic-breakthrough-report
- https://www.axios.com/2026/01/18/iran-strikes-trump-delay-military-options?utm_source=chatgpt.com



