di Pietro Baragiola
L’associazione di avvocati britannici UK Lawyers for Israel (UKLFI) aveva duramente contestato la politica adottata dalla giuria, definendola “discriminatoria e potenzialmente nociva”, convincendo così i suoi membri a ritrattare la decisione. La giuria partire dal 15 gennaio riaccetterà le candidature provenienti da Israele.
Dopo più di due mesi di proteste e pressioni legali, la giuria dei Guinness World Records ha annunciato che l’organizzazione riprenderà ad accettare le candidature provenienti da Israele, mettendo fine alla sospensione introdotta a causa del conflitto a Gaza.
La conferma è arrivata via email alla UK Lawyers for Israel (UKLFI), un’associazione di avvocati britannici che aveva duramente contestato la politica adottata dalla giuria, definendola “discriminatoria e potenzialmente nociva”, convincendo così i suoi membri a ritrattare la decisione.
La sospensione e il caso dei donatori di reni
La decisione di sospendere temporaneamente le candidature provenienti da Israele ha iniziato a scatenare l’opinione pubblica all’inizio di dicembre, quando, nonostante il cessate il fuoco, la giuria del contest si è rifiutata di valutare una richiesta presentata dalla ONG israeliana Matnat Chaim.
Questa associazione puntava a stabilire un nuovo record mondiale organizzando a Gerusalemme il più grande raduno di donatori di reni (oltre 2.000 partecipanti), un’iniziativa dal forte valore simbolico.
“Non è solo un record ma un atto di solidarietà e umanità che dev’essere premiato” ha affermato il Ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, scioccato per l’esclusione dalla competizione.
Fortemente criticata, la giuria ha respinto tutte le accuse di discriminazione spiegando di “aver scelto di non processare nessuna candidatura proveniente sia da Israele che dai Territori palestinesi, fatta eccezione per quelle realizzate in cooperazione con agenzie umanitarie delle Nazioni Unite. La misura si basa esclusivamente su criteri geografici e di sicurezza e non su nazionalità o appartenenza etnica.”
Questa affermazione non ha però convinto l’UKLFI che, a fine dicembre, ha deciso di inviare una lettera alla giuria, avvertendola dei possibili rischi legali della loro decisione: “l’esclusione di intere aree geografiche costituisce, infatti, una forma di discriminazione indiretta e una pratica commerciale scorretta, soprattutto alla luce dell’inclusione globale del marchio Guinness World Records.”
Il bando revocato
La risposta della giuria non è tardata ad arrivare spiegando che, dopo aver monitorato attentamente la situazione nella regione, è giunta ad un verdetto finale: “a partire dal 15 gennaio riaccetteremo le candidature provenienti da Israele. Il recente cessate il fuoco e il ritorno ad un contesto più stabile sono fattori chiave che non possiamo lasciare trascurati.”
Nella sua lettera la giuria ha precisato, tuttavia, che questa decisione “non costituisce un’ammissione di illegittimità della precedente sospensione, né un riconoscimento di un uso improprio di marchi commerciali”.
L’organizzazione si è anche soffermata sul fatto che, durante il bando, alcuni record stabiliti in Israele sono stati riconosciuti ugualmente. Tra questi: “il robot più veloce del mondo a risolvere un cubo di Rubik”, “il maggior numero di burpees con capriola all’indietro in 30 secondi” e “la donna più anziana ad eseguire una verticale”.
“Questo cambio di rotta ci dà grande soddisfazione” ha spiegato Jonathan Turner, direttore esecutivo della UKLFI, spiegando che anche le candidature che negli ultimi mesi non erano state accettate potranno essere ripresentate.
Nonostante tutto sia tornato alla normalità, la vicenda ha riacceso il dibattito sul ruolo delle organizzazioni globali in contesti di conflitto e sul fragile equilibrio tra neutralità, sicurezza e inclusività.



