«Hamas aveva pianificato di tenere in ostaggio gli israeliani per 10 anni»

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di Nina Deutsch
In un’intervista al Jerusalem Post, il coordinatore israeliano per i rapiti e i dispersi ricostruisce la strategia di lungo periodo di Hamas, la gestione della crisi degli ostaggi, le operazioni di salvataggio e il ruolo delle mediazioni internazionali. Nell’intervista emergono inoltre il coinvolgimento di Stati Uniti, Qatar ed Egitto, la conclusione del caso Ran Gvili e l’impatto umano, morale e politico di una delle crisi più complesse nella storia recente di Israele. Le sue dichiarazioni hanno però suscitato critiche e difese.

Si tratta di un’intervista lunga e dettagliata, rilasciata da una figura chiave della gestione della crisi. A parlare con il Jerusalem  Post è Gal Hirsch, ex generale di brigata, nominato l’8 ottobre 2023 dal primo ministro Benjamin Netanyahu coordinatore nazionale per i rapiti e i dispersi. Le sue dichiarazioni contribuiscono a chiarire dinamiche operative e strategiche che hanno accompagnato la gestione degli ostaggi israeliani dopo gli attacchi del 7 ottobre.

Un piano di lungo periodo

Uno degli elementi centrali emersi dall’intervista riguarda la strategia di Hamas. Secondo Hirsch, l’organizzazione aveva pianificato di trattenere gli ostaggi israeliani per un periodo di almeno dieci anni. Non si trattava quindi di una leva negoziale di breve termine, ma di una strategia di lungo periodo finalizzata a esercitare una pressione costante su Israele utilizzando persone vive e i corpi dei deceduti come strumenti di negoziazione.

«Hamas aveva 255 ostaggi e un piano per usarli per dieci anni», afferma Hirsch, descrivendo una strategia che combinava dimensioni militari, politiche e psicologiche. In questo quadro, la questione degli ostaggi diventava parte integrante di un conflitto destinato a protrarsi nel tempo.

Chi è Gal Hirsch

Gal Hirsch (Foto: ufficio Primo Ministro)

Gal Hirsch proviene da una lunga carriera militare ed è stato chiamato a ricoprire l’incarico di coordinatore nazionale in una fase di emergenza, mentre stava affrontando anche una grave malattia. Al momento della nomina, la struttura dedicata alla gestione dei rapiti e dei dispersi era sostanzialmente inesistente.

«Io ero l’indirizzo», racconta. «Avevo solo il mio telefono». Nei primi giorni successivi al 7 ottobre, le informazioni erano frammentarie e incomplete: non esisteva un elenco definitivo di ostaggi, dispersi e vittime non ancora identificate. Hirsch sottolinea come fosse essenziale evitare classificazioni errate che potessero generare ulteriore confusione o false aspettative.

Da un piccolo ufficio all’interno del complesso del primo ministro, Hirsch ha contribuito alla creazione di un sistema di coordinamento che ha coinvolto intelligence, forze armate, servizi di sicurezza, polizia, amministrazione penitenziaria e partner internazionali. Nel tempo, la struttura è arrivata a coinvolgere circa 2.000 persone.

Operazioni militari e negoziazioni

Hirsch descrive la gestione della crisi come un processo privo di precedenti operativi codificati. «Non c’era un manuale. Bisognava inventare», afferma. Israele ha pianificato numerose operazioni di salvataggio, molte delle quali non sono state portate a termine a causa dell’elevato rischio per gli ostaggi.

Alcune missioni sono state annullate perché non si è raggiunto un livello di fiducia sufficiente sulla loro riuscita; in almeno un caso, un’operazione si è conclusa con la morte di un ostaggio. In altri casi, il rischio che un’azione militare potesse causare la morte di altri ostaggi ha portato a privilegiare la via negoziale.

Secondo Hirsch, solo otto ostaggi sono stati liberati attraverso operazioni militari. Tutti gli altri sono rientrati, vivi o deceduti, tramite accordi, pressioni diplomatiche e attività di intelligence.

La strategia di Hamas: tempo, comunicazione e pressione interna

Nell’intervista, Hirsch sostiene che Hamas abbia utilizzato le negoziazioni per guadagnare tempo, modificare le richieste e aumentare la pressione su Israele. Un aspetto rilevante, secondo il coordinatore, è stato l’uso della comunicazione per alimentare tensioni interne alla società israeliana.

Hamas, afferma, ha operato su più livelli: gestione degli ostaggi, preparazione di ulteriori attacchi, tentativi di destabilizzazione in Cisgiordania, incoraggiamento di azioni terroristiche all’estero e costruzione di una narrativa internazionale critica nei confronti di Israele.

Ma non tutti elogiano il generale: critiche e difese dopo le sue dichiarazioni

Nel dibattito pubblico israeliano, alcune affermazioni di Gal Hirsch hanno suscitato reazioni contrastanti. Il Times of Israel ha riportato che un gruppo di ex ostaggi ha chiesto le sue dimissioni dopo dichiarazioni in cui il coordinatore nazionale per i rapiti e i dispersi ha affermato che, in alcuni casi, le proteste interne in Israele avrebbero potuto favorire la strategia di Hamas sul piano negoziale e comunicativo. Secondo il quotidiano, gli ex ostaggi hanno respinto questa interpretazione, sostenendo che le manifestazioni avevano l’obiettivo di mantenere alta l’attenzione sulla sorte dei rapiti e di sollecitare un’azione più incisiva da parte del governo. In una lettera resa pubblica, alcuni firmatari hanno inoltre accusato Hirsch di agire in linea con l’esecutivo e di utilizzare il proprio ruolo istituzionale a fini politici, ossia di usare il suo ruolo per cercare un posto nella lista del partito Likud prima delle elezioni. Accuse che non risultano supportate da riscontri ufficiali.

A queste critiche si sono affiancate prese di posizione di segno opposto. In un editoriale pubblicato dall’agenzia di stampa JNS (Jewish News Syndicate), Hirsch viene invece difeso e descritto come una figura che avrebbe svolto il proprio incarico in condizioni particolarmente difficili. L’articolo sottolinea come il coordinatore sia stato oggetto di contestazioni personali e di pressioni durante il suo mandato, sostenendo che il lavoro svolto nella gestione della crisi degli ostaggi meriterebbe riconoscimento. La contrapposizione tra queste valutazioni riflette la profonda divisione che il tema degli ostaggi continua a generare all’interno della società israeliana evidenziando la pluralità di posizioni presenti.

Il ruolo di Stati Uniti, Qatar ed Egitto

Hirsch attribuisce un ruolo centrale agli Stati Uniti, definiti decisivi nel sostegno diplomatico e nella pressione esercitata nel corso delle negoziazioni. Diversa la valutazione su Qatar ed Egitto, descritti come attori con interessi diretti nella regione di Gaza e quindi non pienamente neutrali.

Secondo Hirsch, in alcuni momenti la pressione esercitata dal Qatar su Hamas si è rivelata efficace, mentre in altri casi è risultata limitata. Hamas sarebbe riuscita più volte a sfruttare i vincoli e i tempi della mediazione internazionale.

Il caso Ran Gvili

L’intervista è stata pubblicata pochi giorni dopo il recupero del corpo di Ran Gvili, agente di polizia rapito il 7 ottobre. Hirsch racconta il momento della comunicazione al primo ministro come uno degli episodi più significativi della sua esperienza. Il ritrovamento ha rappresentato la chiusura simbolica del dossier degli ostaggi di quella giornata. Con il recupero di Gvili, l’orologio di Hostage Square, che segnava i giorni di attesa, è stato spento dopo 843 giorni.

Nelle conclusioni dell’intervista, Hirsch esprime una valutazione complessa della propria esperienza. Da un lato, il ritorno degli ostaggi; dall’altro, il peso delle perdite e delle vite spezzate. Sottolinea la necessità per Israele di dotarsi di una struttura permanente per la gestione dei rapiti e dei dispersi, sia in tempo di guerra sia in tempo di pace. Secondo lui, la crisi degli ostaggi rappresenta una lezione strategica e organizzativa che richiede preparazione, coordinamento e coesione interna, elementi ritenuti essenziali per affrontare eventuali crisi future.