di Anna Balestrieri
Dal 37º al 39º giorno della guerra tra Israele, Iran e Stati Uniti, tra Pesach e festività pasquali ebraiche, il conflitto ha conosciuto una nuova e rapidissima escalation militare e politica. In meno di settantadue ore si sono susseguiti bombardamenti su Iran, Libano e Gaza, lanci di missili e droni iraniani verso Israele e diversi Paesi del Golfo, nuove minacce statunitensi contro le infrastrutture civili ed energetiche iraniane, tentativi di mediazione poi respinti da Teheran, e una crescente estensione geografica della crisi fino a Turchia, Siria, Kuwait, Qatar, Emirati, Arabia Saudita e Bahrain.
Domenica 5 aprile 2026, 37º giorno di guerra: Haifa colpita, il Libano sotto attacco, l’Iran sotto pressione, gli Stati Uniti alzano il tono
La giornata si apre con una nuova intensificazione degli attacchi sul fronte iraniano. Secondo gli aggiornamenti riportati, nelle 24 ore precedenti l’IDF aveva colpito oltre 120 obiettivi in Iran, in particolare nel centro e nell’ovest del Paese, prendendo di mira batterie di missili balistici e siti di produzione di droni. Sempre nelle stesse ore, fonti iraniane e organizzazioni per i diritti umani riferiscono che i raid statunitensi e israeliani avevano già causato almeno nove morti civili in Iran nella giornata precedente, con 272 attacchi in 14 province e 184 feriti, soprattutto a Teheran, Khuzestan e Isfahan.
Sul piano militare, un altro episodio domina l’attenzione internazionale: gli Stati Uniti riescono a recuperare il secondo membro dell’equipaggio dell’F-15 abbattuto in Iran. Washington parla di una delle più audaci operazioni di ricerca e salvataggio della sua storia recente. Israele, secondo un funzionario della sicurezza, avrebbe fornito intelligence per la missione e sospeso temporaneamente alcuni raid per non compromettere il recupero del militare americano rimasto dietro le linee nemiche. Parallelamente, l’agenzia iraniana Tasnim sostiene che la zona in cui si trovava il militare disperso sia stata comunque colpita da raid israelo-americani, con almeno tre vittime.
Nel frattempo, l’Iran continua la repressione interna. La magistratura della Repubblica islamica annuncia l’esecuzione di due uomini, Mohammadamin Biglari e Shahin Vahedparast, accusati di aver tentato di assaltare una struttura militare durante le proteste di gennaio. Amnesty International denuncia processi gravemente iniqui e confessioni estorte con la tortura. Nelle ore successive emerge anche che almeno un altro imputato dello stesso caso, Ali Fahim, verrà poi giustiziato il giorno seguente.
Sempre domenica, il fronte marittimo e regionale si amplia ulteriormente. Oman e Iran tengono colloqui a livello di vice-ministri degli Esteri per discutere possibili meccanismi di transito nello Stretto di Hormuz, snodo da cui passa una quota decisiva del petrolio mondiale. L’Egitto annuncia contatti diplomatici con l’inviato statunitense Steve Witkoff e con interlocutori regionali, nell’ambito di proposte di de-escalation. La Russia chiede agli Stati Uniti di abbandonare “il linguaggio degli ultimatum” e di tornare al negoziato.
Ma è soprattutto Donald Trump a dominare la scena politica. In una serie di dichiarazioni pubbliche e interviste, il presidente statunitense proroga il suo ultimatum a Teheran per la riapertura dello Stretto di Hormuz fino a martedì alle 20:00 ora della East Coast, minacciando che, se l’Iran non cederà, “perderà tutte le centrali elettriche e ogni altro impianto del Paese”, oltre ai ponti. In un post dai toni particolarmente violenti, Trump scrive che martedì sarà il “giorno delle centrali elettriche e dei ponti” e ordina all’Iran di “aprire il fottuto Stretto”. In un’intervista televisiva lascia intendere che un accordo potrebbe forse arrivare “entro lunedì”, ma nello stesso tempo minaccia di “far saltare tutto” e “prendere il petrolio” se l’intesa non si materializzerà.
Israele, secondo una fonte politica citata negli aggiornamenti, ritiene però che i colloqui fra Stati Uniti e Iran siano destinati al fallimento. Gerusalemme starebbe già preparando una lista di obiettivi infrastrutturali ed energetici da colpire in modo esteso nel caso in cui Trump dia il via libera a una campagna più dura contro infrastrutture civili iraniane. Il governo Netanyahu, da parte sua, segnala la disponibilità a intensificare gli attacchi, soprattutto dopo che il premier si assume la responsabilità del raid contro impianti petrolchimici.
Sul terreno, la giornata del 5 aprile è segnata soprattutto dal drammatico impatto di un missile iraniano su Haifa, nel nord di Israele. Le sirene suonano sia a nord sia nel sud del Paese, compresa Be’er Sheva. A Haifa vengono segnalati inizialmente due punti d’impatto. Un edificio residenziale viene colpito direttamente: un uomo di 82 anni resta gravemente ferito; tra i feriti lievi ci sono anche un neonato e altri civili. Scoppia un incendio, i piani superiori collassano, e i soccorritori iniziano una complessa operazione di scavo per raggiungere quattro persone intrappolate. Il comando di soccorso impiega perforazioni nel cemento, tecniche di “tunneling”, travi di rinforzo e macchinari pesanti. Le autorità ritengono persino che la testata del missile non sia esplosa regolarmente. Più tardi si saprà che due corpi sono già stati recuperati, mentre altri due risultano ancora dispersi.
Sempre nella stessa giornata, l’Iran lancia anche un missile verso il sud di Israele, che viene intercettato, e le sirene tornano a suonare in diverse aree del nord per possibili droni e razzi provenienti dal Libano. Un razzo di Hezbollah cade vicino a Deir al-Assad, ferendo lievemente sei persone. Altri allarmi vengono registrati lungo il confine.
Il fronte libanese si riaccende con violenza. L’esercito israeliano emette un ordine di evacuazione per un edificio nel quartiere di Ghobeiry, nella periferia sud di Beirut, sostenendo che vi sia una struttura di Hezbollah, e poco dopo avvia una nuova ondata di raid nella capitale libanese. Secondo il ministero della Salute libanese, gli attacchi israeliani di Pasqua provocano almeno 11 morti: sette nel villaggio di Kfarhata, tra cui un bambino di quattro anni, e quattro nel quartiere Jnah di Beirut, con 39 feriti. La stampa locale riferisce di otto raid nei sobborghi meridionali della capitale. Sempre domenica, l’esercito libanese annuncia che un suo soldato è stato ucciso in un attacco israeliano nel sud del Paese.
In Israele, la crisi libanese provoca una radicalizzazione del dibattito politico. Sedici deputati della coalizione chiedono la “piena occupazione” del sud del Libano fino al fiume Litani, con evacuazione della popolazione dell’area e creazione di una zona di sicurezza. Il capo di stato maggiore israeliano Eyal Zamir, incontrando i sindaci del nord, afferma che la popolazione evacuata dal Libano “non tornerà” finché non sarà garantita una zona smilitarizzata a sud del Litani e finché la minaccia diretta contro i residenti del nord non sarà eliminata.
Sul fronte di Gaza, un raid israeliano uccide quattro palestinesi a Gaza City, in un contesto che continua a erodere la già fragile tregua. Hamas e Israele si accusano reciprocamente di violazioni.
Nel resto della regione, l’espansione del conflitto è evidente. L’UAE riferisce che l’Iran ha lanciato nove missili balistici, un missile da crociera e 50 droni contro il Paese in un solo giorno, senza vittime. Il ministero emiratino afferma che dall’inizio della guerra l’Iran ha sparato 507 missili balistici, 24 missili da crociera e 2.191 droni contro gli Emirati. A Khor Fakkan, nel porto dell’emirato di Sharjah, viene segnalato un incidente con “schizzi multipli da proiettili sconosciuti” vicino a una nave portacontainer. In Kuwait, droni iraniani causano “danni significativi” a impianti governativi, energetici e di desalinizzazione, senza vittime. In Bahrain, le autorità dichiarano di aver spento un incendio causato da un attacco iraniano. Anche il Qatar e l’Arabia Saudita sono costretti a intercettare droni e missili. La crisi non è più solo israelo-iraniana: sta investendo l’intero Golfo.
La domenica si chiude anche con episodi interni israeliani e politici: a Tel Aviv la polizia disperde una protesta contro la guerra, arrestando 17 manifestanti dopo che la Corte suprema aveva imposto allo Stato di consentire dimostrazioni fino a 600 persone; Netanyahu attacca la decisione, sostenendo che durante la guerra solo il Comando del Fronte Interno può fissare regole di sicurezza. A Gerusalemme, un’agente filmata mentre spingeva a terra una manifestante anziana in una protesta precedente viene interrogata e poi rilasciata senza restrizioni. A Bnei Brak, migliaia di ultraortodossi partecipano a un evento del rabbino Dov Lando, nonostante i limiti alle riunioni. Il ministro della Diaspora Amichai Chikli, infine, definisce il Belgio “Repubblica islamica del Belgio” per l’onorificenza concessa a Francesca Albanese da alcune università belghe.
Lunedì 6 aprile 2026, 38º giorno di guerra: si contano i morti di Haifa, saltano i negoziati, aumentano gli attacchi sull’intera regione
La giornata del 6 aprile si apre con il bilancio definitivo della tragedia di Haifa. Dopo circa 18 ore di operazioni, i soccorritori recuperano tutti e quattro i corpi rimasti intrappolati nell’edificio colpito il giorno prima. Le vittime vengono identificate come Lena Ostrovsky, 68 anni; suo marito Vladimir Gershovich, 73; il loro figlio Dima, 42; e la moglie di lui, la filippina Lucille Jean, circa 25 anni. Le autorità spiegano che si trovavano al piano inferiore mentre i tre livelli superiori sono crollati sopra di loro; avevano tentato di rifugiarsi nella tromba delle scale, senza riuscire a raggiungere in tempo il rifugio vero e proprio.
Nelle stesse ore, anche il bilancio dei feriti e dei danni causati dai bombardamenti iraniani in Israele continua ad aggravarsi. In una nuova ondata di lanci, l’Iran impiega munizioni a grappolo contro il centro di Israele. Si registrano almeno 28 siti d’impatto tra Ramat Gan, Bnei Brak, Givatayim, Petah Tikva, Tel Aviv e altre aree. Un uomo di 44 anni resta moderatamente ferito a Ramat Gan; a Petah Tikva una donna di 32 anni viene ferita in modo moderato-grave al torace mentre era in auto; a Tel Aviv ci sono altri feriti da schegge. Le esplosioni provocano crateri, allagamenti stradali, incendi, danni a un autobus, a una scuola, a veicoli e a un edificio commerciale a Kiryat Ono. In serata si segnala anche la caduta di schegge su una fabbrica di Haifa, con soli danni materiali.
Parallelamente, le ricadute del missile su Haifa continuano: emergono altri feriti lievi per inalazione di fumo, tra cui due bambine di cinque anni e due adulti.
Sul versante diplomatico, l’asse dei mediatori tenta un’ultima mossa. Pakistan, Stati Uniti e attori regionali fanno circolare una proposta articolata in due fasi: cessate il fuoco immediato, riapertura di Hormuz, e poi negoziato complessivo da chiudere in 15-20 giorni, in quello che viene definito “Islamabad Accord”. Anche Axios e NBC parlano di un possibile cessate il fuoco di 45 giorni. Ma Teheran respinge formalmente l’idea di una tregua temporanea. L’Iran dichiara che accetterà solo la fine della guerra, garanzie sulla navigazione nello Stretto, ricostruzione del Paese e revoca delle sanzioni. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei aggiunge che negoziare sotto ultimatum e minacce di crimini di guerra è inaccettabile.
Trump reagisce con ulteriore durezza. Durante eventi alla Casa Bianca e davanti ai giornalisti, ribadisce che la scadenza di martedì è definitiva e che “l’intero Paese può essere cancellato in una notte”. Alla domanda sul perché colpire infrastrutture civili non costituirebbe un crimine di guerra, risponde: “Perché sono animali”. Aggiunge che gli oppositori interni del regime iraniano “vogliono che continuiamo a bombardare” e sostiene che gli Stati Uniti abbiano già inviato armi a manifestanti anti-regime. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth gli fa eco annunciando che il 6 aprile sarà il giorno di “maggiore volume di raid dall’inizio dell’operazione” e che il giorno seguente ce ne saranno ancora di più.
Sul terreno iraniano, Israele intensifica in parallelo gli attacchi mirati. L’IDF annuncia di aver colpito durante la notte decine di velivoli militari ed elicotteri in tre aeroporti di Teheran, compreso Mehrabad, ritenuto un hub della Forza Quds per armare e finanziare i proxy regionali. Viene ucciso Majid Khademi, capo dell’intelligence dei Guardiani della Rivoluzione, descritto da Israele come responsabile di attività terroristiche contro Israele, obiettivi ebraici all’estero e cittadini americani. Nello stesso ciclo di operazioni, Israele annuncia anche di aver ucciso Asghar Bagheri, comandante dell’unità operazioni speciali della Forza Quds.
I raid colpiscono anche l’economia iraniana. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz annuncia attacchi agli impianti petrolchimici di South Pars e ad altri siti industriali, sostenendo che le strutture di Asaluyeh e Mahshahr – già colpita nei giorni precedenti con almeno cinque morti e 170 feriti – siano state messe fuori uso e che rappresentassero fino all’85% dell’export petrolchimico iraniano. Nelle ore successive verrà segnalato anche un attacco a un complesso petrolchimico di Marvdasht.
Le autorità iraniane e i media statali denunciano altri gravi danni: la Sharif University of Technology di Teheran, uno dei maggiori poli scientifici del Paese, sarebbe stata colpita con distruzione di un data center e di infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Il ministero della Salute iraniano riferisce che in un bombardamento notturno su Teheran sono stati uccisi sette bambini sotto i dieci anni, fra cui un neonato di meno di un anno. L’agenzia Fars segnala inoltre la morte di quattro ufficiali dell’esercito iraniano a Isfahan durante un’operazione contro aerei statunitensi.
Sul tema nucleare, la crisi si fa ancora più sensibile. Il direttore dell’Organizzazione iraniana per l’energia atomica, Mohammad Eslami, accusa l’AIEA di inerzia e afferma che la centrale di Bushehr è stata presa di mira quattro volte, avvertendo del rischio di rilascio di materiale radioattivo e di conseguenze irreparabili per la popolazione e i Paesi vicini. L’AIEA conferma effettivamente impatti militari nelle immediate vicinanze del sito, fino a 75 metri dal perimetro, pur precisando che la centrale stessa non è stata danneggiata.
In Libano, Israele continua ad allargare le operazioni. Vengono emessi ordini di evacuazione urgenti per diversi quartieri della periferia sud di Beirut – Haret Hreik, Ghobeiry, Laylaki, Hadath, Burj al-Barajneh, Tahwitat al-Ghdeir e Chiyah – e l’IDF avvia nuovi raid contro “infrastrutture militari” di Hezbollah. Vengono inoltre colpite postazioni, lanciatori e depositi d’armi in altri punti del Paese. In un altro episodio, quattro persone risultano uccise in un attacco a un veicolo a Kfar Reman, nella regione di Nabatieh, mentre ulteriori distruzioni vengono segnalate ad Ad-Doueir. Il ministero della Salute libanese riferisce inoltre che due paramedici sono stati uccisi in un attacco nel villaggio di Haris, con un altro ferito grave. L’IDF afferma anche di aver ucciso i tre miliziani responsabili dell’uccisione di quattro soldati israeliani la settimana precedente nel sud del Libano. Inoltre, viene annunciato il ritrovamento di un deposito sotterraneo di armi e attrezzature militari, comprensivo di razzi RPG, fucili, ordigni esplosivi e persino una bandiera dell’UNHCR.
Sul fronte di Gaza, la tregua vacilla sempre più. Un raid israeliano vicino a una scuola che ospitava sfollati nel campo di Maghazi uccide almeno 10 persone e ne ferisce diverse altre. Le fonti sul terreno parlano di scontri precedenti con una milizia sostenuta da Israele. Un altro palestinese viene ucciso su una motocicletta a Gaza City e un altro ancora in un veicolo nel centro della Striscia. Il ministero della Salute di Gaza condanna inoltre un attacco che avrebbe ucciso l’autista di un veicolo dell’OMS nella Striscia meridionale; l’Organizzazione mondiale della sanità conferma poi che un proprio collaboratore è morto in un “incidente di sicurezza” e sospende le evacuazioni mediche verso l’Egitto.
La guerra continua ad allargarsi anche nel Golfo. In Kuwait, il ministero della Salute parla di sei feriti per la caduta di detriti in un’area residenziale del nord del Paese; più tardi CBS riferirà di 15 americani feriti in un attacco iraniano contro la base di Ali Al Salem. L’Iran sostiene di aver colpito forze americane sull’isola di Bubiyan, dove sarebbero stati trasferiti uomini e materiali. In Abu Dhabi, uno straniero ghanese resta moderatamente ferito da schegge cadute nel distretto industriale di Mussafah. A Fujairah, un drone colpisce o sfiora un edificio della compagnia telefonica du, causando interruzioni di internet. Il Qatar intercetta droni e due missili da crociera; il Bahrain abbatte 13 droni in 24 ore; l’Arabia Saudita ne intercetta due. Anche la Giordania annuncia di aver abbattuto due droni iraniani, ma una combinazione di drone e missile sfugge alla difesa e provoca due feriti.
La giornata è segnata anche da un evento naturale che accentua la tensione regionale: alle 10:52 un terremoto di magnitudo 4,7 colpisce il Mediterraneo orientale al largo del Libano, con epicentro a ovest di Sidone. Le scosse vengono avvertite fino a Haifa e in altre aree del nord di Israele, senza danni né vittime.
Sul fronte politico israeliano, Lapid attacca Netanyahu e sostiene che “è consentito e necessario mettere in discussione” la gestione della guerra. Il ministero della Difesa approva un piano per accelerare la produzione degli intercettori Arrow, mentre la polizia e lo Shin Bet indagano in almeno un caso su sospetti che avrebbero fabbricato esplosivi per conto dell’Iran.
Martedì 7 aprile 2026, 39º giorno di guerra: la scadenza di Trump si avvicina, l’Iran minaccia ritorsioni globali, nuovi raid e nuovi allarmi
Martedì la guerra entra in una fase ancora più critica perché si avvicina la scadenza fissata da Trump per la riapertura di Hormuz. L’atmosfera è da conto alla rovescia. Poco prima del termine, JD Vance afferma che Washington si sente ancora fiduciosa di poter ricevere una risposta entro la serata. Ma intanto il presidente americano alza ulteriormente il livello dello scontro e scrive che “un’intera civiltà morirà stanotte”, lasciando intendere che potrebbe seguire un “cambio di regime completo e totale”.
Le dichiarazioni americane provocano reazioni internazionali e iraniane. La Francia avverte che colpire infrastrutture civili iraniane violerebbe il diritto internazionale e innescherebbe una spirale di escalation e ritorsioni. L’Iran, dal canto suo, fa sapere che la “fase della moderazione è finita”: i Guardiani della Rivoluzione minacciano di colpire oleodotti, impianti di gas e petrolio regionali per anni e dichiarano che, se Washington oltrepasserà le “linee rosse”, Teheran potrebbe colpire anche fuori dal Medio Oriente. Intanto negli Stati Uniti il prezzo della benzina sale del 39% dall’inizio della guerra, superando i 4 dollari al gallone.
Sul terreno, la mattina del 7 aprile si apre con una nuova ondata di raid israelo-americani su Teheran e altre città iraniane. L’IDF dichiara di aver completato una nuova tornata di attacchi contro “infrastrutture del regime del terrore iraniano”. L’Iranian Red Crescent annuncia ricerche tra le macerie di un’area residenziale di Teheran. I media iraniani riferiscono che un missile israelo-americano ha distrutto una sinagoga nel centro di Teheran, mostrando immagini di soccorritori tra le rovine e libri sparsi. Altri attacchi vengono segnalati contro l’aeroporto di Khorramabad.
Poco dopo, l’IDF emette un insolito avviso in persiano alla popolazione iraniana: evitare i treni e le linee ferroviarie per dodici ore perché la vicinanza ai binari “mette in pericolo la vita”. In seguito, viene riferito che un attacco aereo contro un ponte ferroviario vicino a Kashan, non lontano da Qom, ha ucciso due persone e ferito altre tre. Sempre in Iran, raid contro un’area residenziale della provincia di Alborz, ai confini con Teheran, causano almeno 18 morti e 24 feriti secondo Fars, mentre un altro attacco a un edificio residenziale a Shahriar uccide almeno nove persone e ne ferisce quindici. Secondo il riepilogo del giorno, gli attacchi vicino a Teheran hanno provocato almeno 18 morti già nelle prime ore. Vengono inoltre colpiti nuovi siti petrolchimici, tra cui un impianto a Shiraz usato per produrre acido nitrico, materiale chiave per esplosivi e missili balistici, e obiettivi a Kharg Island, hub decisivo dell’export petrolifero iraniano. Un funzionario americano conferma poi che gli Stati Uniti hanno bombardato obiettivi militari a Kharg.
Sul fronte politico-militare interno all’Iran, circola anche un rapporto secondo cui Mojtaba Khamenei, descritto come guida suprema, sarebbe incosciente e in cura a Qom, ma si tratta di una notizia riportata come memo diplomatico e non verificata in modo indipendente negli estratti forniti.
Anche l’elemento russo entra più apertamente nel quadro del conflitto. Secondo una valutazione dell’intelligence ucraina riportata da Reuters, satelliti russi avrebbero effettuato decine di rilevazioni ad alta definizione di basi militari e siti sensibili in Medio Oriente per aiutare l’Iran a calibrare i propri attacchi contro obiettivi americani e altri siti regionali. La stessa valutazione parla anche di collaborazione cyber tra hacker russi e iraniani.
In Israele, l’intera giornata è scandita da nuove sirene. L’Iran lancia missili balistici con testate a grappolo verso Tel Aviv, il centro del Paese, Ben Gurion, Ramon e la Cisgiordania. I soccorritori ricevono segnalazioni di almeno cinque impatti nell’area metropolitana di Tel Aviv e di altri siti colpiti nel centro. Nello stesso arco di tempo, il nord di Israele è battuto da ripetuti lanci di razzi e droni di Hezbollah. Le sirene suonano più volte lungo il confine libanese, a Karmiel, Kiryat Shmona, Nahariya, nell’area della baia di Haifa e in altre località. A Nahariya una donna viene ferita lievemente alla testa dai detriti dell’esplosione; alcuni veicoli prendono fuoco nei punti d’impatto. L’IDF afferma di aver bombardato un settimo attraversamento chiave sul fiume Litani e, in un altro comunicato, sostiene di aver colpito una moschea in Libano perché vi si nascondevano miliziani dell’unità anticarro di Hezbollah.
Martedì è anche il giorno dei funerali di tre delle quattro vittime del missile su Haifa. Lena Ostrovsky-Gerschovich, Vladimir Gershovich e il figlio Dima vengono sepolti alla presenza di centinaia di persone. La salma di Lucille Jean, 29 anni secondo uno degli aggiornamenti, verrà invece rimpatriata per la sepoltura nelle Filippine. Durante l’elegia, i familiari parlano di una tragedia totale che ha cancellato un’intera famiglia in un istante.
Sul fronte della sicurezza interna israeliana, lo Shin Bet e la polizia arrestano quattro soldati israeliani in servizio attivo con l’accusa di spionaggio per l’Iran. In un caso separato, un 21enne di Gerusalemme è sospettato di aver raccolto informazioni e documentato siti in Israele su istruzioni di un agente iraniano conosciuto via social, dietro pagamento in criptovalute.
Sul fronte turco, la guerra produce un nuovo episodio drammatico. Vicino all’edificio che ospita il consolato israeliano a Istanbul, una sparatoria: due persone vengono uccise e un poliziotto rimane ferito. Secondo le fonti riportate, al momento non ci sarebbero diplomatici israeliani di stanza in Turchia.
Infine, nel corso della giornata continuano a emergere nuovi dettagli sulla strategia israeliana. Secondo fonti citate da CNN, Israele avrebbe aggiornato la lista dei bersagli energetici e infrastrutturali da colpire in Iran se i colloqui con Washington e Teheran falliranno definitivamente. Un’altra notizia cita l’uso da parte americana di bombe anti-bunker GBU-57 contro un complesso sotterraneo dei Guardiani della Rivoluzione a Teheran nel fine settimana precedente.
Bilancio provvisorio di tre giorni
Tra il 5 e il 7 aprile 2026, la guerra è passata da una fase di escalation regionale a una fase apertamente sistemica. In questi tre giorni:
- Israele ha subito nuovi bombardamenti iraniani su Haifa, Tel Aviv, Petah Tikva, Ramat Gan, Bnei Brak, Givatayim, Nahariya e altre aree, con morti, feriti e vasti danni.
- L’Iran ha subìto attacchi continui contro Teheran, Alborz, Qom, Isfahan, Shiraz, Marvdasht, Asaluyeh, Mahshahr, Kharg Island, Khorramabad e siti vicini a Bushehr, inclusi obiettivi militari, scientifici, religiosi, universitari, residenziali, ferroviari ed energetici.
- Il Libano è stato colpito a Beirut, Kfarhata, Jnah, Kfar Reman, Ad-Doueir, Haris e in numerosi altri punti del sud, con ordini di evacuazione e raid contro obiettivi che Israele attribuisce a Hezbollah.
- Gaza ha registrato nuovi morti in attacchi presso una scuola-rifugio, su mezzi civili e in episodi che hanno coinvolto anche personale collegato all’OMS.
- Il Golfo è stato investito da ondate di droni e missili iraniani contro Emirati, Kuwait, Qatar, Bahrain, Arabia Saudita e Giordania, con feriti, danni alle telecomunicazioni, a impianti governativi, energetici e a installazioni vicine o legate a forze americane.
- Sul piano politico, sono falliti o si sono arenati tutti i principali tentativi di tregua temporanea, mentre gli ultimatum di Trump e le minacce iraniane di ritorsioni extraregionali hanno reso il quadro ancora più instabile.
In sostanza, dal 37º al 39º giorno la guerra non si è limitata a proseguire: si è allargata, radicalizzata e internazionalizzata, con lo Stretto di Hormuz ormai al centro dello scontro strategico e con il rischio, sempre più esplicito, di una devastazione diretta delle infrastrutture civili ed energetiche iraniane.



