Europa: nel nuovo Parlamento crescono i “sovrani senza scettro”

Mondo

di Claudio Vercelli

[Storia e controstorie] Benché qualcuno abbia parlato di «onda nera», è del tutto inappropriato farne diretta menzione, almeno nel caso del risultato delle ultime elezioni per il Parlamento europeo.

Senz’altro alcune formazioni che si richiamo al cosiddetto «sovranismo», termine che sta soppiantando il più diffuso «populismo», hanno ottenuto ottimi risultati a livello nazionale. Così per la Lega di Matteo Salvini, il Rassemblement National di Marine Le Pen (la cui famiglia da una trentina d’anni ambisce a mettere piede all’Eliseo), il Fidesz di Viktor Orbán, il Brexit Party di Nicolas Farage insieme ad altre formazioni minori o con un impatto meno rilevante. Nel complesso, la componente di deputati euroscettici (se non eurofobici, come nel caso dei britannici) è senz’altro aumentata, ma non nella misura e nelle proporzioni tali da generare uno sconvolgimento degli equilibri già esistenti. Le due grandi famiglie politiche europee, i popolari e i socialisti, hanno perso la maggioranza assoluta dei seggi ma continueranno a governare l’emiciclo con il probabile sostegno dei liberali e dei verdi, due beneficiari del voto del 26 maggio. La somma dei loro voti parlamentari è infatti di 544 seggi su 750. L’Europa delle Nazioni e delle Libertà (il gruppo composto da Lega e Rn), l’Europa delle Libertà e della democrazia diretta (al quale apparteniene il partito di Nigel Farage) e il Gruppo dei Conservatori e riformisti europei si fermano, invece, a quota 172 seggi. Al di là delle possibili alleanze che daranno poi corpo e sostegno alla Commissione europea, il “governo” continentale, rimane invece aperto l’interrogativo sulla natura del sovranismo. Un fenomeno che sembra avere soppiantato altre appartenenze politiche, connotandosi per la strenua difesa della sovranità nazionale intesa non solo come confine giuridico e amministrativo, ma anche come identità etnopolitica. Proprio su quest’ultimo punto, infatti, si sono incanalate le perplessità. Posto che le diverse formazioni sovraniste non hanno un programma politico unitario, essendo semmai impegnate a difendere gli interessi dei rispettivi Paesi di appartenenza, e sottolineata la mancanza di un progetto per un’“altra Europa”, alternativa a quella delle “élite finanziarie” e dei “mercati”, contro i quali hanno invece costruito la loro campagna elettorale, rimane l’inquietudine per il tracciato politico e l’identità culturale che le connota.

Alcuni aspetti, pur nell’assoluta diversità delle loro proposte, così come anche delle rispettive storie, danno di che riflettere. La prima questione è il rapporto che queste formazioni politiche, soprattutto laddove hanno raccolto un forte seguito di consensi, vogliono intrattenere con gli istituti, i tempi, i modi e le logiche delle democrazie liberali. Poiché alcune di esse, prima tra le quali l’ungherese Fidesz ma anche il polacco PiS-Diritto e Giustizia, non nascondono per nulla le loro impazienze verso un regime politico e istituzionale che giudicano inadatto, comunque inadeguato, rispetto alle proprie aspettative. La tendenza a favorire democrazie di taglio plebiscitario, dove l’indipendenza dei poteri è fortemente ridimensionata, non è per nulla celata. Anzi, semmai proprio sulla base di tali piattaforme aggressive hanno raccolto un notevole seguito. Il secondo tema rimanda al rapporto che intendono preservare (o mutare) tra maggioranza della popolazione e minoranze nazionali. La questione è particolarmente delicata poiché chiama in causa non solo la presenza di minoranze storiche altrimenti ben integrate (gli ebrei tra questi) ma gli effetti dei processi migratori e, più in generale, la visione fortemente etnocentrica di cui i sovranisti sembrano farsi portavoce. La nazione, infatti, rischia di non essere più fatta coincidere con il patto costituzionale di cittadinanza (uniti nella diversità, tutti con i medesimi diritti) ma con l’appartenenza per origine a un ceppo comune, definito in base a un esclusivo criterio territoriale: i confini non sono solo più quelli dello Stato ma diventano anche filtri identitari, sulla base dei quali misurare la maggiore o minore fedeltà delle minoranze rispetto agli interessi e agli obiettivi nazionali.

Il terzo aspetto rimanda alla crisi di trasformazione che il ceto medio sta attraversando nell’Europa della globalizzazione. Le formazioni sovraniste raccolgono sempre più spesso le tensioni e le angosce che vengono espresse da ampi settori delle società, i quali si sentono messi ai margini dal cambiamento in atto. Già nel primo Novecento un tale stato di cose fu risolto attraverso la progressiva disintegrazione delle libertà e del pluralismo. Che i sovranisti vadano ascritti al campo delle forze politiche antidemocratiche è senz’altro una forzatura gratuita. Tuttavia, alcuni atteggiamenti intemperanti rivelano insofferenze crescenti verso il sistema dei check and balance istituzionali dei rispettivi paesi. Più in generale, ed è il quarto ordine di considerazioni, fa poi riflettere l’irrisolta collocazione rispetto al pur mutevole quadro geopolitico internazionale, dove una certa condiscendenza verso le «democrature» di parte dell’Est europeo rivela analogie, simpatie e forse anche relazioni di reciprocità, che non sono di certo specchio di chiarezza e limpidezza rispetto ai propri programmi politici. Su questi punti, in buona sostanza, oltre che sulle risposte che verranno date all’agenda economica, sempre più prioritaria e quindi impellente, si misurerà la maggiore o minore credibilità di questi protagonisti della politica odierna. Nessun steccato preventivo, ma senz’altro un’attenzione particolarmente rafforzata. Poiché se indietreggiano le minoranze, anche la maggioranza, prima o poi, rischia di perdere le sue garanzie.

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