di Davide Cucciati
La guerra contro il regime iraniano sta ponendo la domanda sul “day after”. Donald Trump ha scelto di affrontarla subito, con una frase che sposta il baricentro lontano dai simboli dell’opposizione in esilio. Nel frattempo, sul terreno e nell’area di confine, la possibile “carta curda” viene descritta come una leva per aumentare la pressione sul regime ma anche come un fattore che potrebbe rendere meno unitaria l’opposizione.
Trump e il dopo: “qualcuno dall’interno”
Secondo Associated Press del 4 marzo 2026, Donald Trump ha dichiarato che Reza Pahlavi non è una figura che la sua amministrazione ha “considerato in profondità” come opzione per la leadership futura. Nello stesso passaggio, il presidente statunitense ha detto che potrebbe essere meglio “qualcuno dall’interno” dell’attuale sistema di potere purché emerga un leader realmente popolare. Il segnale politico sembra chiaro: Trump, almeno pubblicamente, lascia intendere che, se ci sarà un vuoto di potere, la partita vera sarà dentro i rapporti di forza già esistenti.
La pista curda
Il secondo tassello, pubblicato da Axios il 5 marzo 2026, è più operativo: nella fase successiva della guerra, potrebbe aumentare il peso di attori locali e delle reti di intelligence e in questo contesto vengono citate diverse fazioni curde iraniane con migliaia di combattenti lungo la frontiera Iran-Iraq. Nelle ultime settimane, centinaia di combattenti curdi si sarebbero ricollocati dal lato iracheno a quello iraniano in preparazione di una possibile offensiva contro le forze del regime. Axios precisa che queste milizie sarebbero sostenute da Mossad e CIA e che l’ipotesi discussa sarebbe quella di conquistare e tenere un’area specifica nella regione curda in Iran.
Tuttavia, la Casa Bianca, tramite la portavoce Karoline Leavitt, ha dichiarato che Trump non ha approvato un piano per sostenere un’offensiva delle milizie curde iraniane. Axios aggiunge che Trump avrebbe parlato con Masoud Barzani (Partito Democratico del Kurdistan) e Bafel Talabani (Unione Patriottica del Kurdistan) i quali avrebbero espresso riserve rispetto a un coinvolgimento in una possibile invasione di terra. Peraltro, un funzionario americano teme che queste forze possano non essere abbastanza forti e finire usate come “carne da cannone”. Non a caso, nella mattinata del 5 marzo 2026, il direttore di Rivista Italiana Difesa, Pietro Batacchi, su Facebook, ha scritto una domanda: “vi ricordate Kirkuk 2017?”. Il riferimento è a quando, dopo il referendum curdo in Iraq, Baghdad riprese in tempi rapidissimi Kirkuk e i suoi nodi strategici con un’avanzata favorita non solo da fattori militari ma anche da divisioni politiche tra i curdi stessi e da una copertura esterna tutt’altro che garantita. È un promemoria utile anche per l’Iran: la “carta curda” può essere una leva operativa ma non è automaticamente un grimaldello risolutivo e, come suggerisce lo stesso timore della “carne da cannone” riportato da Axios, per i curdi il rischio è di ritrovarsi esposti e di pagare il prezzo più alto in termini di vite, soprattutto se il sostegno esterno si arresta o se l’operazione si arena.
A rendere meno teorica la discussione è arrivato anche un fatto sul campo: il 5 marzo 2026, secondo il Times of Israel, il regime iraniano ha dichiarato di aver colpito nel Kurdistan iracheno il quartier generale di gruppi curdi con tre missili e, tramite Ali Larijani, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale della Repubblica Islamica dell’Iran, ha avvertito i “gruppi separatisti” di non approfittare della guerra per “tentare di agire”, promettendo che Teheran non li tollererà. Il messaggio è chiaro: per il regime, la variabile curda è già un fronte sensibile.
La frattura politica, Pahlavi contro i curdi
Il terzo tassello, datato 27 febbraio 2026, è raccontato dal Washington Post: il giornale americano descrive lo scontro fra Reza Pahlavi e gruppi curdi iraniani che hanno annunciato la formazione di una nuova coalizione politica, rivendicando l’autodeterminazione, e la reazione di Pahlavi che parla di “linea rossa” sull’integrità territoriale, accusando “gruppi separatisti” di minacciare l’unità nazionale.
La risposta curda è stata fornita da un esponente del Partito Democratico del Kurdistan Iraniano, Karim Parwizi, secondo il quale i curdi avrebbero conosciuto persecuzione sia sotto lo Shah sia sotto la Repubblica islamica, mettendo in guardia dal rischio di una nuova deriva autoritaria anche dopo l’eventuale caduta del regime.
La voce della diaspora: prima di tutto persiani
In questo quadro, Mosaico ha raccolto un elemento che merita di essere enunciato con chiarezza: ci sono iraniani di origine curda e azera che si definiscono prima di tutto persiani, parte di un unico popolo. È un dato che, almeno nel contesto milanese, aiuta a capire perché la diaspora tenda spesso a privilegiare l’idea di unità nazionale rispetto alle appartenenze regionali e perché in Italia molti vedano in Pahlavi soprattutto un “traghettatore”, un simbolo capace di tenere insieme un immaginario comune.
Urge tornare ai fatti
Quanto peseranno i curdi evocati nelle ricostruzioni di queste ore? Sul piano operativo, se la descrizione di Axios corrisponde al vero, il loro peso potenziale è reale perché parliamo di uomini armati già posizionati sul confine e di movimenti già avvenuti, con un ragionamento che, nelle fonti citate, coinvolge anche apparati di intelligence. Ma sul piano politico, il loro peso può ridursi immediatamente se diventano il catalizzatore di una frattura nazionale e il Washington Post mostra che questa frattura è già pubblica.
È qui che la diaspora iraniana, anche in Italia, sarà costretta a misurarsi con i fatti: Trump, almeno per ora, ridimensiona Pahlavi e parla di un possibile leader “dall’interno”, mentre sul terreno si affacciano opzioni che possono aumentare la pressione sul regime ma anche rendere più difficile una sintesi politica condivisa.



