Bielorussia: per le violenze di Lukashenko tremano anche gli ebrei

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di Anna Lesnevskaya

Dopo il “rapimento” di Maria Kolesnikova, l’ultima leader anti-Lukashenko, torna in prima pagina il “caso Bielorussia”, dove i giovani vengono arrestati senza motivo e si teme per la propria sicurezza ogni volta che si scende in strada, anche se non si partecipa ad alcun tipo di manifestazione. Un’inchiesta sul campo

Almeno tre morti, migliaia di arresti e centinaia di denunce sporte per le violenze subite dalle forze dell’ordine. Questo è il bilancio delle repressioni scatenate dal presidente bielorusso Alexander Lukashenko contro decine di migliaia di suoi concittadini scesi in piazza a manifestare dissenso contro i risultati ufficiali delle elezioni presidenziali del 9 agosto. Lukashenko, al potere da un quarto di secolo, è stato sfidato da una donna, Svetlana Tikhanovskaya. Proprio un ritratto femminile, l’Eva dell’ebreo bielorusso Chaïm Soutine, famoso pittore della Scuola di Parigi, è diventato uno dei simboli della protesta.

È solo uno degli esempi che dimostrano quanto la storia bielorussa sia legata a quella della sua antichissima comunità ebraica. Uno dei più grandi pittori del Novecento, Marc Chagall, era un ebreo bielorusso nato nel 1887 nei pressi di Vitebsk, dove all’epoca la popolazione ebraica rappresentava più del 50%. «Lo yiddish era la lingua franca in Bielorussia -, ci spiega il noto poeta bielorusso Dmitri Strotsev. – C’è un’opinione secondo la quale, se non ci fosse stata la Shoah, la Bielorussia sarebbe diventata il centro della civiltà yiddish in  Europa».

Durante l’occupazione nazista del Paese furono sterminati quasi un milione di ebrei bielorussi, «l’Atlantide degli shtetl» è scomparsa. Seguì poi la campagna antisemita sovietica e l’aliyah di massa durante la perestrojka.

L’attuale comunità ebraica bielorussa conta tra 20 e 40mila individui e sta rinascendo. In queste settimane però convive con la stessa paura che è entrata sotto la pelle di ogni bielorusso. «La gente a Minsk teme di uscire per strada, – racconta a Bet Magazine/Mosaico Maxim Yudin, ex direttore di Hillel Bielorussia. – Le persone sono state prese davanti al portone di casa, anche se non c’entravano niente con le proteste. La conseguenza più importante di quanto è successo sta nel fatto che le persone non si sentono più al sicuro, una caduta di immagine irreparabile per Lukashenko, che ha fatto della ‘sicurezza’ il suo cavallo di battaglia».

Liora Zabnenkova, della comunità riformista di Minsk, non vuole più restare in Bielorussia dopo quanto ha vissuto in questi mesi. Suo figlio minore, Rafik Kengerli, 21 anni, è stato arrestato per ben due volte ancor prima delle elezioni mentre si trovava in strada a Minsk, senza partecipare a qualsiasi tipo di manifestazione. L’altro figlio di Liora, 23enne Albert Kengerli, è stato fermato la sera della vigilia delle elezioni, mentre con un gruppo di amici dalla comunità era appena uscito dalla metro nel centro di Minsk. Albert è un IT specialist, ed è stato coordinatore del movimento giovanile reform Netzer in Bielorussia. Insieme a lui è stato arrestato il suo amico Artur Raisky, anche lui ex leader del Netzer. Il ragazzo, nato nel 1994, anno in cui Lukashenko è salito al potere, ci dice che gli arresti random dei giovani sono legati al fatto che i suoi coetanei sono «la linfa delle proteste, persone sane, coraggiose e pensanti» e quindi «sono una minaccia per il potere».

Raisky è stato accusato di teppismo e resistenza a pubblico ufficiale e rilasciato dopo 72 ore. Dice di non aver subito violenze. Il suo amico Albert Kengerli è stato meno fortunato. È rimasto in detenzione per 6 giorni nel carcere di Zhodino, mentre sua madre non aveva di lui nessuna notizia precisa. Le vittime della famigerata prigione di Okrestino venivano trasferite al carcere di Zhodino, fuori Minsk, dal quale Liora le ha viste uscire mentre aspettava il rilascio del figlio.

«Uscivano con vestiti strappati e senza scarpe, uomini che piangevano e ragazze in crisi isterica» ricorda. Pur evitando le violenze più crude, scatenate contro chi è stato arrestato subito dopo le elezioni, Albert ha subito minacce di morte e percosse.

«L’Agenzia ebraica, insieme all’Ambasciata d’Israele in Bielorussia, si è attivata per esaminare le domande di rimpatrio e rendere possibile il transito, sullo sfondo delle complicazioni del Covid», ci racconta Grigorij Abramovich, il rabbino della comunità riformista bielorussa. Oltre alla più recente comunità reform, le altre due comunità anticamente presenti in Bielorussia sono quella lituana e quella di Chabad-Lubavitch.

Rav Abramovich è stato accanto alla famiglia di Rafik e Albert e la comunità reform ha espresso la sua preoccupazione per le detenzioni dei ragazzi. Il rabbino reform ha anche partecipato alla preghiera interreligiosa per la pace e la giustizia insieme ai leader delle altre confessioni. «Non sono un politico per valutare la situazione, ma vedo la mia missione nella preghiera e nel sostegno ai membri della comunità», dice a Bet Magazine/Mosaico Rav Abramovich. Lukashenko ha fatto capire che qualsiasi tentativo dei leader religiosi di intervenire nella situazione non verrà tollerato. (Dopo che la chiesa cattolica bielorussa aveva dato sostegno ai manifestanti, le autorità bielorusse hanno impedito al presidente della Conferenza episcopale della Bielorussia Tadeusz Kondrusiewicz, di ritorno da una trasferta in Polonia, di rientrare nel Paese. Precedentemente il metropolita Pavel, capo della Chiesa ortodossa della Bielorussia, ha lasciato il suo incarico dopo aver criticato le violenze delle forze dell’ordine).

Alla recente riunione all’Ambasciata d’Israele in Bielorussia, alla quale hanno partecipato tutte le principali organizzazioni ebraiche del Paese, si è deciso di non fare nessuna dichiarazione in merito alla situazione attuale, anche «perché gli ebrei in quanto tali non sono nel mirino delle forze dell’ordine», ci spiega Rav Abramovich. In Bielorussia, dove la comunità ebraica è presente da seicento anni, l’antisemitismo non ha mai preso piede, concordano diversi nostri interlocutori.

Tuttavia il cittadino israeliano Alexander Fruman, 40 anni, capo della squadra dei data analyst della piattaforma finanziaria Investing.com, finito per caso, come ci racconta, nel vortice delle repressioni post-elettorali, sostiene di aver subito, oltre alle violenze, anche atteggiamenti antisemiti. Fruman, che ha fatto l’aliyah dalla Bielorussia nel 1998 e ha rinunciato in seguito alla cittadinanza bielorussa, era venuto con la famiglia a Minsk in vacanza. Dice di essere stato preso perché ha scattato una foto alle forze dell’ordine mentre stava facendo una passeggiata, il 10 agosto, il giorno dopo le elezioni. Ha passato in carcere 78 ore ed è stato rilasciato. A Fruman hanno detto di aver smarrito il suo passaporto. L’uomo, ora tornato a casa, lamenta lo scarso interesse dell’Ambasciata di Israele nella sua vicenda, e di aver ottenuto il nuovo documento solo dopo il clamore suscitato da un suo post su Facebook.

«Ho visto donne picchiate dalla polizia, portatori di handicap pestati e torturati», testimonia Fruman, che fa parte delle decine di migliaia di israeliani originari dalla Bielorussia e ricorda che il suo Paese natale non è un piccolo punto tra la Russia e la Polonia, ma un luogo importante per il popolo israeliano. Ben quattro dei dieci presidenti dello Stato di Israele avevano origini bielorusse.

Le proteste pacifiche in Bielorussia non si smorzano e Lukashenko, immortalato con un fucile d’assalto in mano, non intende indietreggiare, spalleggiato dal presidente russo Vladimir Putin che ha confermato la sua disponibilità ad intervenire. L’imprenditore e membro della comunità lituana Igor Vaisman sostiene tuttavia i legami economici con la Russia. «Abbiamo poco da offrire all’Europa, mentre con la Russia giochiamo alla pari». Ma Vaisman teme l’intervento di Putin che, secondo lui, potrebbe costare la sovranità al suo Paese.

Intanto Rav Abramovich è impegnato con altre organizzazioni ebraiche bielorusse per il festeggiamento di Rosh haShanà in sicurezza e si augura: «Vorrei che potessimo tornare alla vita normale e che le persone possano venire in sinagoga senza paura».

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