Accordi Siria–Israele: intelligence condivisa, piste da sci, e normalizzazione senza riconoscimento

Mondo

di Sofia Tranchina (testo e foto)
Israele e Siria stanno avviando una forma di normalizzazione funzionale che salta la fase del riconoscimento reciproco, politicamente troppo costosa per Ahmed al-Sharaa, e passa direttamente alla gestione pratica del territorio e della sicurezza. Questo processo non corrisponde alla “pace calda” degli Accordi di Abramo, ma configura un nuovo modello di condominio forzato, promosso sotto l’egida di Trump, in cui — in pieno stile trumpiano — business, sicurezza e intelligence sostituiscono i trattati diplomatici formali.

 

Il quinto round di colloqui riservati tra Siria e Israele si è svolto a Parigi il 6 gennaio, dopo mesi di paralisi negoziale. Due giorni di incontri a porte chiuse, mediati dagli Stati Uniti, si sono conclusi con comunicati improntati a un cauto ottimismo.

Dietro il linguaggio misurato della diplomazia, però, è emerso un nuovo paradigma di convivenza forzata, che aggira la politica e la sostituisce con una combinazione di sicurezza operativa e interesse economico. I due Paesi — formalmente in guerra dal 1948 — non hanno discusso soltanto di de-escalation militare, ma anche di cooperazione tecnologica avanzata: data center, impianti farmaceutici e infrastrutture strategiche.

A rappresentare Damasco erano presenti il ministro degli Esteri Asaad al-Shaibani e il capo dell’intelligence Hussein al-Salama; per Israele, l’ambasciatore a Washington Yechiel Leiter, il segretario militare del primo ministro Roman Gofman e il capo ad interim del Consiglio di Sicurezza Nazionale Gil Reich. A rendere esplicita la natura dell’incontro è stata però la composizione della delegazione americana, che includeva figure tipiche del mondo dei grandi deal: Thomas J. Barrack Jr., inviato speciale per Siria e Libano, affiancato da Jared Kushner e Steve Witkoff. Una presenza che ha segnalato fin dall’inizio come l’obiettivo fosse proprio la progettazione di una gestione funzionale del conflitto.

Il confine come asset

I colloqui avrebbero dovuto concentrarsi sulla riattivazione dell’Accordo di Disimpegno del 1974 e sul ritiro israeliano alle linee precedenti all’8 dicembre 2024. In realtà, secondo quanto riportato da Axios e dal giornalista israeliano Amit Segal, la trattativa ha rapidamente deviato verso il terreno economico.

 

Sul tavolo è emersa la proposta di creare una vasta zona economica congiunta lungo l’attuale fascia demilitarizzata: un corridoio che includerebbe un oleodotto, un grande parco eolico, impianti farmaceutici, data center e persino una stazione sciistica. Il piano prometterebbe alla Siria un aumento del PIL di circa 4 miliardi di dollari — pari a un balzo del 20 per cento —, 800 megawatt aggiuntivi di capacità energetica, 15.000 nuovi posti di lavoro e una riduzione del 40 per cento della dipendenza da farmaci importati. Per Israele, significherebbe trasformare una zona cuscinetto instabile in un corridoio economico controllabile.

Accettare di discutere persino della eventuale costruzione di una stazione sciistica o di un impianto farmaceutico lungo l’attuale linea di separazione implicherebbe l’accettazione da parte di Damasco dello status quo territoriale, ovvero accantonare la pretesa di riportare il confine alle linee precedenti al 1967 sulle Alture del Golan. Non è una rinuncia formale, ma una gerarchia di fatto: il PIL prima del territorio.

La dichiarazione congiunta non chiarisce se Israele si impegnerà a sospendere ulteriori attacchi. La proposta avanzata da Washington è piuttosto un freeze: congelare le attività militari di entrambe le parti nelle posizioni attuali, in attesa di definire i dettagli all’interno di una struttura di coordinamento comune.

Il conflitto cambia così linguaggio. Il confine conteso non è più trattato come una ferita storica, ma come un asset sottoutilizzato. Il business non accompagna la pace: la sostituisce.

La cooperazione economica può essere un incentivo alla stabilizzazione e, in molti casi, contribuisce a sostenere accordi di pace fragili. Qui, però, il processo procede al contrario: le due parti stanno saltando la parte politica per passare direttamente a quella operativa. Il paradosso è evidente. Si delinea una cooperazione avanzata in assenza di legittimazione politica. Damasco continua a non riconoscere ufficialmente Israele — un passo che costerebbe troppo capitale politico ad al-Sharaa — e non aderisce agli Accordi di Abramo; lo stato di guerra formale resta in vigore.

Eppure, secondo una dichiarazione congiunta diffusa al termine dei colloqui, Stati Uniti, Israele e Siria hanno concordato non solo la de-escalation militare e opportunità commerciali, ma anche l’istituzione di una cellula di comunicazione permanente per la condivisione continuativa di intelligence. Washington avrebbe inoltre proposto una struttura di coordinamento trilaterale ad Amman per supervisionare la sicurezza nel sud della Siria e gestire il ritiro israeliano. Secondo una fonte di i24news, è allo studio anche l’apertura di un ufficio di collegamento israeliano a Damasco, purchè privo di status diplomatico.

Tutto funziona come se la pace esistesse, senza che la pace venga mai dichiarata.

Accordi senza riconoscimenti

Il modello siriano non è una replica degli Accordi di Abramo, che prevedevano riconoscimento formale, relazioni diplomatiche piene e una “pace calda” con Emirati e Bahrein. Qui accade l’opposto: nessun riconoscimento, nessuna adesione, nessuna foto ufficiale.

La differenza è innanzitutto interna. I regimi del Golfo non rischiavano una rivolta per aver normalizzato con Israele. Ahmed al-Sharaa sì. Ex jihadista — noto come al-Jolani e continuamente etichettato come tale dalla stampa internazionale — oggi guida un Paese devastato, attraversato da una propaganda antisraeliana radicata e da una profonda diffidenza verso qualsiasi apertura. Un riconoscimento formale imploderebbe la sua già fragile legittimità.

Lo sforzo di al-Sharaa di adottare un approccio più conciliante rispetto all’intransigenza di Assad non risponde solo alla necessità, ma a una strategia di riabilitazione internazionale. La cooperazione tecnica con Israele, purché resti non formalizzata, diventa uno strumento per ottenere credito politico a Washington e in Europa e per smarcarsi dal passato jihadista senza pagarne il prezzo interno.

Per questo la cooperazione avanza come un segreto di Pulcinella: tutti sanno, nessuno legittima. Mentre funzionari israeliani progettano impianti eolici in territorio siriano, lungo il confine attorno a Quneitra continuano incursioni militari, vittime e instabilità, e cattivi presagi si addensano in nubi grige.

Il filo rosso che tiene insieme il processo è la privatizzazione della diplomazia. Non si tenta di risolvere il contenzioso storico, ma di renderlo economicamente irrilevante. La diplomazia dei principi viene sostituita da quella del portafoglio: se la guerra diventa un pessimo investimento, l’ideologia può passare in secondo piano.

Il nuovo (dis)ordine

Questo approccio è la conseguenza diretta della fine dell’ordine post-1974, fondato su una deterrenza statica e su una separazione fisica garantita dall’ONU. Con la caduta di Bashar al-Assad nel dicembre 2024, quell’equilibrio si è dissolto. La Siria non è più uno Stato-nemico prevedibile, ma un’entità fragile, permeabile, potenzialmente ingestibile.

L’Accordo di Disimpegno del 1974, che aveva istituito una zona cuscinetto ONU sulle Alture del Golan — conquistate da Israele nel 1967 e annesse unilateralmente, con riconoscimento solo statunitense — è stato dichiarato temporaneamente nullo da Israele, che citando un vuoto di potere ha avviato un’occupazione preventiva: truppe dell’IDF fino a 15 chilometri all’interno del territorio siriano, sequestri di armi e centinaia di attacchi aerei, incluso un raid a luglio nei pressi del palazzo presidenziale di Damasco che ha danneggiato il Ministero della Difesa. Per Israele la stabilità non può più essere garantita da una linea di cessate il fuoco, ma solo dalla gestione attiva del territorio oltre il confine.

Ahmed al-Sharaa continua a dichiarare di rispettare l’armistizio ereditato, pur denunciando le violazioni israeliane. In un’intervista al Washington Post ha accusato Israele di voler seminare il «caos» in Siria e ha ironizzato sulla logica della sicurezza a cascata: Israele occupa il Golan per proteggersi, il sud della Siria per proteggere il Golan, e «di questo passo arriveranno a Monaco».

Al-Sharaa sostiene che Damasco debba mantenere il controllo militare del sud del Paese perché, se quel territorio venisse usato per lanciare attacchi contro Israele, la rappresaglia colpirebbe l’intera Siria. La logica è coerente. Il problema è l’apparato chiamato a garantirla.

Nella corsa a riempire il vuoto post-Assad, il nuovo potere ha arruolato in massa ex ribelli e combattenti di milizie disparate, inclusi ex jihadisti dell’ISIS, spesso senza adeguati controlli di background. Come ha osservato l’analista Amine Ayoub, la priorità è stata «la stabilità a qualsiasi costo», privilegiando la quantità sulla coesione. Il risultato è un esercito eterogeneo e fragile, potenzialmente permeabile all’islamismo radicale.

Questo rappresenta un rischio anche per al-Sharaa: se perde il controllo delle sue forze, perde anche la protezione americana. Ma è soprattutto una minaccia per Israele, che teme l’azione di soldati regolari con accesso ad armi e basi, capaci e magari intenzionati a colpire autonomamente. In questa prospettiva, a Gerusalemme è apparsa più razionale una strategia cautelare di indebolimento del potere centrale siriano, accompagnata dal rafforzamento di attori locali come drusi e curdi, anche mentre i negoziati proseguivano.

Fidarsi ciecamente sarebbe una scommessa troppo rischiosa. La Siria, dal canto suo, continua a rivendicare il rispetto della propria sovranità e a chiedere a Israele di non interferire negli affari interni del Paese.

La partita regionale sulla Siria: l’ombra di Ankara

L’equilibrio emerso dai colloqui resta fragile anche perché non tutti gli attori regionali hanno interesse a una Siria economicamente normalizzata ma politicamente ambigua.

A complicare il quadro è soprattutto la Turchia, che ha sostenuto l’ascesa di Ahmed al-Sharaa e ora pretende un ritorno politico. L’ambizione di Ankara di proporsi come nuovo leader del mondo islamico, in una postura sempre più antisraeliana, entra in rotta di collisione con i deal mediati dagli Stati Uniti. Per la Turchia, un’intesa funzionale tra Siria e Israele sotto l’egida di Washington rappresenta una sconfitta geopolitica.

Parallelamente, la Siria è alla ricerca di capitali nel settore energetico. L’Arabia Saudita è già entrata nel comparto petrolifero, interpretando gli investimenti come uno strumento per sganciare Damasco dalla dipendenza russo-iraniana e dall’asse antioccidentale. La competizione per l’influenza sulla Siria si gioca sempre più sul terreno economico.

Ogni attore regionale punta a riportare Damasco nella propria orbita. Per Israele, allungare i tempi della mediazione significa rischiare di perdere una finestra strategica: una Siria che si consolida economicamente sotto altre tutele potrebbe diventare meno permeabile a un accordo pragmatico sul confine meridionale.

Il prezzo interno della normalizzazione

All’interno, l’opinione pubblica siriana è profondamente divisa. C’è chi si affida all’uomo forte che ha rovesciato Assad e accetta qualsiasi scelta in nome della ricostruzione, convinto che ogni decisione del presidente sia necessaria per guadagnare tempo e evitare nuovi conflitti devastanti. In un Paese esausto, la stabilità è percepita da molti come un valore superiore a qualsiasi principio ideologico.

Ma c’è anche chi reagisce con ostilità e sarcasmo. Il presidente viene deriso storpiando il suo vecchio nom de guerre al-Jolani in “al-Jewlani”, “l’ebreo”, e diventa il bersaglio di teorie del complotto diffuse: al-Qaeda come presunto progetto israeliano per destabilizzare il Medio Oriente; al-Sharaa accusato di lavorare per Israele fin dalle sue prime esperienze jihadiste; qualcuno arriva persino a sostenere che sia stato Tel Aviv a “nominarlo” presidente.

Sperando di non incontrarsi

Nelle strade continua la propaganda antisraeliana; lungo il confine, le incursioni militari israeliane non si fermano — nemmeno durante i colloqui di Parigi — mentre a porte chiuse si discute di data center, impianti energetici e collaborazioni.

Da Parigi non emerge una pace, ma una gestione pragmatica di un conflitto irrisolto: un condominio forzato in cui business, sicurezza e intelligence sostituiscono i trattati diplomatici. I vantaggi sono evidenti — de-escalation immediata, cooperazione sulla sicurezza, potenziale crescita economica.  Per Israele, un vicino impegnato a costruire impianti eolici è meno propenso a costruire rampe di lancio per missili. Ma i rischi sono altrettanto evidenti: la fragilità interna di al-Sharaa, un esercito siriano eterogeneo e permeabile, la sfiducia israeliana strutturale e l’assenza di legittimazione popolare per questa cooperazione.

Le stazioni sciistiche progettate sotto l’artiglieria pesante restano la metafora perfetta di questo equilibrio precario. È il Medio Oriente del 2026: tutto è possibile, nulla è stabile, e business e guerra avanzano su binari paralleli sperando di non incontrarsi mai.