Germano Celant: un ricordo dell’Uomo dell’anno AMATA 2015

Italia

di Martina Corgnati

Nel 2015 Germano Celant è stato “Uomo dell’Anno” dell’AMATA, l’Associazione Amici del Tel Aviv Art Museum, per i suoi imprescindibili meriti culturali e storico-critici che hanno avuto un impatto profondo anche sull’arte israeliana; Tsibi Geva, per fare solo un esempio, uno dei più importanti artisti attivi oggi in Israele, “titolare” del padiglione nazionale alla Biennale di Venezia proprio nel 2015, ha sempre attribuito a Mario Merz l’influenza decisiva per la sua formazione giovanile. E Mario Merz è stato uno dei capifila dell’Arte Povera, il movimento torinese cui Germano Celant offre la base teorica con lo storico articolo di “Flash Art” Arte Povera. Appunti per una guerriglia (nov.-dic- 1967).

La storia è fin troppo nota per parlarne ancora: ma Germano Celant è morto di COVID 19 alla fine dell’aprile scorso, qualche mese prima del suo ottantesimo compleanno, e l’ingombro della sua improvvisa assenza esige un ricordo e qualche parola di commento. I suoi Appunti per una guerriglia non sdoganano infatti soltanto uno dei movimenti più tempestivi e autorevoli nell’arte dell’ultimo mezzo secolo ma contribuisce in maniera decisiva a inaugurare la pratica del contemporaneo e a cambiare la natura stessa e i linguaggi dell’arte e della critica. Nuovi materiali: dai giornali di Merz alla paglia di Anselmo, dagli alberi vivi di Penone ai cavalli altrettanto vivi di Kounellis; e ancora, gli specchi di Pistoletto, le enigmatiche immagini di Paolini, le gomme di Zorio. Nuove idee: l’arte non esiste più in un territorio separato e delimitato da generi accademici ben riconosciuti ma scende in piazza, adotta i comportamenti e gli antagonismi sociali del movimento studentesco, sale sulle barricate, si schiera “contro”. Nuovi spazi: le gallerie tradizionali, fatte di tante stanze bene educate, non servono più, per le nuove installazioni ci vogliono loft, magazzini, garage, come quello che apre Fabio Sargentini a Roma. Una nuova critica: non più paludata e accademica ma partecipe e “militante”, che non racconta o giudica a posteriori ma vive insieme agli artisti, li accompagna, li sostiene, sta in mezzo a loro.

Celant e i poveristi, naturalmente,  non sono soli in questa vera e propria rivoluzione: li precedono di qualche anno il new-dada, Fluxus, la Poesia Visiva, Sonora e Concreta e qualche personalità geniale e isolata, come Carla Lonzi. Li fiancheggiano il concettuale, il minimalismo e un gigante solitario come Joseph Beuys. E sono loro a cogliere il momento perfetto, quello in cui le strade di Parigi, Torino, Milano si colorano di barricate. Sono loro a catturare la scena e il successo internazionale, infatti, arriva subito. Arte Povera, Azioni Povere agli Arsenali di Amalfi è del 1968, e dell’anno dopo When attitudes become Forms organizzata da Harald Szeeman alla Kunsthalle di Berna. E poi innumerevoli altre.

Ma l’azione di Celant non si è limitata all’Arte Povera, che nel frattempo aveva comunque presentato nei più importanti musei del mondo: decisiva è stata la mostra Italian Metamorphosis 1943-1968 da lui curata al Guggenheim  di New York nel 1994, vero e proprio “sbarco alla rovescia”, come lui stesso l’aveva definita. È qui, in fondo, che si è deciso il who is who dell’arte italiana, chi è dentro e chi è fuori, gli assi vincenti del linguaggio e quelli da scartare, o da mettere in soffitta. Dopo aver contribuito a determinare il presente, Celant a questo punto si occupa del passato, chiamando in causa architetti e designers, moda e semiotica. Fra l’altro, al suo fianco in questa grande avventura c’era Vittorio Gregotti, morto anche lui di COVID a marzo. E Italian Metamorphosis è  un libro di storia, un vademecum per il mercato, una serie di linee guida per il futuro.

Germano Celant, a questo punto, è uno dei critici e “curatori”, parola che si incomincia a sentire proprio in quel momento, più autorevoli del mondo: agli impegni americani, di senior curator del The Guggenheim Museums and Foundation, vera e propria multinazionale del contemporaneo, associa quelli italiani, come direttore della Fondazione Prada. Nata negli anni Novanta in via Spartaco a Milano, la Fondazione si trasferisce poi nella sede di Largo Isarco e apre anche a Venezia, diventando uno degli spazi più attivi, propositivi e interessanti in Europa. È lì che Celant ha proposto nel 2018 una rivisitazione del futurismo e dell’arte italiana fra le due guerre, Post Zang, Tumb, Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918-1943; e innumerevoli altri progetti, anche permanenti, in dialogo con università, fondazioni, discipline altre e i loro interpreti, da Cacciari a Godard. Fino alla commovente retrospettiva di Jannis Kounellis appena scomparso alla Fondazione Prada di Venezia durante l’ultima Biennale. A curarla, a deciderla, a seguirla, sempre lui, Germano Celant.

Bulimico insomma, forse; un tratto fastidioso per molti, come anche i suoi compensi stratosferici, che in più di un’occasione hanno scatenato le ire di diversi colleghi. Ma se la cultura visiva oggi è così come la conosciamo si deve a lui più che a ogni altro teorico italiano.

 

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