GariwoNetwork, a Milano il secondo incontro internazionale

Italia

di Marina Gersony
Si è svolto giovedì 29 novembre a Milano, presso i Frigoriferi Milanesi, il secondo incontro «Coltivare i Giardini dei Giusti per contrastare la cultura del nemico», organizzato da GariwoNetwork, rete che unisce tutti i soggetti, in Italia e all’estero, impegnati nella diffusione del messaggio dei Giusti. Non solo: l’incontro è stato l’occasione per parlare anche del ruolo dell’Europa nella difesa dei diritti umani alla vigilia delle Elezioni europee.

L’evento si è svolto davanti ad un pubblico numeroso, attento e partecipe di insegnanti, dirigenti scolastici, giornalisti, rappresentanti di amministrazioni locali e associazioni che condividono e contribuiscono alla  mission di Gariwo.

Dopo il messaggio ufficiale inviato dal Sindaco Giuseppe Sala, intensi e ricchi di spunti di riflessione sono stati gli interventi di Gabriele Nissim, Presidente de Il Comitato per la Foresta dei Giusti-Gariwo onlus, dello scrittore Francesco M. Cataluccio, degli storici Anna Foa e Marcello Flores, dello psicoterapeuta Pietro Barbetta e non solo.

Quale è il senso dei Giardini dei Giusti? A cosa servono? Perché li costruiamo? «È questa la domanda a cui tutti noi dobbiamo cercare di rispondere in questo nostro incontro – ha spiegato Gabriele Nissim -. Li immagino come una coscienza critica permanente per la nostra società. In qualsiasi contesto politico, che ci sia la destra o la sinistra al potere, che ci sia un governo che ci piaccia o non ci piaccia, devono  diventare un luogo di riflessione che ogni volta pone nuove domande all’opinione pubblica. I Giardini non hanno colore politico e possono svolgere una funzione positiva sia nei momenti più difficili dell’umanità, sia quando sembra che il mondo vada in una buona direzione. Non c’è mai infatti nulla di scontato e garantito, anche nella migliore delle società».

Incisivo anche l’intervento di Francesco M. Cataluccio, che – oltre a sottolineare l’importanza del lavoro sui Giusti e la creazione dei Giardini –, ha ripercorso con  pragmatismo letterario la travagliata storia dell’Europa cogliendone gli aspetti più complessi e di stretta attualità: un’Europa che di fatto deve ritrovare se stessa. «La parola “Europa” non indica un’entità geografica, ma una nozione mentale – ha osservato lo scrittore – . L’Europa non deve essere uno Stato, ma una federazione di liberi stati diversi, uniti da una cultura e un destino comuni che permettono di fissare alcune regole e accordi di convivenza che non possono però essere solo economiche, monetarie e doganali». In breve, in un’Europa che ha prodotto e subìto, soprattutto a causa dei nazionalismi, immense tragedie, Cataluccio rievoca le parole toccanti di Czesław Miłosz nella bellissima poesia Mittelberghein, Alsazia 1951: « […] La mia terra / Si trova qui e ovunque, da qualunque parte mi volga / O in qualunque lingua oda / Il canto d’un bimbo, la conversazione di amanti».

A sua volta Marcello Flores, storico, già docente all’Università di Siena e direttore del Master Europeo in Human Rights and Genocide Studies, ha espresso nel suo intervento anticipato sul sito di Gariwo, la sua visione sui diritti umani: «C’è un altro aspetto che riguarda invece chi lotta per i diritti umani – sostiene lo storico  – ed è la convinzione che ci troviamo in una fase di regressione dei diritti molto forte. Io credo che questa sia una percezione sbagliata, perché se guardiamo complessivamente la situazione dei diritti umani, è certamente piena di violazioni, ma non è peggiore rispetto a quella di dieci, venti o trent’anni fa. Il fatto che si abbia la sensazione di fare passi indietro porta a un conseguente arroccamento che però è solo la proclamazione della necessità di quei diritti a essere tutelati, senza riuscire a immaginare azioni alternative per farlo. È quindi necessario da una parte fornire un’informazione diversa e alternativa in grado di scalfire queste percezioni, e dall’altra inventarsi azioni concrete».

Per concludere, come ha scritto sul Corriere della Sera in un recente articolo Alberto Saravalle  avvocato, professore di Diritto dell’Unione Europea presso l’Università di Padova e commentatore politico-finanziario –,  forse è il momento in cui una maggioranza silenziosa comincia a farsi sentire. E aggiungiamo noi, forse l’Europa avrà sì bisogno di nuovi accordi e di nuovi visioni comuni, ma certamente non di una rottura.

Pubblichiamo di seguito gli interventi integrali dei relatori dell’incontro per chi desidera approfondire.

Il messaggio dei Giardini dei Giusti
di Gabriele Nissim

Quale è il senso dei Giardini dei Giusti? A cosa servono? Perché li costruiamo? È questa la domanda a cui tutti noi dobbiamo cercare di rispondere in questo nostro incontro. Li immagino come una coscienza critica permanente per la nostra società.

In qualsiasi contesto politico, che ci sia la destra o la sinistra al potere, che ci sia un governo che ci piaccia o non ci piaccia, devono  diventare un luogo di riflessione che ogni volta pone nuove domande all’opinione pubblica.

I Giardini non hanno colore politico e possono svolgere una funzione positiva sia nei momenti più difficili dell’umanità, sia quando sembra che il mondo vada in una buona direzione. Non c’è mai infatti nulla di scontato e garantito, anche nella migliore delle società.

Quale è il loro meccanismo originale che li distingue da altri, altrettanto importanti, luoghi di memoria?

Sono un luogo di educazione permanente attraverso la promozione dei migliori esempi dell’umanità,

luogo di riflessione e meditazione.

Non si tratta solo di uno spazio monumentale di ricordo e commemorazione, ma di uno stimolo alla responsabilità nel tempo in cui viviamo.

È questa la novità. Si piantano gli alberi non solo per dare loro un nome, un volto con una persona, ma perché questi Giusti ci richiamino al nostro agire.

Piantare un albero significa fare rivivere queste persone con il nostro comportamento. È l’unica resurrezione possibile su questa Terra. Chi ha seminato del Bene, noi lo rendiamo vivo con le nostre azioni.

Dando un nome ad un albero si raccoglie il testimone di chi ha lottato nel passato e ci si assume una responsabilità nella propria esistenza.

Ecco perché è importante partire sempre da un’analisi del nostro tempo. In ogni tempo ci sono responsabilità diverse. I comportamenti morali non sono mai gli stessi in ogni epoca, perché il bene ed il male hanno sempre caratteristiche differenti. Lo diceva Eraclito: acque sempre diverse corrono negli stessi fiumi.

Noi in questi vent’anni dalla nascita di Gariwo abbiamo raggiunto due tappe importanti nella nostra storia.

Abbiamo dato forza alla memoria del bene, cercando di mostrare la possibilità dell’individuo in ogni circostanza, anche la più avversa. I Giusti, come ci ricordava Don Barbareschi, sono la massima espressione dell’amore per la libertà, perché con il loro carattere non si piegano di fronte alle dittature e alla persecuzione degli esseri umani.

Abbiamo poi universalizzato l’idea dei Giusti, dalla Shoah a tutti i genocidi e totalitarismi, perché chi fa del Bene lo fa per tutta l’umanità. Era questo il grande messaggio del mio maestro Moshe Bejski che non a caso chiamava i Giusti come la vera élite morale che tiene in mano le sorti del mondo intero.

Oggi siamo chiamati ad una terza piccola rivoluzione:

fare dei Giardini uno stimolo per creare delle buone pratiche e dei comportamenti esemplari nella società, come credeva con grande passione Ulianova Radice.

Dobbiamo creare attorno ai Giardini una vita culturale che metta un argine alla cultura dell’odio e del disprezzo nel dibattito politico; che crei forme di interazione e di conciliazione tra religioni e culture diverse; che insegni ai giovani il gusto dei dialogo sui social, promuovendo la conoscenza, la cultura e la lettura dei libri, respingendo le invettive personali e la logica del nemico.

Lo diceva bene Immanuel Kant, che proponeva il piacere della conversazione tra persone diverse alla ricerca del bene comune.

Siamo tutti chiamati a ritrovare il gusto del nostro comune destino europeo, come diceva Milena Jesenska, la donna amata da Kafka, negli anni Trenta, dopo il patto di Monaco che portò i nazisti a Praga, bloccando sul nascere qualsiasi anatema nazionalista che possa generare pericolosi conflitti.

Milena ha visto il suicidio e la catastrofe dell’Europa. Noi dobbiamo impedirlo.

I Giardini dei Giusti sono il luogo privilegiato dell’educazione alla pace e ai diritti delle donne e degli uomini in qualsiasi angolo del pianeta.

Li possiamo definire come una città immaginaria che stimoli le persone a pensare e a superare nei confronti dell’altro qualsiasi barriera e pregiudizio.

Purtroppo devo fare una constatazione amara.

La memoria rimane una cosa vuota se non genera nuovi comportamenti. È fin troppo facile dichiararsi dalla parte giusta rispetto al passato nazista e dire di provare compassione per gli ebrei e i perseguitati e poi diventare indifferenti a quanto ci accade intorno. La memoria non è un antidoto nei confronti del male se non siamo disposti a cambiare e ad ascoltare l’altro.

È questa allora la grande originalità dei Giardini, che devono ispirare nuovi comportamenti.

Per questo noi di Gariwo ci siamo ispirati all’esperienza di Charta ’77, dove Jan Patocka e Vaclav Havel invitavano i cittadini praghesi a reagire al conformismo e alla servitù volontaria con una assunzione di responsabilità nella vita quotidiana. Non solo firmavano un documento di adesione a certi principi etici, ma si impegnavano personalmente a diventare attori di nuove e buone pratiche nella società.

 

Ma in che tempi viviamo oggi?

La generazione di cui faccio parte ha visto, per lo meno in Europa, la fine dei conflitti, la sconfitta delle dittature e del totalitarismo comunista, la crescita delle libertà, dei diritti e di un mondo condiviso.

Sembrava per certi versi una marcia inarrestabile, dove si poteva immaginare un orizzonte cosmopolita e il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali per affrontare le sfide del nostro tempo, e in primo luogo i cambiamenti climatici.

E invece oggi la crisi economica, i grandi problemi delle migrazioni, le ineguaglianze provocate dalla globalizzazione, stanno provocando un ritorno ai nazionalismi, alle identità etniche, alla chiusura in se stessi.

Sembra mancare la volontà politica di riformare le Nazioni Unite e la comunità europea, per affrontare su nuove basi le sfide globali.

Ciò che più colpisce è che, in modo molto allegro e per certi versi inconsapevole, molti abbracciano l’idea di un nemico da cui difendersi e quella della chiusura nelle proprie identità come soluzione di tutti i problemi.

La cultura del nemico si ripresenta fra chi sostiene che bisogna ribellarsi a qualsiasi vincolo internazionale proponendo di mettere al primo posto gli interessi del proprio Paese.

Pensiamo agli slogan “American First di Trump”, o “prima gli italiani” di Salvini, o prima i polacchi o gli ungheresi di Kazynski e Orban, o alle minacce dell’Iran o di tutti i fondamentalisti in Medio Oriente.

Tutto questo viene raccontato con grande euforia, ma può presto diventare l’anticamera di nuovi pericolosi conflitti nel mondo.

Si comincia con gli insulti, con le minacce dei politici sui social, con parole che propongono la resa dei conti, ma tutto questo può rapidamente degenerare da un giorno all’altro in una forza incontrollabile che sfugge al controllo degli esseri umani. È l’ipseità della guerra, come spiega bene Sylvain Tesson nel suo libro “Un’estate con Omero”.

Quando la guerra prende corpo a partire dalla miccia innescata dalle pulsioni incontrollate vive di vita propria, come una persona, e gli esseri umani ne sono catturati e condizionati. A quel punto gli uomini devono per forza combattere.

Diventa a quel punto difficile potere scegliere. Quando si mette in moto il meccanismo della guerra è troppo tardi. È accaduto per la guerra di Troia, dove gli eroi omerici esitavano a combattere, ma poi ne furono tutti trascinati.

Il gusto della contrapposizione viene addirittura presentato come una operazione salvifica da Steve Bannon, il massimo teorico dei nuovi nazionalismi che sogna la rigenerazione del mondo attraverso la ribellione dei Paesi ai poteri sovranazionali.

È come dire che ci vorranno le guerre per costruire nuovi assetti nel mondo.

L’internazionale populista che si vorrebbe fondare a Bruxelles è un vero e proprio controsenso, perché nella storia non si è mai vista la solidarietà tra i nazionalismi: un nazionalismo vive soltanto nella contrapposizione con l’altro. Chi accende le micce dell’odio e del rancore non le può controllare.

 

La cultura del nemico si è oggi radicata attorno al problema dei migranti. Li si presenta non come una pluralità variegata di uomini e donne con storie, opinioni ed esperienze diverse, ma come una massa uniforme composta di lavativi che vorrebbero vivere sulle nostre spalle e che sono imbevuti di una cultura antagonista alla nostra che vorrebbe contaminarci portando la sharia in Europa.

I musulmani sono indicati da alcune forze come i nostri più pericolosi nemici, da cui dovremmo difenderci.

Non solo non c’è passione per lavorare con loro per una interazione sui valori democratici, ma chi cavalca la paura per la loro presenza non si assume nessuna responsabilità per lo sviluppo economico dell’Africa, e nemmeno è interessato ad aiutare i Paesi arabi ed africani a percorrere la strada della democrazia, preoccupato soltanto di ergere una barriera poliziesca ai nostri confini per impedire la fuga di chi si batte per la sopravvivenza.

Un esempio clamoroso di questa indifferenza verso i diritti umani nel mondo ci viene dall’assassinio atroce del giornalista Jamal Khashoggi.

Il presidente Trump ha dichiarato che la questione dei diritti umani in Arabia Saudita (anche il delitto più terribile) era per lui secondaria rispetto agli interessi economici degli Stati Uniti.

Che importa, ha sostenuto il presidente americano, se c’è un dittatore sanguinario e ci sono degli esseri umani che soffrono a causa sua, basta che quel Paese faccia dei buoni affari con noi e che sia un nostro alleato.

Non è solo il presidente americano a pensarla in questo modo. I sovranismi deresponsabilizzano i cittadini a sentirci partecipi di quello che accade nel resto del mondo. Papa Francesco ha usato per questo una grande espressione: la globalizzazione dell’indifferenza. Sembra venire meno una spinta ideale a prevenire i genocidi, a risolvere i conflitti, a interrompere le guerre. La Siria e lo Yemen sono uno dei tanti esempi di una fuga di responsabilità da parte della comunità internazionale. E il nostro Paese, impegnato in una opera di respingimento dei migranti, è del tutto assente sulla scena internazionale.

 

La cultura del nemico non contrappone solo una nazione contro l’altra (come accade per esempio da noi, dove improvvisamente i francesi e i tedeschi sono presentati come gli ostacoli al nostro benessere), ma tocca la stessa vita democratica.

Quando qualcuno che ha vinto le elezioni si erge ad assoluto portavoce del popolo, come ricordava Karl Popper, nega che il popolo abbia una pluralità di rappresentanze e cerca la scorciatoia piegando la vita politica ad una sola opinione.

Da qui nascono gli attacchi alla stampa, ai corpi intermedi dello Stato, alla magistratura, agli organi della democrazia rappresentativa, allo stesso presidente della Repubblica.

Tutti quelli che non rappresentano il loro elettorato vengono considerati fastidiosi e ingombranti. Chi esprime posizioni diverse viene considerato come un nemico, un portatore di complotti.

Per alcuni politici addirittura il consenso nella rete diventa più importante della verifica nelle istituzioni rappresentative.

I social e i like sono il nuovo soviet, la vera espressione della volontà popolare, mentre il Parlamento e le istituzioni europee rappresentano un ostacolo.

Oggi c’è chi, come Orban, parla della legittimità della democrazia illiberale senza nessuna inibizione.

Quanto è capitato in Ungheria, in Polonia, e in modo drammatico in Turchia potrebbe ripetersi anche da noi.

 

Ciò che però colpisce nei discorsi che chiamano a raccolta le opinioni pubbliche contro i nuovi nemici è che tutto questo viene fatto in nome dell’esercizio della libertà.

Si potrebbe usare una definizione nuova: un illuminismo rovesciato e capovolto.

Lo vediamo nei social e nella rete.

C’è chi infatti pensa di potere dire tutto su tutto, di prendere posizione senza avere nessuna conoscenza, di indicare al pubblico disprezzo quelli che di volta in volta considera nemici del suo modo di pensare.

Si sente così onnipotente e portatore di una verità assoluta che in realtà è soltanto la sua.

Kant, come ricorda il filosofo Rocco Ronchi, aveva chiamato gli individui a uscire dallo stato di minorità e usare la ragione senza che qualche autorità decidesse al loro posto.

Il filosofo tedesco voleva esaltare la responsabilità personale dell’individuo, che così non era più minorenne e diventava finalmente un uomo maturo.

Oggi però sulla rete si è affermato un concetto distorto della responsabilità.

Chi si esprime in un certo modo non riconosce la propria umiltà e non riconosce i propri limiti, ma pensa di potere esprimere un parere unilaterale su tutto – dalla scienza, alla medicina, alla politica e all’economia.

Non si accorge che quando interviene ha una grande responsabilità, perché il meccanismo della rete potrebbe amplificare un pensiero non corretto e persino una menzogna.

Egli così può fare grandi danni per un uso improprio della sua libertà.

Ma non è solo questo.

Chi si sente superiore a qualsiasi scienziato, a qualsiasi filosofo, a qualsiasi ingegnere, per forza di cose non cerca il dialogo e il confronto, ma è poi portato a stigmatizzare chiunque non la pensa come lui.

È anche in questo modo che si afferma la cultura del nemico.

Non è un caso che nella rete si ritrovino spesso delle piccole tribù che amano le crociate e mettono a tacere chi la pensa diversamente.

L’esercizio della libertà diventa così un apprendistato all’odio.

Tutt’altro dall’impostazione di Kant, che preconizzava la libertà individuale di un uomo responsabile e maturo.

Oggi però nella rete non circolano solo dei saputelli, ma dei veri e propri professionisti che con l’uso di una tecnica sofisticata fanno circolare delle fake news e alimentano così l’odio.

Siamo tutti chiamati a isolarli, perché il loro effetto si fa sentire nella società e condiziona il comportamento della gente.

Cosa possiamo allora noi fare per contrastare l’odio, l’indifferenza e la cultura del nemico?

Sono convinto che i Giardini dei Giusti che hanno prima di tutto un ruolo educativo possono proporre nelle scuole e nelle amministrazioni delle nuove pratiche e dei comportamenti esemplari. Possono infatti seminare e creare un meccanismo di emulazione positiva nella società. Come ha insegnato Spinoza il bene si alimenta e si diffonde quando ci sono uomini che lo praticano.

Con i Giardini dei Giusti possiamo prima di tutto insegnare ai giovani che il mondo è una patria comune e che può sopravvivere soltanto con una cooperazione attiva.

Dobbiamo spiegare che siamo tutti connessi gli uni con gli altri nel mondo con i social, le comunicazioni, ma, come dice Agnes Heller, non siamo capaci di vivere con una responsabilità cosmopolita.

Possiamo viaggiare nelle strade di internet e conoscere in diretta tutto quello che accade in ogni angolo del pianeta, ma non ce ne occupiamo.

Stiamo clamorosamente fallendo di fronte all’incombenza dei cambiamenti climatici. Siamo la generazione che vede ogni giorno i primi effetti del riscaldamento globale e rischiamo di essere la generazione che passerà alla storia per non avere fatto nulla per impedire delle catastrofi epocali, come la precedente che non ha impedito il genocidio degli ebrei, quando lo poteva fare.

Ecco perché dovremmo introdurre nei Giardini il tema dei Giusti per l’ambiente, che potremmo chiamare i Giusti per la salvezza del pianeta.

Il pericolo che incombe, paradossalmente, potrebbe spingerci tutti a ritrovare il senso di appartenenza ad unica natura.

Del resto la parola cosmopolita nell’antichità aveva questo significato. Facciamo tutti parte della stessa natura e dello stesso cosmo, indipendentemente se viviamo a Roma, a New York, a Parigi, o a Gerusalemme.

Probabilmente se siamo consapevoli di questa sfida potremmo sfidare la ristrettezza dei nazionalismi e i meccanismi dell’odio

Che senso ha la divisione di fronte a un pericolo che sovrasta tutti? Come potrei essere contro i francesi, i tedeschi, gli israeliani, i russi, gli americani, se per affrontare i cambiamenti climatici dobbiamo costruire un fronte comune internazionale.

Mi vengono in mente alcuni grandi film di fantascienza come Indipendence day o Deep Impact, dove l’umanità si unisce contro una minaccia globale.

I Giardini dei Giusti non solo possono fare conoscere i migliori uomini impegnati nella difesa del pianeta, ma anche innescare nuovi comportamenti tra i giovani per la preservazione dell’ambiente.

Come suggerisce l’artista e fotografa Anne de Carbuccia, dovremmo prima di tutto divulgare nella scuola e nella società le ricerche dei maggiori scienziati sui cambiamenti climatici e poi, per esempio, educare a non usare più le bottiglie di plastica che poi finiscono negli oceani, oppure appoggiare le imprese e le persone che adottano uno stile di vita sostenibile.

Per combattere la cultura dell’odio e del nemico dobbiamo recuperare il significato della nostra comune appartenenza all’Europa e i valori fondanti di questo nostro destino, che vanno ben oltre alle stesse istituzioni.

Vivere da europei significa prima di tutto difendere certi valori: l’apertura all’altro, il ripudio della guerra, l’educazione alla non violenza e al rispetto della pluralità e della dignità umana, la difesa della democrazia e dei diritti umani per ogni donna e uomo nel mondo.

Se ci muoviamo con questo spirito, potremmo rigenerare la comunità europea e sentirci parte di un orizzonte che va oltre la nazione in cui siamo nati.

Seneca ci ricordava un elemento fondamentale per l’educazione dei cittadini che dovrebbe valere per l’Europa di oggi.

Ciascuno di noi è membro di due comunità: una che è realmente grande e comune, nella quale non esistono confini, l’altra è quella che ci è stata assegnata al momento della nostra nascita. È questa dialettica continua che da forza all’Europa. Chi oggi contrappone la nazione all’Europa e si rifiuta di accettare il senso di una appartenenza più grande, dimentica la storia tragica delle due guerre mondiali e ci porta a nuovi conflitti.

Ecco perché dobbiamo fare conoscere, attraverso i nostri Giardini, gli uomini Giusti che hanno costruito l’Europa, da Altiero Spinelli, a Simone Veil, a Bronislaw Geremek, a Lech Walesa.

È grazie al coraggio di questi uomini e alle loro battaglie se la nostra generazione è stata, per lo meno in Europa, più fortunata di altre e non ha conosciuto trincee o guerre, se ha visto cadere le dittature, i regimi fascisti e quelli comunisti e ha potuto viaggiare e lavorare liberamente in ogni Paese.

Dobbiamo valorizzare i Giusti europei che hanno lavorato per la conciliazione tra nazioni che si erano fatte la guerra tra di loro o che avevano commesso i peggiori genocidi nei confronti delle minoranze, in particolare gli ebrei ed i rom

Vorrei ricordare per esempio Willy Brand che si inchinò nel ghetto di Varsavia per riconciliarsi con i polacchi e gli ebrei dopo i terribili crimini commessi dai nazisti in Polonia, o l’ungherese Itsvan Bibo, che nel 1948 chiese agli ungheresi di fare un profondo esame di coscienza sulle loro responsabilità nei confronti della Shoah, o Simone Veil in Francia, che dopo essere sopravvissuta alla deportazione ad Auschwitz vide nella costruzione europea l’antidoto più importante contro l’odio nazionalista e ogni pulsione che porta alle guerre.

Per dare forza a questo senso di appartenenza europea pensiamo che prima di tutto sia fondamentale l’insegnamento della storia e la conoscenza sia dei meccanismi che hanno creato i genocidi, i totalitarismi e le guerre, sia di quelli che hanno generato da esperienze negative la spinta alla costruzione dell’Europa.

Ecco perché ci proponiamo di costruire con l’Università Cattolica di Milano, un centro permanente di formazione degli insegnanti, affinché i Giardini dei Giusti diventino nella scuola uno stimolo allo studio e all’approfondimento.

Non si può raccontare il bene suscitando solo emozioni: occorre spiegare sempre il contesto storico.

I Giardini dei Giusti possono diventare un collante e un ponte tra diverse esperienze in Europa per la conoscenza di figure morali di riferimento e per creare sinergie e collaborazioni per battaglie comuni sui diritti umani.

Immagino gemellaggi tra i diversi Giardini della comunità europea, viaggi degli studenti alla scoperta dei differenti Giardini nelle città, un concorso nelle scuole sui Giusti d’Europa.

Immagino che in un liceo di Parigi, di Londra, o di Berlino si studino e si approfondiscano le storie dei Giusti ricordati nei Giardini italiani e viceversa.

Lo studio dei Giusti europei può diventare così una educazione permanente alla cittadinanza europea.

 

Sentirsi europei non significa dimenticare la vocazione nazionale del nostro Paese in un momento in cui ci sono forze che spingono ad una contrapposizione all’Europa e che trasmettono al mondo una immagine egoista e distorta del nostro paese.

Ognuno oggi è chiamato a scegliere.

Vogliamo un Paese aperto, solidale, che crea ponti in Europa e nel resto del mondo, o dobbiamo subire una deriva che ne metta in discussione l’anima migliore?

L’immagine morale del nostro Paese è nelle mani di ogni cittadino e Gariwo vuole dare un contributo importante in questo senso.

È anche su questo elemento identitario che possiamo combattere la cultura dell’odio e del nemico.

Nella nostra storia, ad eccezione del periodo coloniale e delle leggi razziali del regime fascista, non c’è mai stata una identificazione etnica della nazione, perché siamo espressione di decine di etnie diverse che si sono integrate nella nostra penisola, come ricorda Giuliano Amato.

Siamo quindi portati all’ospitalità e all’apertura all’altro.

Siamo dunque considerati nel mondo non solo come un Paese ospitale, ma con un’anima umanitaria che lavora per la conciliazione e la risoluzione dei conflitti.

Gli altri ci vedono come il Paese della bellezza, della cultura, delle arti, dell’architettura, ma anche come il Paese del Bene e della generosità.

La maggiore ricchezza per un Paese nelle sue relazioni internazionali è il suo carattere morale.

Lo abbiamo perso durante il fascismo e le sue infami leggi razziali, ma oggi siamo tutti chiamati a custodire con orgoglio l’anima migliore dell’Italia.

Ecco perché è molto importante il percorso che Gariwo ha cominciato con la Farnesina e che, con le rappresentanze italiane all’estero, abbiamo definito come la “diplomazia del bene”.

L’Italia e il Paese europeo che è stato all’avanguardia nella proposta del discorso sui Giusti, prima portando il Parlamento europeo a votare la Giornata dei Giusti e un anno fa approvando nella scorsa legislatura la Giornata dei Giusti dell’umanità come solennità civile.

Così il nostro Paese è diventato il motore per la costruzione dei Giardini dei Giusti a livello internazionale in Inghilterra, in Francia, in Germania, in Grecia, in Bulgaria, in Libano, in Israele, in Tunisia, in Giordania, in Armenia, in Rwuanda, in Argentina, negli Stati Uniti.

Possiamo dire che in tutti questi Paesi i Giardini dei Giusti hanno un sapore italiano.

Siamo diventati così messaggeri nel mondo non solo dell’arte e della cultura, ma anche della memoria degli uomini migliori dell’umanità.

Facciamo così conoscere non solo la bellezza dei quadri di Botticelli, di Leonardo, di Raffaello, ma anche le storie di uomini e donne come Armin Wegner, Giorgio Perlasca, Etty Hillesum, Milena Jesenska.

Se Israele è stato il primo Paese a ricordare i Giusti, oggi l’Italia sta diventando il grande amplificatore nel mondo di questa idea universale.

 

Quali nuove buone pratiche possiamo diffondere nella società attraverso la creazione dei Giardini dei Giusti?

Come i Giardini dei Giusti possono contribuire a spezzare la catena dell’odio e del rancore e creare comportamenti che creino amicizia e condivisione?

È questa la sfida più importante a cui sono chiamate tutte le scuole e le associazioni che con noi hanno iniziato questo progetto in Italia e in Europa.

Noi dobbiamo essere consapevoli che i possibili cambiamenti si manifestano prima di tutto a livello della quotidianità e negli atti concreti e normali delle persone – come diceva il sociologo Zygmunt Bauman, che per questo amava anche a novant’anni prendere l’autobus e il tram per i suoi itinerari nelle città, per potere ascoltare le parole della gente.

È dunque sempre nella società che dobbiamo seminare, se vogliamo vedere dei risultati a livello più alto. Le istituzioni si trasformano a partire dal comportamento degli individui.

È l’effetto di quello che Havel e Patocka chiamavano a Praga il potere dei senza potere che poteva condizionare e modificare il vero potere.

Ma perché questo possa accadere ci vuole un processo di educazione permanente a livello sociale, e non una imposizione giacobina dall’alto.

Il primo compito è quello di creare delle esperienze comunitarie attorno ai Giardini che rendano possibile il superamento degli stereotipi e dei pregiudizi non solo tra la popolazione e i migranti, ma tra le stesse minoranze religiose e culturali.

Immagino che i Giardini possano diventare luogo di incontro tra fedeli di religioni diverse, spezzare l’equazione che fa di ogni musulmano un potenziale terrorista o un propagandista della Sharia, ma anche affrontare alla radice il pregiudizio anti-ebraico tra quanti nelle comunità musulmane non riconoscono il diritto all’esistenza dello Stato ebraico.

Accogliere non solo non è sufficiente, ma è anche sbagliato ritenere che i diversi messi assieme si possano arricchire a vicenda senza mediazioni con un processo automatico di cross-fertilization.

Se il primo passo è la conoscenza reciproca (Socrate diceva nei dialoghi di non sapere perché voleva prima di tutto conoscere l’altro), il passo successivo è quello di creare dei percorsi comuni dove ognuno, riconoscendo la comune umanità, sia impegnato ad assumersi una responsabilità sui problemi del nostro tempo – dall’emancipazione femminile, alla lotta contro la violenza e il terrorismo, alla battaglia per la pace.

Ecco perché abbiamo proposto di invitare nei Giardini dei Giusti i rappresentanti di tutte le comunità religiose (musulmani, cristiani, ebrei buddisti) e di tutte le minoranze che vivono nel nostro Paese, affinché possano con noi diffondere il messaggio dei Giusti di tutto il mondo.

I Giardini dei Giusti possono così diventare un luogo di accoglienza, di condivisione, di esperienze comuni.

 

Il secondo compito è quello di creare attorno ai Giardini un movimento di educazione che ponga freno alla cultura del disprezzo e del nemico nel dibattito politico e nell’uso dei social.

Vorremo che i cittadini vigilassero e contribuissero nell’ambito delle loro possibilità ad impedire che nella vita pubblica prevalga la logica dell’insulto e delle invettive personali. Ogni cittadino dovrebbe con atto di responsabilità esprimere la sua riprovazione quando un politico si esprime con disprezzo, disumanizza le persone, racconta delle bugie e presenta chi la pensa diversamente come un nemico da abbattere.

Ognuno di noi, indipendentemente dalle sue opinioni politiche, dovrebbe sentirsi impegnato a ricostruire una Polis di amici che discutano con garbo, si confrontino sul piano delle idee e rispettino le competenze e le conoscenze.

Una democrazia vera funziona quando nessuno si sente portatore di una verità assoluta o si autonomina rappresentante unico della volontà del popolo e cerca per il buon governo la cooperazione di tutti.

Oggi però i cittadini hanno una responsabilità diretta quando si esprimono sui social. Ogni  parola può avere un effetto immediato nella società perché, se condivisa, può essere letta da tutti.

Ecco perché è importante insegnare a dialogare con il gusto del rispetto dell’altro, a non fare circolare informazioni e notizie non verificate, ad accettare senza pregiudizi il confronto con opinioni differenti.

I social devono trasformarsi in un luogo di conversazione civile, nello spirito di Kant, utile alla conoscenza e alla condivisione, e non in un’arena dove delle tribù contrapposte vanno alla ricerca del nemico.

Perché i Giardini dei Giusti possono contribuire con le loro attività alla diffusione di una cultura del dialogo e possono diventare uno strumento per mettere un argine all’odio e alla cultura del nemico? Il motivo è nella loro genesi. I Giardini sono l’espressione della pluralità umana, perché raccolgono storie ed esperienze diverse e vogliono insegnare nuovi comportamenti nel tempo difficile e complesso che viviamo oggi.

Noi di Gariwo cercheremo di raccogliere e diffondere sul nostro sito e attraverso il nostro network tutte quelle esperienze esemplari che vanno in questa direzione.

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Ritrovare l’Europa
di 
Francesco Cataluccio

“Gioia, il tuo incanto rende uniti (…), i mendicantii diventano fratelli dei prìncipi. Abbracciatevi, moltitudini! Questo bacio vada al mondo intero!”.

Cotanto invito alla fratellanza è l’ Inno alla gioia (An die Freude, 1786), del poeta tedesco Friedrich Shiller, musicato da Ludwig van Beethoven nella Nona Sinfonia, ed è stato adottato, nel 1972, come inno europeo. Un inno che si esegue poco, mentre continuano a imperversare quelli nazionali (alcuni particolarmente retorici e bellicosi),  perchè rimane ancora incompiuta l’Europa.

Significativamente, il regista polacco Krzystof Kieślowski, nel Film blu (1993), immaginò la storia di un musicista che, morendo in un incidente stradale, lascia incompiuto l’inno europeo…

 

Per introdurre il discorso che farò mi serve una fotografia e la sua storia che ci parla di anticonformismo e rifiuto dell’intolleranza.

Il signore evidenziato da un cerchio della polizia è il tedesco AUGUST LANDMESSER (1910-1944). Era un operaio che lavorava presso l’arsenale navale Blohm & Voss di Amburgo: fu l’unico fra centinaia di operai e autorità che si rifiutò di eseguire il saluto nazista ad Adolf Hitler, rimanendo impassibile a braccia conserte nel corso dell’inaugurazione del varo della nave scuola della marina militare tedesca, la Horst Wessel, il 13 giugno 1936. Landmesser era stato membro del Partito Nazionalsocialista dal 1931 al 1935, costretto all’adesione solamente perché spinto dal bisogno di ottenere un posto di lavoro. Cominciò ad osteggiare il nazismo quando fu accusato di “disonorare la razza”, avendo avuto due figlie da una donna di religione ebraica (Irma Eckler che fu arrestata nel 1938 dalla Gestapo e detenuta dapprima nel campo di concentramento di Fuhlsbüttel ad Amburgo e successivamente trasferita nei campi femminili di Oranienburg e Ravensbrück, per poi venir soppressa il 28 aprile del 1942). Landmesser fu dapprima espulso dal Partito e poi incarcerato due volte nel campo di concentramento di Börgermoor. Nel febbraio 1944, fu mandato al fronte dove morì nel corso di una missione operativa a Stagno in Croazia. Questa la foto, scattata per giustificare la sua sentenza (ritrovata soltanto nel 1991 e pubblicata da “Die Zeit”), è diventata un emblema dell’eroismo. Landmesser con il suo gesto non ha salvato nessuno, anzi si è condannato, ma ha salvato il suo onore e quello dell’umanità: per questo Landmesser deve essere ricordato come un Giusto.

Quand’è che si iniziò a pensare l’Europa come la intendiamo e vorremmo, e in parte conosciamo, oggi? Nel bel mezzo della tragedia della Seconda Guerra Mondiale, nel 1941, nel confino dell’isoletta di Ventoteene, due antifascisti, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, che ebbero modo di discuterne con gli altri prigionieri, scrissero Il Manifesto di Ventotène (titolo originale: Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto), che auspicava l’unità europea, e fu poi pubblicato e diffuso da Eugenio Colorni[1]. Con qualche ingenuità, ma si pensi a quando e dove fu scritto, il Manifesto prefigurava la necessità di istituire una federazione europea dotata di un parlamento e di un governo democratico con poteri reali in alcuni settori fondamentali, come economia e politica estera, passando per una breve fase dittatoriale: “Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato e attorno ad esso la nuova democrazia.” La Storia mostrava infatti che tutti i grandi aggregati nazionali erano sorti attraverso un’unificazione imposta, spesso con la forza, dalla nazione egemone (si pensi all’Impero russo, alla Prussia, ma persino all’unità d’Italia). La grande sfida era che questa unità fosse il risultato di una rivoluzione di tutti i popoli europei. Era necessario cioè un movimento che sapesse mobilitare tutte le forze popolari attive nei vari paesi al fine di far nascere uno Stato federale, con una propria forza armata e con “organi e mezzi sufficienti per far eseguire nei singoli stati federali le sue deliberazioni dirette a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli stati stessi l’autonomia che consenta una plastica articolazione e lo sviluppo di una vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli”.

La riforma della società, volta a far riprendere immediatamente in pieno il processo storico contro la disuguaglianza e i privilegi sociali, doveva passare attraverso la rivoluzione europea, necessariamente socialista “cioè dovrà porsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la realizzazione per esse di condizioni più umane di vita”.

Per questo motivo Altiero Spinelli fondò poi, tra il 26 e 28 agosto del 1943, nella casa milanese del chimico Mario Alberto Mario Rollier, con Eugenio Colorni, Ernesto Rossi, Ursula Hirschmann, Manlio Rossi Doria, Giorgio Braccialarghe e Vittorio Foa, il Movimento Federalista Europeo.

Di unione europea si ricominciò a parlare più concretamente alla fine degli anni quaranta, al termine della complicata fase dei trattati di pace e della prima ricostruzione. Il ministro degli affari esteri francese, Robert Schuman, nella  sua “Dichiarazione” del 9 maggio 1950, che viene considerata il primo discorso politico ufficiale in cui compare il concetto di Europa, espresse il desiderio di superare la rivalità storica tra Francia e Germania, paesi legati alla produzione di carbone e acciaio. Tendere la mano ai nemici sconfitti, far sì che la Germania non venga frazionata in tanti piccoli staterelli e umiliata oltre misura (come era accaduto dopo la Prima Guerra Mondiale):

“La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano. Il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche. (…) L’Europa) sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una SOLIDARIETÁ di fatto”.

L’Unione Europea, al suo sorgere (nel 1950), si chiamò Ceca (Comunità del carbone e dell’acciaio) e troverà poi la sua piena realizzazione un anno dopo (nel 1951) con il cosiddetto “Trattato di Parigi”, al quale aderirono Belgio, Francia, Germania Occidentale, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi. Gli artefici di questo inizio di unità europea furono un francese, Robert Schuman, un tedesco, Konrad Adenauer e un italiano, Alcide De Gasperi: tre uomini che avevano vissuto sulla propria pelle gli orrori della guerra, tre perseguitati dal nazifascismo, tre statisti. Questo accordo, di carattere economico, aveva alle spalle una filosofia che può essere racchiusa nello slogan “MAI PIÚ”: mai più guerre, odi e distruzioni, che avevano sempre afflitto il continente europeo ma che, con le due Guerre Mondiali e il moderno sviluppo della Tecnica, avevano assunto proporzioni catastrofiche insostenibili. Come ha sottolineato proprio pochi giorni fa (il 26 novembre) il Presidente delle Repubblica, Sergio Mattarella, al Teatro Carignano di Torino, per l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università:

“Se negli anni Cinquanta alcuni stati hanno deciso di mettere insieme economia e risorse energetiche, dando vita alla storica scelta di integrazione dell’Europa a cui tanti paesi si sono fortunatamente associati è perché avvertivano un sottofondo e la base di comune cultura”.

Non staremo qui a rifare la storia dell’Unione europea, ma già così possiamo comprendere quale, sin dall’inizio, fosse la difficile posta in gioco: un’unione economica che avrebbe dovuto andare di pari passo con un’unione politica e amministrativa, culturale e sociale.

Una grande accelerazione all’Unione Europea, e il suo allargamento, sono avvenuti con la caduta dei muri tra Ovest ed Est, nel 1989. I piccoli paesi dell’Europa Centrale e dell’Est, avendo perso l’Europa e l’Occidente, dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’hanno capita e rivendicata con coraggio e ostinazione, pur mantenedo contemporaneamente vive misere istanze nazionalistiche. Proprio per questo, la spinta a ricongiungersi all’Europa è stato uno dei motori dei movimenti sociali e politici che hanno contribuito all’abbattimento dei regimi totalitari.

“Noi moriremo per l’Ungheria e per l’Europa”, è il messaggio che inviò al mondo, via telex, il direttore dell’agenzia di stampa ungherese un attimo prima che i carrarmati sovietici conquistassero Budapest.

Questo sogno dell’Europa è stato alimentato soprattutto da intellettuali come lo scrittore ceco Milan Kundera, che, tra l’altro, scrisse, nel 1983, un testo amaramente lucido: Un occidente sequestrato: ovvero la tragedia dell’Europa centrale[2].

Sosteneva Kundera:

“I popoli centroeuropei sono inseparabili dalla Storia europea, non potrebbero esistere senza di lei, ma non rappresentano che il rovescio di questa Storia, le sue vittime e i suoi outsider. È da questa esperienza storica disincantata che nasce l’originalità della loro cultura, della loro saggezza, della loro mancanza di serietà che si fa beffe della grandezza e della gloria: ‘Non dimentichiamoci che è solo opponendoci alal Storia in quanto tale che possiamo opporci a quella di oggi’. Mi piacerebbe incidere questa frase dello scrittore polacco Witold Gombrowicz sulla porta d’ingresso dell’Europa centrale”.

Altrove Kundera rivendicava con orgoglio la natura di quest’ Altra Europa:

“Spesso mi sembra che la cultura europea conosciuta nasconda tuttora un’altra cultura, sconosciuta, delle piccole nazioni dalle lingue curiose: quella dei polacchi, dei cechi, dei catalani, dei danesi.  Si ritiene che i piccoli siano per necessità imitatori dei grandi. È un’illusione. Essi sono persino molto differenti. La prospettiva di un piccolo non è la stessa di un grande. L’Europa delle piccole nazioni è ancora oggi un’altra Europa, ha un altro punto di vista e il suo sistema di pensiero è spesso il vero contrappunto dell’Europa dei grandi. (…) Gli ebrei e i cechi non hanno avuto la tendenza a identificarsi con la Storia, a vedere serietà e senso nei suoi spettacoli. Un’esperienza immemorabile li ha disabituati a venerare questa Dea, a tessere elogi della sua saggezza. Così, l’Europa dei piccoli stati, meglio protetta contro la demagogia della speranza, ha avuto un’immagine più lucida dell’avvenire che non l’Europa delle grandi nazioni, sempre pronte ad esaltarsi con la loro gloriosa missione storica”.[3]

Già a partire dall’Ottocento, nell’Europa centrale, era cominciata a formarsi un’intelligentsia di origine borghese indipendentista, e filo-occidentale allo stesso tempo, che rivendicava l’identità culturale e linguistica del proprio paese ma guardava all’Europa come a un sogno di modernità ed emancipazione nazionale e sociale. Come ha notato il filosofo polacco Krzystof Pomian, ne L’Europe et ses nations (1990): “Se esistono nazioni delle quali si può dire che furono create dai loro stati, queste nazioni invece sono state create dalle loro élites religiose e culturali, dai loro sacerdoti e maestri di scuola”.

Un ruolo fondamentale lo giocarono gli ebrei: costretti ad attraversare i confini  per le persecuzioni e anche per lavoro, educati al di sopra delle dispute nazionali, essi sono stati il principale elemento cosmopolita e integratore dell’Europa centrale, il suo cemento intellettuale, la sua condensazione spirituale. Anche per questo motivo sono stati perseguitati e anche sterminati dai nazionalisti, e ancor oggi sono considerati con ostilità dai nemici dell’Europa.

Gli intellettuali centroeuropei, proprio per il fatto di appartenere a piccoli paesi vittime dei vicini più potenti e prepotenti, che spesso soffiarono sul fuoco delle esasperazioni nazionaliste, hanno avuto le antenne più sensibili nel capire i guasti del totalitarismo, del populismo, del razzismo, dell’intolleranza religiosa. Intellettuali come il filosofo ungherese Istvàn Bibò[4], il poeta polacco, premio Nobel nel 1980, Czesław Miłosz (autore, nel 1959, del bellissimo saggio Europa familiare[5], il drammaturgo e politico ceco Václav Havel (diventato presidente del suo paese dopo il 1989), lo scrittore rumeno Paul Goma, solo per citare i più noti, ci hanno aiutato a capire la “vulnerabilità dell’Europa”, sono riusciti a convincere le società civili dei propri paesi della necessità di “tornare in Europa” perché dell’Europa e dei suoi valori si sentivano parte  e la consideravano un antidoto contro il cieco nazionalismo.

Purtroppo, dopo la caduta dei muri, molti abitanti dei paesi ex comunisti immaginarono che entrare finalmente in Europa avrebbe significato maggiore benessere. Non è stato per tutti così. E quindi l’Europa è diventata il capro espiatorio di tutte le delusioni a seguito di troppo facili illusioni. La cosiddetta Europa di Maastricht (dal nome del paesino dei Paesi Bassi dove il 7 febbraio 1992 fu firmato il Trattato dell’Unione Europea), che permette, in base all’Accordo di Schengen, a tutti i cittadini dei 26 stati europei di circolare liberamente nel continente senza passaporto, e prometteva di avere, in prospettiva, una moneta unica, una sola bandiera, una sola polizia ed esercito, oggi è ferma e fa acqua da tutte le parti.

Le forze di destra, che hanno sempre visto nell’Europa e nei suoi ideali il nemico del loro nazionalismo, hanno avuto gioco facile nell’attaccare i partiti liberal-democratici che, pur tra errori e indecisioni, hanno gestito con successo la transizione. Li hanno accusati di essere rappresentanti delle élite cittadine privilegiate al servizio della Germania e della Francia (considerate le “padrone dell’Europa”), delle banche e degli stranieri che si sono comprati a buon mercato le aziende post comuniste.

Nel nome dell’orgoglio nazionale e del mancoltento delle popolazioni rimaste ai margini e, a volte, ulteriormente impoverite, hanno preso campo ideologie nefande, demagogiche, semplificatorie e intolleranti, che hanno conquistato rapidamente consensi sempre crescenti in fasce di popolazione “dove alberga l’impotenza e la frustrazione di chi è stato costretto a immaginare mondi che non possiederà mai”. Con le elezioni hanno preso il potere maggioranze che oggi governano, grazie a leggi elettorali discutibili, in modo autoritario, non rinunciando ai vantaggi europei (sussidi all’agricoltura e alle infrastrutture), ma contrastando, in nome della propria sovranità, gli obblighi comunitari (sia in materia di quote di migranti, che del rispetto dei prìncipi costituzionali e dei valori di laicità e tolleranza previsti dalla carta d’Europa).

Come scrisse Friedrich Nietzsche nelle sue Considerazioni inattuali:

“Il nazionalismo è l’effluvio di chi sa andar fiero solo del fatto di essere un gregge”. Il nazionalismo e il populismo sono i peggiori nemici dell’Europa perché ne mettono in discussione i valori e gli accordi.

Proprio per questo, i valori europei sono la migliore arma per sconfiggere gli egoismi, le intolleranze, gli odi. Una grande responsabilità spetta quindi oggi alle scuole per diffondere questi valori educando alla democrazia, alla tolleranza, al rispetto, alla fratellanza, al sentirsi cittadini dell’Europa e del mondo.

Lo storico del Medioevo, Bronisław Geremek, che fu uno dei consiglieri di Solidarność e poi Ministro degli esteri e artefice dell’ingresso della Polonia nell’Unione europea e nell’Alleanza atlantica, ed autore tra l’altro di un volume intitolato Le radici comuni dell’Europa[6], era inizialmente convinto che si dovesse partire dalla conoscenza comune della Storia dell’Europa. Ma la cosa si è dimostrata impossibile. Nonostante gli sforzi di associazioni di insegnati come EUROCLIO (fondata nel 1993), con sede a L’Aia, che si occupa di facilitare l’introduzione delle più recenti innovazioni didattiche nell’insegnamento della storia nei paesi che fanno parte dell’Europa, non si sono fatti passi avanti. Nonostante le Raccomandazioni per i Professori di Storia, emanate nel 2001 dal Consiglio d’Europa, ci si è accorti che, proprio a partire da quell’anno, l’interesse politico per un approccio storiografico di tipo nazionale andava rapidamente crescendo nei curricola scolastici di molti Paesi, con una conseguente diminuzione d’interesse per le tematiche europee. Già nel 1992 si era tentato di produrre un testo scolastico di storia su scala europea, radunando un gruppo di dodici storici in rappresentanza di altrettanti Stati europei. Il risultato è stato un fallimento: la Storia dell’Europa. Popoli e Paesi[7], in francese nell’edizione originale (la lingua che tutti gli autori hanno convenuto di utilizzare), non sta in piedi e dimostra che dopo secoli di guerre e masacri, confini che si sono spostati decine di volte, è impossibile scrivere una storia dell’Europa che  metta d’accordo e accontenti tutti. La complessità è tale che non si fa ridurre e risolvere con dei compromessi. Non è quindi dalla Storia che si può pensare creare una coscienza europea comune. Bisogna partire dai VALORI.

Ma cosa sono i VALORI EUROPEI?  Quali sono le RADICI COMUNI DELL’EUROPA, oggi messe in discussione dal risorgere degli egoismi nazionali?

Vale la pena ritornare al lavoro del regista polacco Krzystof Kieślowski.  Dopo la caduta del regime comunista, e mentre la  Polonia come gli altri paesi del Centro Europa, faceva i passi necessari per entrare nell’Unione Europea, Kieślowski iniziò a lavorare a un progetto di tre film che mettessero a fuoco, con delle storie esemplari, l’importanza e le contraddizioni dei valori europei. Tre film intitolati come i colori della bandiera francese – Film blu (1993), Film bianco (1994), Film rosso (1994)- e rappresentanti ciascuno i tre valori fondamentali: LIBERTÁ, EGUAGLIANZA, FRATERNITÁ.

Questi -assieme al collante che alla Rivoluzione francese mancò: la TOLLERANZA- sono i valori dell’Europa. Purtroppo, seppur tra mille contraddizioni, il primo e il terzo si sono abbastanza realizzati, il secondo (l’Eguaglianza) non si è, pur nei limiti del possibile e le compatibilità con un sistema economico come quello capitalistico, diffuso. Anzi, con la crisi economica, le ineguaglianze sono cresciute, dividendo ancor di più i cittadini europei tra benestanti e disagiati. Nel vuoto di questo Europa sentita come traditrice è cresciuta la malapianta dell’intolleranza e del risentimento. L’arrivo dei migranti ha ulteriormente accentuato la diffidenza e la paura verso lo straniero, ma già prima si era assistito a vergognose campagne contro persone della stessa Europa: si pensi agli attacchi all’ ”idraulico polacco”, al “lavavetri rumeno”, all’albanese, al bosniaco…: attacchi che, del resto, non erano del tutto nuovi basti ricodare, negli anni cinquanta, queli contro i lavoratori italiani meridionali, e negli anni settanta contro gli emigranti turchi (e vediamo oggi che grande, madornale, errore è stato tenere fuori l’allora ancora laica Turchia dall’Europa).

Nel Film rosso (Fraternità) di Kieślowski, che è quello della trilogia ad aver avuto il maggior successo, c’è un episodio iniziale che merita una riflessione: la protagonista che salva un cane investito da una macchina. Ci farà capire che non lo ha fatto né per l’animale, né per il suo padrone, ma per salvare se stessa. La fratellanza è anzitutto un aiuto a se stessi.

Questo mi pare anche il senso del ragionamento che abbiamo sempre fatto sui Giusti. Non santini o eroi da cartolina, ma persone vere (con tutte le contraddizioni e difetti umani): uomini e donne che hanno messo a repentaglio la propria vita per salvare gli altri: “Cosa avreste fatto al mio posto?”, chiedeva candidamente il commerciante Giorgio Perlasca, convinto fascista, che salvò a Budapest centinaia di ebrei dalla furia nazista. Salvando quelle persone, rispondendo all’indignazione della sua coscienza, aveva in fondo salvato anche se stesso.

L’esperienza del lavoro sui Giusti e la creazione dei Giardini che li ricordano e li fanno vivere nelle esperienze educative, ci insegnano che bisogna ripartire dagli individui, dai singoli e concreti cittadini europei, con i loro retaggi culturali particolari e i loro mille linguaggi, facendo conoscere i valori europei universali come sono stati assimilati, vissuti e messi in pratica da persone che sono state straordinarie ma come potrebbe essere ciascuno di noi, se desse ascolto alla propria coscienza.

La parola “Europa” non indica un’entità geografica, ma una nozione mentale. L’Europa non deve essere uno Stato, ma una federazione di liberi stati diversi, uniti da una cultura e un destino comuni che permettono di fissare alcune regole e accordi di convivenza (che non possono però essere solo economiche, monetarie e doganali).

Dopo tutte le tragedie che l’Europa ha prodotto e subìto, soprattutto a causa dei nazionalismi, ancora recentemente (basti pensare alla tragedia delle guerre balcaniche che è stato il più grande fallimento dell’Europa) è molto importante fare proprie le parole del poeta Czesław Miłosz, che, all’inizio del suo esilio in occidente, scrisse una poesia bellissima e molto significativa intitolata Mittelberghein, Alsazia 1951:

“(…) La mia terra

Si trova qui e ovunque, da qualunque parte mi volga

O in qualunque lingua oda

Il canto d’un bimbo, la conversazione di amanti”.

 

           [1] Originariamente articolato in quattro capitoli, il Manifesto fu poi clandestinamente

diffuso, ciclostilato e pubblicato, sempre in clandestinità, da Eugenio Colorni che nel 1944 ne curò la redazione in tre capitoli: 1) La crisi della civiltà moderna); 2) Compiti del dopoguerra. L’unità europea (interamente elaborati da Spinelli, come anche la seconda parte del terzo); 3) Compiti del dopoguerra. La riforma della società (la prima parte di quest’ultimo è stata scritta da Rossi).

[2] M. Kundera, Un occidente sequestrato: ovvero la tragedia dell’Europa centrale (1983), in “Nuovi Argomenti”, n. 9 (gennaio-marzo 1984).

[3] M. Kundera, Praga: la carta in fiamme , in “L’illustrazione italiana”, n. 1, Milano 1981.

[4] I. Bibò,  A kelet-euròpai kisàllamok nyomorùsàga (Miseria dei piccoli stati dell’Europa orientale, 1946).

[5] Cz. Miłosz, Rodzinna Europa (1959), trad. it. La mia Europa, trad. di F. Bovoli, Adelphi, Milano, 1985

[6] B. Geremek, Le radici comuni dell’Europa, a cura di F. M. Cataluccio, il Saggiatore, Milano 1991.

[7] Cfr. J. van der Leeuw Roord, A common textbook for Europe? Utopia or a Crucial Challenge?, in P. Bauer et al., Geschichtslernen, Innovation und Reflexion, Centaurus, Herbolzheim 2008.


Essere giusti con se stessi e con gli altri
di Pietro Barbetta

Una strategia per combattere l’odio è pensare al singolare. L’odio si fonda sul disprezzo verso categorie umane altre dalla categoria di cui saremmo rappresentanti. C’è una serie nell’odio: verso le donne, verso i neri, verso gli ebrei, verso gli zingari, verso i richiedenti asilo, i rifugiati, gli apolidi, i nomadi, ecc. È una serie aperta, fatta di categorie. L’odio si coltiva nel rancore, che si esprime nell’insulto. Se una donna ha una relazione fuori dal matrimonio entra nella categoria delle prostitute, se un nero commette un crimine, entra nella categoria delle predisposizioni ai comportamenti antisociali, ecc. L’odio segue un tipo di ragionamento semplice, pulsionale: se un individuo, che appartiene a una categoria di persone altra dalla mia, si comporta  diversamente da quelli che appartengono alla mia categoria di persone, allora tutta la categoria a cui costui appartiene ha gli stessi comportamenti. Ma esistono cose come “categorie di persone”? Un tempo venivano definite razze, per esempio. Oggi l’odio si è sofisticato, non parla più solo il linguaggio delle razze umane, aggrega altre categorie, ad esempio: “i rifugiati”, che hanno come essenza quella di “invadere i nostri territori”.  Questo è un esempio di come si esprime oggi l’odio.

Chi combatte questa supposta “invasione del mio territorio”, è il “mio eroe”. La complessità di un fenomeno viene ridotta a un meccanismo delirante di causa-effetto. Si forma il carisma, l’eroe che salverà le masse, che possiedono un territorio, da invasori che appaiono come virus. Passando il confine svizzero, ricordo una recente intervista a un rappresentante dell’industria farmaceutica di quel paese; accusato di favorire l’assunzione di frontalieri italiani, rispose: “Assicuro che l’industria farmaceutica svizzera è assolutamente ‘sana’”. In questo caso il virus è composto da lavoratori che vivono in provincia di Varese e magari, molti di loro, pensano ugualmente degli immigrati a Varese. Ecco il punto: l’odio, come ogni forma pulsionale, che si fonda su un modo di ragionare semplice e immediato, assume una forma paradossale: chi odio se non me stesso? Chi disprezzo, se non la stessa categoria di persone a cui appartengo? Quando parlo di invasione di persone, che considero inferiori, non sto in realtà parlando della mia impotenza? Non sto pensando che gli altri, se mi rubano il lavoro, sono più intelligenti, capaci, sensibili, impegnati di me e di quelli della mia categoria? Non è forse questo senso di inferiorità che provo che mi porta a uccidere la donna che mi sta a fianco, che mi porta a invocare un eroe carismatico che caccia l’invasore? Che mi fa diventare l’eroe carismatico che stermina gli infedeli?

Essere Giusti

Se la coltivazione dell’eroe avviene in un contesto pulsionale di causa-effetto, dentro un modo di ragionare ridotto, semplice, la cultura del Giusto esige la singolarità: “il bene si fa nei minuti particolari”, sosteneva Gregory Bateson, citando William Blake. Bisogna saper aspettare perché l’eroe, che in apparenza è tutto d’un pezzo, facilmente si frantuma e torna a casa ferito. Chiunque pratica il male lo fa in primo luogo contro se stesso e non può che tornare a casa piangendo se stesso. La psicologia se ne accorse quando l’Europa fu preda delle guerre, dopo la Belle Époque, a partire dal 1914. In quegli anni al corpo del desiderio sessuale si sostituisce il corpo ferito del veterano di guerra. Si incomincia ad avere a che fare con le ferite, le torture, le carceri, i luoghi dell’aggressione, della punizione.

La clinica, quella del medico, dell’infermiere, dello psicologo, si trasforma. Il giuramento clinico ci insegna a non guardare chi sia la persona ferita, come tale va protetta, va curata. La clinica ci costringe a essere giusti. Si tratta dell’ospitalità, la stessa, sosteneva il filosofo Jacques Derrida, che veniva praticata nei conventi. Derrida ce lo ricordava quando aveva fornito un importante contributo a ripensarla. Il suo intervento al Consiglio d’Europa del 21-22 marzo 1996, presso il Parlamento internazionale degli scrittori, proponeva la costituzione di “città rifugio”; luoghi dove i richiedenti asilo potessero trovare protezione umanitaria al di là del diritto positivo e delle norme, definitive o temporanee, di ciascun paese. Al di là di quanto avevano commesso, in un salto iperbolico, che rende l’ospitalità assoluta, che va al di là dell’imperdonabile e dell’imprescrittibile. Questo il lavoro del giusto: “So che tu sei un divenire, e non appartieni necessariamente alla categoria di persone a cui appartieni.” È questo il paradosso del giusto: come divenire, ogni evento fornisce gli strumenti per uscire dalla categoria. Vale per il perseguitato, vale per il persecutore, basti leggere Legacy of Silence, un testo dello psicologo israeliano Dan Bar-On, che riuscì, in Olanda, a creare gruppi di auto mutuo aiuto tra i figlie dei persecutori nazisti e delle vittime.

Antagonismo versus dissenso

Da giovane mi dissero che la disubbidienza poteva essere una virtù, oggi ho imparato che i capricci, le lamentele, le proteste e persino i sintomi dei bambini – la vivacità, la disattenzione, la pipì a letto, la popò nelle mutande, le urla, le testardaggini – non sono altro che becchettate di un passero ai vetri, fuori dalla finestra di casa; sono segnali di dissenso. Spesso il dissenso è più forte, più tenace, dell’antagonismo.

L’antagonismo vede nemici dappertutto, è una condizione paranoica. I campioni mondiali di antagonismo furono Robespierre e Stalin, che mettevano a morte i loro stessi alleati. La logica amico/nemico ha fatto disastri e rischia di ripetersi. L’antagonismo parte da un premessa impossibile: tutto e subito. L’antagonismo è un Moloch che rende le due parti identiche, crea identità e non vede più differenze, produce totalitarismo: quando anche il minimo dubbio diventa tradimento, quando due gruppi umani producono tra loro una scissione, una Spaltung. Un fenomeno che lo psichiatra Eugen Bleuler aveva definito “schizofrenia”. Ai tempi di Bleuler si pensava a un disordine mentale irrecuperabile, inguaribile. Successivamente molti psicologi e psicoanalisti trovarono il modo di entrare in contatto con “gli schizofrenici” e oggi qualcuno propone addirittura di abolire questa categoria diagnostica. Che significa? Credo voglia dire che, anche nelle condizioni più difficili e complesse, bisogna avere fiducia nelle nostre capacità di esercitare la tenerezza, di osservare le piccole differenze che permettono a ognuno di uscire dai muri che vengono loro costruiti intorno.

Spesso si parla del fascino del male, ma il male diventa affascinante quando è immerso in una dimensione ironica, quando, nel venire descritto e raccontato, mostra la differenza tra la crudeltà e la vita quotidiana. Ciò che è affascinante è la vita, non il male, l’immanenza della vita dalla quale non possiamo mai uscire.

Termino con il sogno di una donna: “Tengo un gattino tra le braccia, nella mia stanza c’è una pantera pericolosa, mi costringono a entrare, la vedo, ha il corpo pieno di aculei, mi insegue, cerco di fuggire con il gattino tra le braccia, ma la stanza è piccola. Mi accorgo che non vuole sbranarmi, scorgo che sulla testa non ci sono gli aculei, si avvicina e io l’accarezzo, voleva solo un po’ di tenerezza”.

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