Per chi suona la sirena?

Israele

di Luciano Assin (guida turistica e autore del blog L’altra Israele)
I cambiamenti nel tran tran quotidiano possono essere anche impercettibili, ma hanno tutti un significato legato all’emergenza che di fatto non ci abbandona da due anni e mezzo. Il treno che collega Naharia a Gerusalemme parte ogni ora invece che ogni 30 minuti e il numero delle carrozze è stato diminuito del 30%, probabilmente per limitare il numero di vittime in caso che venga colpito.

Viaggiare in Israele in questo periodo è un continuo movimento all’interno della prima linea; i missili lanciati dall’Iran, dal Libano e dallo Yemen hanno di fatto azzerato il concetto di retrovia e della sicurezza personale. Ecco così che un normale viaggio fra il mio kibbutz al confine col Libano e Gerusalemme diventa un reportage di guerra o se preferite una lezione di resilienza quotidiana.

I cambiamenti nel tran tran quotidiano possono essere anche impercettibili, ma hanno tutti un significato legato all’emergenza che di fatto non ci abbandona da due anni e mezzo. Il treno che collega Naharia a Gerusalemme parte ogni ora invece che ogni 30 minuti e il numero delle carrozze è stato diminuito del 30%, probabilmente per limitare il numero di vittime in caso che venga colpito. Anche il numero di viaggiatori è calato di conseguenza, e una stazione una volta perennemente affollata come quella dell’Università di Tel Aviv è quasi deserta rispetto ai mesi precedenti.

Gerusalemme mi accoglie con una pioggerellina ed un vento fastidiosi, quasi a sottolineare che non è il momento migliore per visitarla, ma la mia missione non ammette titubanze. Sto accompagnando una haverà del kibbutz a fare una perlustrazione attraverso alcuni quartieri della città in vista dell’esame che dovrà affrontare fra poco per acquisire il tanto agognato patentino di guida turistica. Cosa se ne farà poi visto che di turisti in questo momento non se ne parla è un problema che andrà affrontato a suo tempo. “Ogni cosa a suo tempo” recita il biblico libro dei Proverbi, e non c’è niente di meglio della saggezza di Re Salomone per attenuare la tensione del momento.

Cominciamo dalla Colonia Tedesca, fondata nella seconda metà del 19° secolo dalla setta dei Templari, una gruppo religioso protestante tedesca che non ha niente in comune con l’omonimo ordine crociato che conquisto Gerusalemme nel 1099. Visitarla ad inizio primavera aggiunge un tocco in più al suo irresistibile fascino. Terminata la parentesi tedesca è la volta degli ottomani rappresentati questa volta dalla vecchia stazione ferroviaria inaugurata nel 1892 e rimasta attiva per oltre un secolo. Bastano poche centinaia di metri e questa volta il balzo temporale è di oltre 2500 anni, il periodo del Tempio di Salomone. La zona, denominata la valle dell’inferno ha una storia biblica affascinante, ed è proprio in questo luogo, legato al sanguinoso rito della divinità cananea di Moloh che ci raggiunge l’allerta telefonica che precede di dieci minuti, se sei fortunato, l’arrivo del missile. La situazione è surreale nella sua normalità, una volta localizzato il più vicino rifugio, nel nostro caso il centro studi dedicato a Begin, veniamo incanalati in una sala conferenze che si trova in un piano sotterraneo, il tutto con molta calma e senza segni di panico. L’uomo è uno strano animale, si abitua velocemente, talvolta troppo, alla nuova realtà e sa adeguarsi di conseguenza ai cambiamenti più radicali.

Dieci minuti dopo, ricevuto, attraverso il telefonino, il segnale di cessato allarme si riprende il percorso come se nulla fosse accaduto. La pioggia, quella vera, non quella missilistica, continua ad accompagnarci lungo tutta la nostra visita, forse preoccupata della nostra presenza in questa città, santa ma insicura. Tornatevene a casa, è il suo messaggio. Ma anche i più impavidi guerrieri hanno bisogno di un sostegno materiale e l’ora del tocco è gia passata da un pezzo, sono le 14 passate quando ci godiamo la meritata pausa pranzo, e questa volta non solo il dio Moloch ha avuto pietà di noi, anche gli ayatollah ci lasciano godere il gusto del fallafel e del hummus prima di riportarci in un nuovo improvvisato rifugio, questa volta nella sala d’aspetto seminterrata di un centro ospedaliero. Anche qui niente panico, nonostante la presenza di numerosi bambini, solo un misto di insofferenza e rassegnazione. L’ultima tappa ci porta ai primi quartieri costruiti fuori dalle mura della città vecchia intorno al 1856. Gerusalemme contava allora poco più di 30.000 abitanti, adesso ha superato il milione.

A bordo del treno di ritorno lo speaker ci annuncia cordialmente che in caso di un bombardamento la velocità scenderà a 30 km/h, lasciandoci sconcertati sul significato di tale scelta: è un misura cautelare o ci permetterà di goderci appieno lo scoppio che avrebbe dovuto raggiungerci prima nella valle della morte, l’ingresso della Ge’enna, l’equivalente dell’inferno? E qui comincia fra me e i miei interlocutori una filosofica discussione su come affrontare l’eventuale razzo a noi indirizzato: accettarlo come un maktub, vale dire un destino  al quale non si può sfuggire o percorrere la strada verso casa il più velocemente possibile riducendo così le probabilità statistiche? Un amletico dubbio al quale non abbiamo trovato una risposta soddisfacente.

Nuovo allarme appena arrivati a Naharia, al contrario di Gerusalemme qui la distanza dal fronte è tale che la sirena anticipa l’allerta telefonica. La gente corre, ma sempre senza panico, verso un luogo sicuro, in questo caso un parcheggio sotterraneo di un vicino centro commerciale.

Passati altri 10 minuti saliamo in macchina per l’ultima mezz’ora che ci separa da casa, adesso l’emergenza è cambiata, ma è più pericolosa e immediata. La nostra aspirante guida è stanca morta e bisogna parlarle senza sosta per impedirle un indesiderato colpo di sonno. Cosa relativamente facile visto che in un posto piccolo come il kibbutz non mancano gli argomenti su cui spettegolare. Arrivati a casa, ognuno torna alla sua anormalità quotidiana, mi rimane un unico assillo: anche stanotte suonerà l’allarme?

È una domanda stupida; la campana, pardon la sirena, suona per te.