Medioriente, aspettando la “Pax Americana”

Israele

di Aldo Baquis, da Tel Aviv

Rafforzare i rapporti fra Israele e Paesi sunniti in funzione anti-Iran. Creare alleanze politiche e legami commerciali impensabili fino a ieri: questo il punto centrale dell’“Accordo del Secolo” proposto da Donald Trump per stabilizzare la Regione. Perché è solo “normalizzando” le relazioni che sarà possibile una ripresa delle trattative di pace israelo-palestinesi

Dietro le quinte, negli uffici della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato, l’amministrazione Trump lavora da oltre un anno a quello che trionfalisticamente definisce l’Accordo del Secolo fra Israele e i vicini arabi. Che cosa esso preveda, non è dato sapere finora in forma compiuta. Di volta in volta, collaboratori del Presidente annunciano che la sua pubblicazione è imminente. Ma a ogni nuovo rinvio (e quest’anno ce ne sono stati già due), cresce lo scetticismo dei diretti interessati. L’ultimo aggiornamento da Washington indica adesso che il Piano Trump per il Medio Oriente sarà pubblicato entro la fine dell’anno. E questa volta alcuni sviluppi regionali sembrano suggerire che – al di là delle minacce militari sempre incombenti su Israele da Gaza, Libano e Siria – effettivamente qualcosa stia bollendo in pentola.
Nei calcoli dell’amministrazione Trump circa i tempi dell’Accordo del Secolo si è aggiunta a fine novembre un’altra considerazione imprevista legata alla crisi nel governo Netanyahu e alla prospettiva di elezioni anticipate. I consiglieri di Trump si sono chiesti allora se fosse opportuno accorciare i tempi della pubblicazione dei loro piani di pace, oppure al contrario se fosse preferibile attendere un chiarimento nel quadro politico in Israele.

Nuove relazioni con i Paesi sunniti
Mentre i rapporti fra israeliani e palestinesi restano bloccati (i vertici dell’Olp hanno appena consigliato ad Abu Mazen di congelare la cooperazione di sicurezza con Israele, mentre Hamas da Gaza ha lanciato sul Neghev 500 razzi dopo un incidente locale) i dirigenti di Israele hanno felicemente scoperto nelle ultime settimane di essere adesso i benvenuti in alcuni Paesi sunniti vicini. Lo stesso premier Benyamin Netanyahu è stato accolto sontuosamente, assieme alla moglie Sara, nell’Oman del sultano Qabbus. Il suo aereo è scomparso per 12 ore e non è escluso che abbia sfruttato l’occasione per fare una tappa segreta nei paraggi: possibilmente l’Arabia Saudita. La Ministra dello sport Miri Regev ha visitato Abu Dhabi con la squadra nazionale di judo, ed è stata invitata a visitare la grande moschea locale. Visite in Paesi reputati esotici in Israele sono state compiute anche dal Ministro delle comunicazioni Ayub Qara (Dubai) e dal Ministro dei trasporti e delle questioni strategiche Israel Katz (Oman).
Tutto questo, ha confermato il consigliere di Trump per il Medioriente Jason Greenblatt, non è nato dal nulla, ma anzi è stato attivamente perorato da Washington. Fra Israele e i Paesi moderati sunniti – nota – c’è comunanza di interessi su vari fronti fra cui il contenimento dell’Iran, la lotta al terrorismo fondamentalista e anche lo sfruttamento delle risorse naturali. «Il vero potenziale della Regione – afferma – non viene sfruttato a causa della mancata integrazione di Israele». Ma adesso, a suo parere, c’è una maggiore cooperazione da parte dei leader della Regione con la visione statunitense. «Un Vicino Oriente forte è nostro interesse. Trump è interessato che i nostri amici lavorino assieme per la sicurezza e la prosperità della Regione, Israele e i suoi vicini inclusi».
In Oman a novembre il ministro Katz ha illustrato il progetto denonimato “Rotaie per la pace”. Esso consiste nel collegare al più presto la rete ferroviaria di Israele e quella della Giordania. Già oggi merci scaricate al porto di Haifa raggiungono via terra il ponte di Sheikh Hussein sul Giordano, da dove proseguono per la Giordania. Il tratto ferroviario Haifa-Beit Shean è già attivo: per raggiungere il confine con la Giordania mancano pochi chilometri. In seguito le stesse merci potrebbero proseguire in treno attraverso la Giordania verso l’Arabia Saudita e da lì verso altri Paesi del Golfo. La Giordania farebbe da nodo di smistamento regionale del traffico di merci e di passeggeri. Per i collegamenti fra Europa e il Golfo sarebbero prevedibili tempi più rapidi e costi più bassi.

Un’occasione per i palestinesi
Da tempo è in fase di progettazione un tratto della ferrovia Haifa-Beit Shean che dovrebbe toccare Jenin, all’estremità Nord della Cisgiordania. Anche le esportazioni palestinesi verso il mondo arabo ne riceverebbero un grande impulso.«Sappiamo bene – ha scritto il mese scorso Greenblatt sul quotidiano Israel ha-Yom, un giornale che sostiene a gran voce il presidente Trump – che gli sforzi di normalizzazione fra Israele e i vicini arabi non devono lasciare indietro i palestinesi. A nostro parere al contrario proprio essi spianano la strada verso un possibile accordo di pace israelo-palestinese», che sarebbe basato su importanti incentivi economici. È proprio questa la novità dell’approccio statunitense. Se la visione dei Due Stati propugnata in passato dall’Amministrazione Obama, e tuttora elemento chiave della politica estera europea, si basava sulla previsione che la soluzione del conflitto israelo-palestinese fosse il presupposto per la stabilizzazione del Medio Oriente, Netanyahu e Trump suggeriscono (visto lo stallo fra Israele e i palestinesi) di procedere all’inverso. Con un rovesciamento di prospettiva. Ossia di normalizzare i rapporti tra Israele e i vicini, e creare così l’atmosfera opportuna per un accordo israelo-palestinese. Se solo le mura di ostilità fossero abbattute, ragiona Greenblatt, Paesi in via di sviluppo del Vicino Oriente potrebbero finalmente beneficiare di quanto Israele può offrire loro nei campi delle innovazioni, in particolare nella desalinizzazione dell’acqua, della tecnologia e anche della lotta alla destabilizzazione da parte dell’Iran o di gruppi terroristici salafiti. In un ambiente di prosperità, conclude Greenblatt, ci sarebbero vantaggi per tutti: anche per i palestinesi.
Netanyahu per ora asseconda in pieno questi progetti. La colonizzazione della Cisgiordania e di Gerusalemme est va a rilento. Lo sgombero del villaggio beduino di Khan al-Ahmar (fra Gerusalemme e Gerico) è stato rinviato più volte. E a Gaza – malgrado le ripetute provocazioni armate sul confine organizzate da Hamas e dalla Jihad islamica – il governo israeliano ha autorizzato l’ingresso di quantità di combustibile e di 15 milioni di dollari del Qatar. Con l’aiuto del Qatar e dell’Egitto cerca di stabilizzare la situazione e di sventare una crisi umanitaria. Fra l’altro, viene prospettata a Hamas l’istituzione di una linea di navigazione Gaza-Cipro, sotto controllo di sicurezza internazionale.
Ma tanto più Israele cerca di puntellare la Striscia tanto più Abu Mazen, a Ramallah, trova nervosamente conferma dei suoi sospetti che l’Accordo del Secolo altro non sia che un nuovo complotto imperialistico, architettato da Stati Uniti e Israele, per spaccare definitivamente in due tronconi l’entità palestinese: a Gaza una enclave islamica, sostenuta economicamente dai Paesi del Golfo, e in Cisgiordania un’altra enclave sostenuta dell’Europa. La sua parola d’ordine è di chiarezza cristallina: «L’Accordo del Secolo non deve passare». Solo a dicembre si saprà se esso sarà effettivamente messo sul tavolo e se riservi per i palestinesi sorprese tali da indurli a invertire la rotta e assecondare i progetti del presidente americano.

 

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