Beniamin Netanyahu

La quinta volta di Bibi il “Mago”

Israele

di Aldo Baquis
Prologo Centro dei congressi di Tel Aviv. Sono le 2.30 della notte del 9 aprile. Le televisioni hanno appena trasmesso le proiezioni del voto. Quello che poche ore prima sembrava un pareggio fra i due sfidanti – Benyamin Netanyahu e Benny Gantz – si profila adesso come una vittoria del Likud e dei suoi partiti satelliti. Il premier e Signora si fanno attendere, mentre nella sala l’elettricità è al massimo. Il popolo del Likud vuole toccarli con mano, fare esplodere tutta la propria felicità. Ecco che una porta si apre. Bibi e Sarah si tengono per mano, ed è subito un bagno di folla. Una volta saliti sul podio, i Netanyahu si abbracciano teneramente. Poi per lunghi minuti lanciano sorrisi e baci ai sostenitori plaudenti. Vogliono assaporare il trionfo fino in fondo, come fosse una coppa di champagne.

«Una vittoria immensa, inimmaginabile», dirà infine il Primo ministro con voce rotta dalla commozione. Per l’occasione recita anche – cosa per lui molto insolita – una benedizione antica: “She-kheyanu ve-kyemanu ve-hagyanu la-zman ha-ze”, (Ti ringraziamo per averci fatto arrivare a tanto). Ormai comunque siamo a Hollywood, con fuochi d’artificio che ora rallegrano l’evento ed il pubblico che scandisce: ‘Hu-Qossem, Hu-Qossem, Hu-Qossem’: ossia, quello lì è un Mago. Adesso, aggiunge il popolo del Likud, occorrerà far sentire appieno il peso dei seggi raccolti alla magistratura, ed in particolare al Consigliere legale del governo Avichai Mandelblit che fra alcuni mesi, dopo un’audizione d’obbligo, potrebbe cercare di incriminare ‘il Mago’ per frode e corruzione. Se Mandelblit ha seguito quei momenti in tv avrà certamente preso nota della collera ribollente e degli epiteti nei suoi confronti. Siamo all’alba del 10 aprile, il primo giorno del quinto governo Netanyahu. Ed Israele cambia volto.

LA CAMPAGNA ELETTORALE

Entrato in lizza a gennaio, l’inesperto ex capo di Stato maggiore Gantz ha realizzato un successo forse senza precedenti nella storia politica del Paese. Avvalendosi della struttura del partito centrista Yesh Atid dell’ex giornalista Yair Lapid ha organizzato a tempo record una rete nazionale di attivisti. Un milione di israeliani gli hanno dato credito quando ha detto di essere entrato in politica per ‘dare il benservito’ a Bibi, e metterlo da parte. E alla Knesset il suo partito Kachol-Lavan, Blu e Bianco, avrà ben 35 seggi. Quattro anni fa, quando il laburista Herzog e Tzipi Livni, ben più esperti di lui, avevano cercato di fare altrettanto ne avevano raccolti solo 24. Dunque un exploit fenomenale. Che però non è servito a scalzare il Likud dal potere e che ha anzi avuto un effetto disastroso per tutte le forze situate alla sinistra di Blu e Bianco, avendo fatto man bassa dei loro elettori.

A urne chiuse il partito laburista, fondatore dello Stato, ha scoperto che la sua intera lista parlamentare potrà adesso spostarsi con una sola automobile, disponendo di appena sei deputati. Se alle prossime politiche ripeteranno una performance simile i laburisti rischiano di rimanere come quei ‘Bundisti’, che una volta al mese si riuniscono in un circolo di Tel Aviv per commemorare le loro epiche lotte sociali nella Varsavia del secolo scorso. L’area politica israeliana rappresentata all’estero da personaggi illustri come A.B. Yehoshua, David Grossman, dal compianto Amos Oz e dalla cantante Noa è ridotta sul lastrico. Il Paese reale è da tutt’altra parte. In parlamento il Likud avrà 36 seggi ed il blocco delle Destre (un coacervo di populisti, di nazionalisti laici e religiosi, nonchè di partiti confessionali, con aggiunte extra di attivisti schiettamente xenofobi) conterà 65 deputati. Quel blocco sarebbe facilmente arrivato a quota 70, se molti voti non si fossero persi per strada per diatribe interne.

Messa da parte – per scarsità di idee – ogni ambizione di discutere di una soluzione della questione palestinese, il partito ‘Blu e Bianco’ si è concentrato invece su un problema anch’esso urgente, ma di carattere interno. Quello del ‘senso dello Stato’: in ebraico ‘Mamlachtyut’. Un termine che piaceva molto a David Ben Gurion e ad altri fondatori del Paese, fra cui Menachem Begin (‘Ci sono giudici a Gerusalemme !’, escalamava con reverenza) e Yitzhak Shamir. Malgrado le sue convinzioni di destra radicale, non risulta che egli abbia mai allontanato alcun collaboratore o dipendente pubblico che fosse in odore di simpatie per la sinistra. Era anche per Shamir una questione di ‘Mamlachtuyt’, di senso dello Stato. Significava che, al di là dell’interesse spicciolo del partito, non bisogna mai perdere di vista il superiore interesse del Paese.

Gantz e compagni ne hanno fatto una bandiera. ‘’Israele innanzi tutto’’ hanno scandito ad ogni comizio. Come lui altri due dirigenti del partito ‘Blu e Bianco’ – Gaby Ashkenazi e Moshe Yaalon – hanno dato la vita per il Paese, servendo nell’esercito fino a rivestire entrambi la carica di Capo di stato maggiore. Sono entrati in politica solo ‘’per rimediare ai danni inferti alla ‘mamlachtyut’ – a loro dire – da Netanyahu, dai suoi ministri e dai loro agguerriti sostenitori nei mass-media e nelle reti sociali. Il Capo dello Stato, i giudici della Corte Suprema, la magistratura, il consigliere legale del governo, il capo della polizia, gli inquirenti della polizia, opinionisti ed artisti critici del premier: tutti, a turno, sono stati attaccati con virulenza in questi anni dall’entourage di Netanyahu. L’esecutivo di Netanyahu – ha denunciato ‘Blu e Bianco’ – non ama essere criticato, nè imbrigliato da vincoli di tipo legale. Questo clima di intimidazione – ha avvertito il partito – rischia di far appassire la democrazia israeliana. Il 9 aprile doveva essere per Gantz il giorno in cui il Paese riportava indietro le lancette, per tornare agli anni di Ben Gurion, Begin e Shamir: non proprio ideali, eppure con una separazione molto più netta ed ordinata fra i tre poteri dello Stato.

Pur di assicurarsi una vittoria smagliante, il primo ministro non ha esitato ad inquinare il dibattito politico. Nelle elezioni del 2015, poche ore prima della chiusura dei seggi, Netanyahu aveva arringato dal web i suoi seguaci: “Gli arabi – aveva avvertito – stanno andando in massa alle urne, li trasportano autobus della sinistra’’. Se avesse avuto un senso più spiccato di ‘mamlachtyut’, avrebbe dovuto felicitarsi di una massiccia partecipazione araba al voto. L’assorbimento della popolazione araba nelle strutture politiche, economiche e sociali dovrebbe infatti essere un interesse strategico di Israele. Eppure anche quest’anno il premier ha giocato la carta dell’incitazione quando ha coniato lo slogan ‘O Bibi – o Tibi’. Lasciava cosi’ intendere che chi non avesse votato Likud avrebbe oggettivamente fatto il gioco del parlamentare arabo Ahmed Tibi. Come nella Legge Stato-Nazione, il primo ministro non ha esitato a soffiare sui sentimenti di alienazione del 20 per cento della popolazione israeliana. Nel giorno del voto, persone che sostenevano di essere ‘osservatori del Likud’ sono entrate in seggi arabi con videocamere-spia per assicurarsi – hanno detto – che non avvenissero brogli. L’organizazione per i diritti della minoranza araba Adalah sostiene che il Likud ha cercato di disseminare 1200 videocamere nei seggi di località arabe, e ha chiesto alla polizia di avviare indagini. Sentitisi osservati dal Grande Fratello (ma anche per la cocente delusione verso la stessa leadership della minoranza araba, e in protesta per il disinteresse di ‘Blu e Bianco’ nei loro confronti) quest’anno molti arabi hanno rinunciato a votare. Di conseguenza è calata la loro rappresentanza alla Knesset, cosa che ha penalizzato il blocco di centro-sinistra.

IL SIONISTA VECCHIO STILE E L’ICONA INTERNAZIONALE

In fin dei conti Netanyahu ha conseguito un successo strepitoso, aggiugendo al Likud altri 6 seggi. Mentre Gantz interpretava con la sua biografia il ruolo del sabra vecchio stile (la famiglia sopravvissuta alla Shoah, la infanzia in un villaggio agricolo, il servizio militare in unità di elite, una vita dedicata alla sicurezza del Paese, l’atteggiamento ruvido), Netanyahu ha riproposto agli israeliani la sua figura di icona mondiale, perfettamente a suo agio in tutte le capitali, capace perfino in una sola settimana di ottenere doni sia da Donald Trump (il riconoscimento della sovranità sul

Golan, la definizione dei Pasdaran iraniani quale ‘organizzazione terroristica’), sia da Vladimir Putin (con la consegna ad Israele dei resti di un soldato caduto 37 anni fa al confine fra Libano e Siria). Fra l’impacciato ‘sabra vecchio stile’ ed il premier che fraternizza con capi di Stato importanti in tutti i continenti, gli israeliani hanno scelto il secondo: liberamente, massicciamente e razionalmente. Paradossalmente, da un punto di vista sociologico, è un nuovo Israele che avanza, che sta prendendo forma e che è sempre più sicuro del fatto suo.

 

 

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