Israele sotto le sirene, ma la vita non si ferma

Israele

di Nina Deutsch
Missili e droni dopo l’attacco all’Iran, vittime e tensione al nord con Hezbollah, voli sospesi e medici rimpatriati via mare. Eppure tra Purim celebrato nei rifugi e un matrimonio in un parcheggio di Tel Aviv trasformato in bunker, il Paese reagisce unito: «Am Israel Hai». Il sostegno al popolo iraniano.

In questi giorni la vita in Israele, per ovvi motivi, è tutt’altro che facile. Le sirene interrompono le conversazioni, i rifugi antiaerei fanno parte della routine, i telefoni restano accesi anche di notte. Eppure, dentro questa tensione costante, gli israeliani appaiono unitissimi, solidali, fortissimi come sempre – forse più forti che mai. La vita continua. Anche sotto le minacce.

Anche durante il Purim – la festività iniziata lunedì sera, percepita come altamente simbolica nei giorni drammatici del confronto diretto con l’Iran – un momento per celebrare, tra maschere e allarmi, tra dolci tradizionali e notifiche di emergenza, e per ricordare gli eventi narrati nel Libro di Ester nel regno di Persia, fatti risalire dalla tradizione ebraica a 2500 anni fa.

 

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L’escalation seguita agli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro obiettivi iraniani ha cambiato il ritmo delle giornate. Le ritorsioni di Teheran si sono fatte sentire con lanci di missili e droni verso il territorio israeliano. Uno degli attacchi più gravi degli ultimi giorni ha colpito una città israeliana provocando vittime civili e lasciando un segno profondo nelle comunità locali: famiglie in lutto, quartieri danneggiati, sinagoghe sventrate.

 

 

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Nel nord del Paese, la tensione è ulteriormente salita con il coinvolgimento di Hezbollah. AP News racconta di truppe israeliane dispiegate lungo il confine con il Libano e di una popolazione che vive tra evacuazioni e allarmi continui. Le scuole in alcune aree funzionano a intermittenza, molte attività restano chiuse o lavorano in modalità ridotta.

Anche la mobilità è diventata complicata. Lo spazio aereo regionale è stato più volte limitato e migliaia di israeliani sono rimasti bloccati all’estero. Reuters ha raccontato la scelta straordinaria del governo di utilizzare navi cargo per rimpatriare medici e personale sanitario, una misura d’emergenza che fotografa la delicatezza del momento.

Eppure, dentro questa fragilità apparente, si moltiplicano i gesti di resilienza. C’è chi cucina per i vicini, chi organizza reti di sostegno nei quartieri, chi trasforma la paura in condivisione. In festeggiamenti. In voglia di vivere. Di sopravvivere. Di andare avanti.

 

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Alcuni reportage internazionali hanno raccontato famiglie che si rifugiano nella preparazione di dolci e pane come gesto consolatorio, un modo per «fare casa» anche quando fuori rimbomba la sirena. Si moltiplicano inoltre i messaggi di solidarietà nei confronti del popolo iraniano.

Matrimonio in un parcheggio

Il simbolo più potente di questi giorni, però, arriva da Tel Aviv.

Il 4 marzo, mentre gli allarmi risuonavano in città, Michael (Misha) Maryanoff e Lior Lasri hanno deciso di non rinviare il loro matrimonio. Il parcheggio del Dizengoff Center, riconvertito in rifugio missilistico, è diventato una sala ricevimenti improvvisata. La notizia è stata raccontata da i24NEWS nell’articolo «Mariage dans un parking de Tel Aviv reconverti en abri antimissiles».

Sotto una chuppah fatta di palloncini rosa e bianchi, circondati da parenti, amici e curiosi di passaggio, la coppia si è scambiata le promesse. La decisione è arrivata a mezzogiorno, per permettere anche agli ospiti giunti dall’estero di partecipare.

«Avevamo programmato di sposarci oggi e abbiamo pensato che fosse la cosa giusta da fare», ha raccontato la sposa poco prima della cerimonia. E ancora: «Per il popolo israeliano, c’è sempre una soluzione; dobbiamo mantenere viva la speranza».

Lo sposo, arrivato dall’Argentina con la famiglia, ha riassunto lo spirito della giornata con parole semplici e potenti: «Questo è il giorno più bello della mia vita, anche qui. Volevamo che l’amore fosse presente». Poi il messaggio diventato quasi un mantra collettivo: «Am Israel Hai. Il popolo di Israele vive».

La madre della sposa ha ammesso che nessuno avrebbe immaginato di celebrare un matrimonio in un parcheggio, ma che, dopo aver consultato il rabbino, la decisione è stata chiara: non rimandare la vita.

E forse è proprio questa l’immagine che racconta meglio l’Israele di questi giorni: un Paese sotto pressione, attraversato da paura e incertezza, ma capace di trasformare un rifugio antiaereo in una sala delle feste. Di celebrare Purim nonostante tutto. Di far partire navi per riportare a casa i medici. Di stringersi attorno alle famiglie colpite dal lutto.

La guerra impone restrizioni, cambia abitudini, incrina sicurezze. Ma non sospende la vita. In Israele, oggi, la normalità è fragile e intermittente – e proprio per questo viene difesa con ancora più determinazione.

Tra sirene e abbracci, tra corse nei rifugi e chuppah improvvisate nei parcheggi, il messaggio che attraversa Tel Aviv e le città del nord resta limpido: la paura esiste, è concreta, quotidiana. Ma non è lei a dettare l’ultima parola.

Una vulenrabilità universale, che per gli israeliani è quotidiana

In queste ore anche il dibattito pubblico si riaccende. Sui social molti osservatori fanno notare come, dopo il 7 ottobre, non siano mancate prese di posizione durissime contro Israele e contro gli israeliani in quanto tali, spesso senza distinguere tra le scelte di un governo  – condivise o contestate  – e la vita di milioni di civili. Oggi, mentre nuove aree del Medio Oriente sperimentano l’angoscia degli allarmi e dell’incertezza, c’è chi invita a una riflessione più equilibrata: cosa significa vivere con la minaccia costante dei missili? Cosa comporta crescere figli sapendo che la sirena può suonare in qualunque momento?

Gli appelli concitati di persone improvvisamente bloccate all’estero o costrette a confrontarsi con scenari di guerra ricordano quanto la vulnerabilità sia universale. In Israele, quella vulnerabilità è una condizione con cui la società convive da anni. Forse il punto non è stabilire gerarchie del dolore, ma recuperare misura e responsabilità nelle parole. Perché sotto le bombe non ci sono slogan, ma persone. E capire cosa significhi davvero vivere in emergenza permanente dovrebbe insegnare, prima di tutto, prudenza nei giudizi.