Israele, Emirati, Bahrein… La pace storica per un nuovo Medioriente

Israele

di Aldo Baquis

Cambiano la strategia e gli equilibri, vince il pragmatismo, si scioglie un altro nodo secolare. Una “normalizzazione” che segue gli interessi economici e i rapporti di forza, ridisegnando radicalmente la mappa delle Alleanze nell’area. E i palestinesi? Si sentono tagliati fuori. L’Accordo di Abramo sancisce di fatto la vittoria della linea di Netanyahu:“pace in cambio di pace, economia in cambio di economia”

Con uno sviluppo sorprendente, in Medioriente l’albero della pace ha cominciato a produrre frutti. Dieci anni dopo l’inizio della Primavera araba, un periodo turbinoso che ha visto lo sbriciolamento di regimi autoritari ma che tuttavia non ha por-tato con sé la auspicata democratizzazione, l’amministrazione Trump ha cominciato a introdurre un ordine nuovo nella Regione.

A metà settembre è stato così firmato a Washington l’“Accordo di Abramo” fra Israele, da un lato, e Bahrein ed Emirati Arabi Uniti dall’altro. Israele colleziona due nuovi accordi di pace e di normalizzazione che vanno ad aggiungersi, decenni dopo, a quelli con Egitto e Giordania. Trump, alla vigilia di critiche elezioni presidenziali, guadagna punti importanti nel suo prestigio internazionale e intasca la candidatura al Premio Nobel per la Pace. E nel Medioriente cadono barriere obsolete. I cieli si spalancano e aerei israeliani sono finalmente autorizzati ad accorciare sensibilmente le proprie rotte verso l’est asiatico sorvolando l’Arabia Saudita e i Paesi del Golfo. In futuro potranno accorciare pure le rotte per il Sud America sorvolando Sudan e Ciad. Banche israeliane tastano già il terreno a Dubai e a Abu Dhabi, mentre finanzieri degli Emirati sono attesi a Tel Aviv per concordare investimenti mastodontici. A Tel Aviv agenti di viaggio con pronti riflessi offrono intanto “pachetti turistici” a prezzi ridotti per quanti vogliano ammirare di persona i grattacieli, le isole artificiali ed il Louvre degli Emirati.«È l’inizio di una nuova era – ha esultato Benyamin Netanyahu. – È la pace in cambio della pace, l’economia in cambio dell’economia». Intendeva dire che la sua scuola di pensiero ha finalmente prevalso su quella tradizionale della sinistra sionista, secondo cui Israele non avrebbe potuto normalizzare le relazioni con Stati arabi se prima non avesse “paga-to un prezzo politico” ai palestinesi. Netanyahu ha invece convinto Trump che il Medioriente era maturo per entrare in una fase diversa e accettare un “Accordo del secolo” fondato sul principio di “pace in cambio della pace, economia in cambio di economia”. Proprio la normalizzazione fra Israele e i Paesi sunniti pragmatici, secondo questa teoria, costringerà i palestinesi a mostrarsi più duttili.

Sul tavolo ci sono per loro investimenti importanti: sempre che aderiscano alla “Visione di Trump” che assicura loro uno Stato indipendente a fianco di Israele, ma in versione ridotta e privo di continuità territoriale. Abu Mazen lo ritiene un progetto di liquidazione della causa nazionale palestinese, ma a settembre ha scoperto di essere stato abbandonato al suo destino anche dalla Lega Araba. Infatti gli Stati arabi hanno deciso di dare adesso la priorità ai propri interessi nazionali.

Negli ultimi anni gli emissari di Trump (il segretario Mike Pompeo e i consiglieri Jared Kushner, Jason Greenblatt, Avi Berkovitz) hanno lavorato ai fianchi i dirigenti dei Paesi sunniti pragmatici. Tutti temono l’espansionismo sciita di Teheran manifestatosi con irruenza in Iraq, Siria, Libano, Yemen e anche a Gaza. Temono anche un altro espansionismo, forse ancora più insidioso perché di marca sunnita: quello della Turchia, che estende le proprie ambizioni in Qatar, Siria, Libia, Egitto (mediante i Fratelli musulmani) e a Gaza, con Hamas. Chi meglio di Israele – hanno chiesto i diplomatici Usa ai dirigenti sunniti del Golfo – è in grado di comprendere le vostre apprensioni? Ed i voli discreti del capo del Mossad Yossi Cohen nella Regione si sono infittiti.

Per molti versi Emirati ed Israele sono simili. Entrambi hanno una popolazione di 10 milioni di abitanti circa, hanno una economia sviluppata, hanno un approccio spiccato verso le innovazioni scientifiche. A luglio la agenzia spaziale degli Emirati ha lanciato una navicella diretta verso Marte, lasciando a bocca spalancata tutti gli altri Paesi arabi. Nella lotta al coronavirus Israele ed Emirati hanno già attivato la collaborazione. E l’Istituto Weizman ha firmato con l’Università Ben Zayed degli Emirati un accordo di cooperazione sullo sviluppo delle intelligenze artificiali.

Nei colloqui con gli emissari statunitensi, i dirigenti degli Emirati hanno sollevato la questione dei velivoli di cui necessitano onde rafforzare la loro difesa nazionale. Fra questi gli F 35: macchine da guerra che sanno rendersi invisibili alle difese dei Paesi nemici. In Medioriente li ha solo Israele, assieme con l’impegno di Washington che non li venderà ad alcun altro Paese di questa Regione. Per Trump un problema non facile: ogni velivolo del genere costa 80 milioni di dollari. Una transazione con gli Emirati darebbe lavoro prezioso all’industria bellica Usa e imprimerebbe un impulso concreto alla campagna elettorale.

«Netanyahu si è opposto alla vendita degli F 35 agli Emirati, ma ciò non basta affatto», ha detto Amos Gilad, direttore del Centro di studi strategici Ips di Herzliya, in un recente convegno internazionale. «Bisogna che impedisca quella vendita». I motivi sono almeno due: innanzi tutto creerebbe un precedente (anche altri Paesi della regione li vorrebbero) e inoltre presentano il rischio futuro che gli F 35 giungano in qualche modo a coalizioni ostili a Israele. Senza contare che Gilad trova del tutto fuori luogo che Netanyahu abbia discusso un argomento che riguarda l’essenza della sicurezza nazionale di Israele senza consultarsi col Ministro della Difesa Benny Gantz o col Capo di Stato maggiore Aviv Kochavi. Entrambi sono stati tenuti all’oscuro. Anche la Knesset ha chiesto, invano, di poter vedere cosa includessero gli accordi di pace con gli Emirati.

«Questo è un comportamento da dittatura, non da democrazia», ha esclamato l’ex Ministro della difesa Moshe Yaalon, un dirigente del partito centrista Yesh Atid. Netanyahu ha mantenuto un riserbo totale su un altro aspetto centrale degli accordi di pace: la questione della annessione israeliana di parti della Cisgiordania prevista, sulla carta, dal Piano Trump.

Dirigenti degli Emirati hanno affermato di essere stati loro a chiarire agli Usa che la sua sospensione a tempo indefinito era una “conditio sine qua non” per la firma della pace. Nel convegno del Centro studi Ips, il credito per l’arresto dell’annessione è stato dato al Segretario Mike Pompeo e a Jared Kushner. «Se fosse stata confermata, avrebbe rappresentanto un terribile contraccolpo strategico per Israele», ha affermato il generale John Allen, direttore dell’Istituto Brooking. Del suo stesso parere anche Gilad, un generale della riserva, secondo cui una annessione di parte della Cisgiordania potrebbe destabilizzare i rapporti strategici fra Israele e Giordania e «rafforzare quanti fra i palestinesi puntano alla costituzione di uno Stato unico fra il Giordano e il mare», all’interno del quale rivendicare pieni diritti civili.

Israele – secondo altri esperti ascoltati dall’Ips, fra cui l’ex capo dello Shin Bet, Yoram Cohen – può oggi ragionevolmente offrire ai palestinesi «qualcosa in più di un’autonomia e qualcosa in meno di uno Stato autonomo». Anche lo status dei Luoghi sacri di Gerusalemme è stato discusso nel corso dei negoziati segreti di normalizzazione fra Israele ed Emirati. Prima della firma degli accordi di pace a Washington, Netanyahu non ha ritenuto opportuno rivelarne i dettagli né al governo né alla Knesset, che in questa circostanza – a differenza degli accordi con Egitto e Giordania – si è trovata clamorosamente tagliata fuori. A fornire elementi è stato Jared Kushner secondo cui è stato stabilito che cittadini degli Emirati e del Bahrein potranno entrare liberamente in Israele e recarsi a pregare alla Moschea al-Aqsa. Ma l’ex mufti palestinese ha già chiarito che, se giungeranno sotto gli auspici degli accordi con Israele, saranno respinti dai fedeli locali.

Intanto con la firma dell’“Accordo di Abramo” il Medioriente mette a punto nuovi equilibri, ricchi di opportunità per i popoli della Regione. Per comprendere la reale portata di questo sviluppo occorre però attendere il voto negli Stati Uniti e vedere se Trump riuscirà a essere rieletto. Quelle elezioni rappresentano una sfida ulteriore, se non addirittura una trappola, per Netanyahu: da un lato non potrà non “tifare” per il presidente che ha trasferito a Gerusalemme l’ambasciata Usa, che ha riconosciuto la sovranità israeliana sul Golan e che ha intessuto due accordi di pace. D’altra parte – come ha fatto notare al convegno del Centro Ips il giornalista Jeffrey Goldberg (direttore di The Atlantic) – Israele, che un tempo godeva nel Congresso di un sostegno bipartisan, rischia di diventare un Paese “fiancheggiatore dei repubblicani”. Un azzardo notevole, in particolare se poi sulla linea di traguardo il vincitore fosse Joe Biden.

 

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