Beniamin Netanyahu

Elezioni in Israele: Netanyahu più solido che mai

Israele

di Luciano Assin
Alcune impressioni a caldo dopo i risultati elettorali di ieri.
Netanyahu è diventato di fatto il premier israeliano con più anni di potere alle spalle, superando i 13 anni di conduzione politica del mitico David Ben Gurion. Ha ricevuto un numero di voti maggiore di quelli della passata tornata elettorale, e ciò nonostante i numerosi capi d’accusa che si sta portando dietro da diverso tempo. La formazione di una nuova coalizione di governo è completamente nelle sue mani e, vista la sua esperienza, riuscirà a trarne il massimo profitto nonostante il numeroso numero di partiti di cui ha bisogno per arrivare ad una maggioranza di 65 seggi sui 120 che compongono la Knesset.

Il nuovo partito di Benny Gantz, un ex capo di stato maggiore dell’esercito, ha ottenuto lo stesso numero di voti del partito di Netanyahu. Ciò significa che una consistente parte dell’elettorato ha voglia di un cambiamento radicale della conduzione politica del paese. Il partito dell’ex generale è nato un paio di mesi fa e ha raggiunto un risultato eccezionale. Adesso è giunto il momento di prendere delle decisioni a dir poco cruciali. La più decisiva sarà quella di quanto sia disposto a sporcarsi le mani. La vera politica comincia adesso, il dilemma è quello di fare parte del governo formando una sorta di unità nazionale laica, o rimanere all’opposizione in attesa di un pronunciamento definitivo dell’autorità giudiziaria in merito al futuro politico dell’attuale premier israeliano.

Ancora una volta i sondaggi si sono rivelati poco affidabili, è necessario un nuovo strumento che possa prevedere dei risultati credibili, ne va anche del prestigio dei mezzi di comunicazione. Sono i social network quelli che danno il tono, ed è lì che i partiti dovranno concentrarsi sempre di più per conquistare nuovi elettori.

I classici partiti di sinistra sono pressoché scomparsi, urge una seria autocritica e la necessaria modestia non solo per affrontare una severa e autentica autocritica, ma soprattutto per cambiare completamente l’approccio verso una popolazione che si sta spostando inesorabilmente su posizioni sempre più di destra.

Il settore arabo è sempre più scontento dei propri rappresentanti. L’invito a boicottare le elezioni in segno di protesta è stato raccolto in maniera molto più larga del previsto. L’arabo israeliano si aspetta dai propri rappresentanti un maggiore impegno nel risolvere i problemi legati alla vita quotidiana a scapito di una lotta politica a favore della causa palestinese.

I partiti ultra ortodossi si sono rafforzati e costituiscono sempre di più l’ago della bilancia della politica. E’ più che scontato che Netanyahu dovrà pagare un conto salato pur di averli al suo fianco.

La destra israeliana viaggia su due treni paralleli ma con due diverse velocità. La lista più intransigente ha passato la soglia di sbarramento, mentre una lista più “moderata”, con a capo l’ex ministro della pubblica istruzione e la ministra della giustizia sono attualmente fra i non eletti.

Ancora non sono stati conteggiati i voti dei militari che potrebbero sconvolgere non di poco l’attuale assetto politico. I soldati di leva sono tradizionalmente schierati più a destra del resto della popolazione. Ma esiste una concreta possibilità che la volontà di un cambiamento sia riuscita a fare breccia nonostante tutto. I risultati definitivi verranno resi noti soltanto fra qualche giorno ed è lecito aspettarsi modifiche di non poco conto, visto che fino ad oggi sono stati scrutinati un po’ più del 95% dei seggi.

Al di là dell’innegabile successo elettorale, Bibi dovrà affrontare sul breve termine diversi gravi e urgenti problemi al di là del grattacapo di come formare il suo prossimo governo.
Trump aspetterà ancora qualche mese prima di rivelare il suo piano di pace. Netanyahu dovrà fare dei salti mortali per evitare questa mina vagante senza offendere il suo potente alleato.

Il conflitto con la striscia di Gaza è arrivato ormai ad un bivio decisivo. Dopo gli ultimi lanci di missili verso Tel Aviv, il nuovo governo dovrà decidere se risolvere il problema militarmente, e in questo caso costruire una solida alternativa politica, o arrivare a delle soluzioni politiche che possano migliorare la situazione economica di quella che è una pentola a pressione ormai prossima all’esplosione.

È per queste due ultime ragioni che la possibilità di una futura coalizione governativa che comprenda i due nuovi vincitori non debba essere considerata assolutamente improbabile. Certamente in un paese come Israele.

(www.laltraisraele.it)

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