Alla scoperta di un mondo parallelo: Bnei Brak

Israele

di David Zebuloni

Dietro le quinte della battaglia contro il virus. Senza internet né televisione, gli ultraortodossi hanno scoperto la pandemia diverse settimane dopo la sua diffusione e ne sono stati le principali vittime. Ma come si vive in questa dimensione separata e segreta? Siamo andati a scoprirlo, varcando le soglie delle case

 

Quando il virus che ha sconvolto il mondo ha bussato prepotentemente alle porte dello Stato di Israele, i cittadini israeliani si sono fatti trovare immediatamente pronti ad accoglierlo. Consapevoli di ciò che era accaduto in Italia qualche settimana prima, gli israeliani non hanno opposto particolare resistenza quando è stato chiesto loro di girare con le mascherine e rispettare le nuove restrizioni, che comprendevano principalmente la chiusura immediata delle attività lavorative non idonee e il tanto famigerato distanziamento sociale, di cui si era già ampiamente discusso sui social. Gli unici a non aver dimostrato interesse a collaborare in nome della causa comune sono stati i cittadini ultraortodossi e in particolare quelli che abitano nella città di Bnei Brak. Una città assolutamente singolare per chi la osserva da fuori, un microcosmo che molto spesso ha fatto discutere per la sua incapacità di adattarsi alla realtà sociale locale, preferendo isolarsi piuttosto che emanciparsi. Secondo il sito ynet, a meno di un mese dalla diffusione del virus in Israele, un terzo dei contagi complessivi provenivano dalla città di Bnei Brak. I media nazionali si sono immediatamente schierati contro i cittadini ultraortodossi, accusandoli di egoismo, di negligenza e di non avere a cuore il bene del paese e di chi ci abita. L’odio nei loro confronti era palpabile, si percepiva per le strade e in rete. C’è chi ha alluso al fatto che il Covid sia stato solo un pretesto per attaccare nuovamente questa minoranza e c’è invece chi ha sostenuto che la rabbia era dovuta a quell’avvenimento e non avesse origini più profonde. Poi qualcosa è cambiato. Il 3 di aprile il governo di Netanyahu ha deciso di chiudere la città di Bnei Brak, di vietare categoricamente l’accesso e l’uscita ai suoi residenti. E la rabbia si è tramutata in empatia.

Il primo a scendere in campo è stato il cantante Aviv Geffen, noto anche come attivista politico e sostenitore della sinistra israeliana più laica e radicale. Il fatto che Geffen si sia schierato dalla parte degli ortodossi, ha generato scalpore e grande interesse. «Io ho deciso di credere in Mark Zuckerberg, gli ortodossi hanno deciso di credere in Dio. Non possiamo accusarli di ciò», ha affermato il cantante, accennando al fatto che i residenti di Bnei Brak non abbiano rispettato le restrizioni non perché non avessero a cuore la causa Covid, ma perché non erano a conoscenza della sua esistenza. Il giorno seguente, sulla facciata frontale dell’edificio municipale di Tel Aviv, è stata proiettata la scritta “Bnei Brak” con un grande cuore rosso a fianco, in segno di vicinanza e sostegno nei confronti di quei fratelli ultraortodossi che stavano combattendo disperatamente contro il virus.

Anche i media hanno presto cambiato i toni, mostrando le immagini dei soldati della protezione civile che portavano i viveri ai residenti ultraortodossi in isolamento e che ricevevano in cambio letterine di ringraziamento e sacchettini contenenti dolci fatti in casa. Bnei Brak è stata spesso descritta come una dimensione parallela, lontana anni luce da Tel Aviv e dalle altre città moderne israeliane. Tuttavia, nell’era del Covid, tutto il mondo è paese e anche Bnei Brak appare d’un tratto più accessibile e vicina. Superata dunque la grande crisi e tornati ad una normalità parziale, fatta rigorosamente di mascherine e alcogel, in molti hanno provato a tirare le somme e capire cosa fosse realmente accaduto dietro le quinte del dramma ultraortodosso.

Per le strade di Bnei Brak

Nel tentativo di comprendere a fondo questo mondo apparentemente impenetrabile, mi sono recato proprio a Bnei Brak, lì dove fino a qualche settimana prima mi era impossibile entrare. Ad accogliermi e introdurmi nella sua città è stata Hanna Vapour, che a Bnei Brak ci abita dal 1952. «Abbiamo scoperto che esiste una cosa chiamata Coronavirus solo qualche settimana dopo Purim – mi racconta Hanna. – Noi non abbiamo il televisore in casa o quei telefonini che avete voi e la notizia semplicemente non ci è arrivata. Non ne sapevamo nulla. Si è detto che noi ortodossi non diamo valore alla vita. Che sciocchezza è questa? Certo che diamo valore alla vita, nessuno di noi vuole morire».

Diversamente la pensa Shimon Dureni, dermatologo di professione che si è trasferito a Bnei Brak nel 2000, aprendo una clinica medica per i residenti della città. All’entrata della sua clinica vi sono due porte: quella a destra conduce al suo studio, dove riceve esclusivamente i pazienti uomini, e quella a sinistra conduce allo studio della moglie, dove riceve esclusivamente le pazienti donne. «Non credo che gli ortodossi siano talmente sconnessi dalla realtà da non aver capito che c’è una pandemia mondiale in corso – spiega Shimon. – Credo semplicemente che i residenti di questa città siano convinti che tutto arrivi da Dio e che l’uomo non debba fare alcuno sforzo. Il che non è del tutto falso, anch’io sono convinto che tutto arrivi dall’alto, ma a differenza loro credo che anche l’uomo debba fare un minimo sforzo per sopravvivere». Aiutati che Dio ti aiuta, insomma. «Quando il virus si è diffuso in città alla velocità della luce, era impossibile ormai negare che fossimo in guerra contro un nemico invisibile. D’un tratto tutti i residenti della città hanno cominciato a rispettare le restrizioni, a girare con le mascherine. Credo che gli ortodossi ci abbiano messo più tempo ad accettare il virus rispetto agli altri, ma una volta che l’hanno accettato si sono rivelati molto più scrupolosi rispetto ad ogni altro cittadino israeliano». Una testimonianza singolare è quella di Sara, residente a Bnei Brak da diciassette anni e madre di otto figli. «Mio marito si è ammalato di coronavirus già nella prima settimana dall’inizio della pandemia e la nostra vita è cambiata drasticamente – mi confessa Sara -. Non avendo dei sintomi gravi, i medici hanno deciso di non ricoverarlo e per un mese intero ci siamo ritrovati chiusi in casa insieme a lui, senza aver alcun tipo di contatto ovviamente. Lui stava tutto il tempo in camera, non usciva mai. Io e i nostri otto figli invece dormivamo nell’altra stanza e in salotto. Abbiamo una casa piuttosto piccola e non è stato semplice». Vedo d’un tratto Sara sorridere. «Per esempio temevamo di dover fare il Seder di Pesach separati, lui da solo in camera e noi in salotto, ma poi abbiamo trovato una soluzione. Abbiamo unito dei tavoli in modo tale da occupare tutto il corridoio.

Lui si è seduto a capotavola e noi ci siamo seduti all’altra estremità del tavolo. A dividerci c’erano esattamente due metri. Non potevamo passarci nemmeno il sale, ma è stato bello poterlo rivedere finalmente. Era la prima volta che usciva dalla stanza». Gli aneddoti e i racconti sono tanti, tantissimi. A volte si intrecciano e si incastrano alla perfezione, altre invece si contraddicono a tal punto da non capire quale sia verità e quale menzogna. Tutti si prodigano a spiegare il fenomeno con lucidità, parlandone a posteriori, come se il pericolo fosse già alle loro spalle. Solo Shimon funge di nuovo da voce fuori dal coro. «Trovo sia inutile trarre delle conclusioni adesso – afferma. – Potremo farlo solo quando avremo davvero vinto la battaglia. Per ora sembrerebbe che il virus stia tornando e sarà meglio farsi trovare pronti. Sarebbe un peccato cascarci una seconda volta». Hanna invece è un po’ più positiva. «Ci sono tante cose che possiamo già imparare da questo virus-, annuncia. – Credo che l’insegnamento più importante sia quello di dedicarci di più alla famiglia. Durante questi mesi ho sentito di genitori che hanno imparato a conoscere meglio i loro figli e viceversa. Persino io e mio marito ci siamo riscoperti. Questa settimana mi ha guardato e mi ha detto: ‘Hanna, credo che nemmeno durante la luna di miele abbiamo parlato tanto’. Io ho sorriso e gli ho risposto che dopo cinquant’anni di matrimonio è un miracolo che abbiamo ancora qualcosa da dirci».

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