Un'urna per le elezioni in Israele

Israele al voto, alla ricerca di se stesso

Eventi

di Anna Balestrieri
Tra sicurezza e democrazia, identità e convivenza, il confronto promosso da Ha Bait in vista delle elezioni israeliane rivela un Paese attraversato da fratture profonde. Cinque voci italiane d’Israele si interrogano non soltanto su chi debba governare, ma su quale Stato vogliano lasciare alle prossime generazioni.

Che cosa significa votare quando in gioco non è soltanto la composizione di un governo, ma l’idea stessa di Paese al quale si desidera appartenere? È la domanda che ha attraversato Israele verso le elezioni 2026, l’incontro online promosso da Ha Bait il 18 ottobre, con la moderazione di Noemi Di Segni. Un confronto fra cinque italiani che hanno scelto, in momenti diversi della propria vita, di stabilirsi in Israele: Michael Ascoli, Angelica Calò Livne, Sergio Della Pergola, Rebecca Spagnoletto e Renzo Ventura.

Età, esperienze e sensibilità politiche differenti, ma una comune consapevolezza: le elezioni si svolgono in un momento nel quale le divisioni interne rischiano di pesare sul futuro del Paese non meno delle minacce esterne.

L’elemento più interessante della discussione è stato proprio il progressivo spostamento dell’attenzione dalle alleanze elettorali alle questioni fondamentali dell’identità israeliana. Il rapporto tra Stato e religione, la tutela delle istituzioni democratiche, l’integrazione della minoranza araba, il futuro dei territori, la sicurezza e il prezzo sociale della guerra sono apparsi come aspetti diversi di uno stesso interrogativo: quale Israele potrà emergere dalla crisi degli ultimi anni?

A rendere particolarmente significativa questa riflessione è stata la distanza generazionale tra i partecipanti. Rebecca Spagnoletto, ventottenne trasferitasi a Tel Aviv nel 2025 dopo un lungo periodo a Londra, ha dato voce alle preoccupazioni di una generazione giovane, laica e professionalmente inserita. Il problema, nella sua prospettiva, è innanzitutto quello della sostenibilità del patto sociale. Chi lavora, paga le tasse e presta servizio militare avverte sempre più acutamente lo squilibrio rispetto ai settori della popolazione ultraortodossa che non partecipano nelle stesse forme a questi obblighi collettivi.

Non è soltanto una questione economica. Dietro la distribuzione delle risorse si intravede un conflitto sul significato della cittadinanza e sulla reciprocità dei doveri. La crescita demografica degli haredim, gli ebrei ultraortodossi, pone interrogativi destinati a diventare ancora più urgenti: come mantenere un sistema condiviso di responsabilità in una società nella quale gruppi diversi sembrano attribuire significati sempre meno conciliabili all’identità ebraica e alla partecipazione civile?

Da una prospettiva storica assai più lunga, Sergio Della Pergola, demografo e studioso della società israeliana, ha individuato nel sistema elettorale uno dei principali fattori di instabilità. Il metodo proporzionale, la frammentazione partitica e il peso determinante delle coalizioni rendono particolarmente difficile tradurre il consenso degli elettori in una maggioranza capace di governare.

Il suo ragionamento ha però oltrepassato rapidamente i problemi tecnici della rappresentanza. La questione, secondo Della Pergola, riguarda la tenuta delle istituzioni, la separazione dei poteri e la capacità della democrazia israeliana di resistere ai tentativi di subordinare il sistema giudiziario alla maggioranza politica. La competizione elettorale diventa così una scelta tra differenti concezioni dello Stato di diritto.

È una lettura nettamente critica dell’attuale governo, nella quale il 7 ottobre rappresenta uno spartiacque, ma non l’origine esclusiva della crisi. La responsabilità politica investe anche il funzionamento dei servizi pubblici, la qualità delle istituzioni e la capacità della leadership di preservare la coesione nazionale.

Altrettanto significativo è stato l’intervento di Angelica Calò Livne, che vive da decenni in un kibbutz dell’Alta Galilea. Nelle sue parole, il dibattito politico ha assunto la concretezza di un’esperienza quotidiana segnata dalla vicinanza del confine, dalla guerra e dalle relazioni con la popolazione araba.

Il trauma del 7 ottobre, la paura e il dolore collettivo hanno modificato profondamente il modo in cui gli israeliani si guardano reciprocamente. La frattura non passa soltanto tra schieramenti politici, ma attraversa famiglie, comunità e rapporti personali. L’esperienza di Calò Livne restituisce il senso di una società nella quale anche la possibilità di discutere serenamente è diventata più difficile.

Al centro della sua riflessione emerge però un’esigenza di ricostruzione morale. La difesa della sicurezza nazionale non può comportare la rinuncia ai valori sui quali Israele ha costruito la propria identità. E il Paese non può essere identificato esclusivamente con le parole e le scelte dei suoi governanti. Recuperare la credibilità internazionale significa, in questa prospettiva, rendere nuovamente riconoscibile quell’Israele capace di innovazione, solidarietà e convivenza che rischia oggi di essere oscurato dalle immagini della guerra e dagli estremismi politici.

Renzo Ventura ha riportato la discussione alle difficoltà concrete delle scelte elettorali. Per chi vive a Gerusalemme, la sicurezza non è un principio astratto. La prossimità dei territori e il timore di nuovi attacchi impongono di confrontare le aspirazioni ideali con le conseguenze possibili delle decisioni politiche.

Il suo intervento ha mostrato quanto sia arduo ricondurre la società israeliana alle tradizionali categorie di destra e sinistra. Laicità, religione, difesa, rapporti internazionali e funzionamento delle istituzioni non producono necessariamente orientamenti coerenti. Un elettore può riconoscersi in posizioni considerate di destra sulla sicurezza e condividere, nello stesso tempo, preoccupazioni laiche sul crescente peso politico dei gruppi religiosi.

A rendere ancora più complessa questa geografia è la progressiva frammentazione dell’informazione. Michael Ascoli ha richiamato l’esistenza di universi mediatici paralleli, nei quali persino la rappresentazione dei fatti cambia radicalmente a seconda delle fonti consultate. La polarizzazione, in questo senso, non riguarda soltanto le opinioni: investe il terreno comune sul quale dovrebbe essere possibile discuterle.

Ascoli ha inoltre concentrato l’attenzione sulla Cisgiordania, denunciando le violenze di settori del movimento dei coloni contro la popolazione palestinese e la strumentalizzazione di argomenti religiosi per giustificare pratiche di appropriazione e sopraffazione. Nel suo ragionamento, la questione dei territori non può essere separata da quella dell’identità morale dello Stato ebraico.

Quale rapporto deve esistere tra il richiamo alla tradizione ebraica e il rispetto dei diritti degli altri? E che cosa rimane dei principi fondativi di uno Stato quando l’uso della forza diventa non uno strumento eccezionale di difesa, ma un linguaggio politico ordinario?

Da qui il confronto si è allargato al rapporto, sempre più delicato, tra il carattere ebraico e quello democratico di Israele. Non due definizioni necessariamente incompatibili, ma due dimensioni il cui equilibrio richiede uno sforzo costante di interpretazione e compromesso.

La discussione sui partiti arabi e sulle possibili coalizioni ha reso evidente un ulteriore paradosso. I cittadini arabi sono parte integrante della società israeliana, delle sue professioni e delle sue istituzioni; eppure la loro partecipazione alla formazione delle maggioranze rimane uno dei temi più controversi della politica nazionale. La distanza tra integrazione quotidiana ed esclusione politica costituisce una contraddizione con la quale qualunque futuro governo sarà chiamato a confrontarsi.

Un’altra questione, emersa dal dibattito con il pubblico, riguarda il ruolo della diaspora ebraica. Quale relazione può mantenere con Israele una comunità che ne condivide la storia e le preoccupazioni, senza necessariamente riconoscersi nelle scelte dei suoi governi? E può la diaspora contribuire a riaprire spazi di dialogo che all’interno del Paese appaiono sempre più ristretti?

Non sono emerse risposte univoche, e forse è proprio questo il significato dell’incontro. Le differenze tra i partecipanti non sono state cancellate da un generico richiamo all’unità. Sono rimaste visibili, talvolta inconciliabili, mostrando quanto sia articolata la società israeliana anche all’interno di un gruppo accomunato dalla provenienza italiana.

Il quadro che ne deriva è quello di un Paese attraversato da una crisi che non può essere risolta con la sola sostituzione di una leadership. L’incertezza delle coalizioni è anche il riflesso di una più profonda difficoltà a definire un progetto collettivo sufficientemente condiviso.

È qui che l’appuntamento elettorale assume il suo significato più impegnativo. La democrazia non consiste soltanto nell’esprimere un voto, ma nella capacità di continuare a riconoscersi come membri della stessa comunità politica anche dopo aver votato in modo diverso.

A conclusione dell’incontro, Noemi Di Segni ha richiamato proprio il valore dell’ascolto e del confronto. Non per scegliere al posto degli elettori, ma per comprendere quanto siano intrecciati i problemi e quanto insufficienti risultino le risposte semplici.

Forse è questa la questione decisiva che accompagna Israele verso le urne: non soltanto quale maggioranza potrà governarlo, ma se sarà ancora possibile costruire una convivenza capace di accogliere le sue molteplici identità.

Perché il futuro di una democrazia non dipende soltanto da chi vince le elezioni. Dipende anche da quale posto sarà disposto a riconoscere a chi le ha perdute.