Il nemico di cui abbiamo bisogno: un convegno di AME

Eventi
di Anna Balestrieri

Dall’esperimento della Terza Onda all’antisemitismo contemporaneo, dalla psicologia delle folle alla responsabilità degli scienziati. A Milano, un convegno sulla costruzione dell’ostilità collettiva mette a confronto psicoanalisi, storia e cultura. E solleva una domanda scomoda: perché abbiamo così spesso bisogno di qualcuno da odiare?

Il nemico non è necessariamente colui che ci minaccia. A volte è colui di cui abbiamo bisogno per dare un nome alle nostre paure, una spiegazione alle nostre frustrazioni, una forma alla nostra identità. Prima ancora di essere incontrato, è stato immaginato; prima di essere giudicato, è già stato condannato. La sua esistenza rende il mondo più semplice, dividendolo in due campi apparentemente inconciliabili. E proprio questa semplificazione costituisce uno dei pericoli più persistenti della vita collettiva.

Come si arriva a trasformare un individuo, un gruppo o un popolo in una figura del male? E perché società che si considerano democratiche, istruite e consapevoli della propria storia continuano a riprodurre meccanismi di esclusione che credevano superati?

A queste domande è stato dedicato il convegno La costruzione del nemico. Una lettura psicoanalitica e psicosociale, organizzato dall’Associazione Medica Ebraica il 15 ottobre alla Casa della Psicologia di Milano. Una discussione interdisciplinare, introdotta da Rosanna Supino e dal rabbino capo Alfonso Arbib, che ha affrontato il ritorno dell’antisemitismo senza ridurlo a una semplice questione di attualità politica, collocandolo invece all’interno di una riflessione più ampia sulla natura dell’odio, sul conformismo e sulla responsabilità delle istituzioni culturali.

La questione non riguarda soltanto i comportamenti estremi. Il nemico si costruisce anche attraverso processi ordinari: il desiderio di appartenenza, la ripetizione di giudizi condivisi, la progressiva incapacità di distinguere tra una persona e la categoria alla quale è stata assegnata.

È questo il terreno esplorato da Fabio Sbattella, psicologo dell’Università Cattolica, nel suo intervento sul contagio ostile, dall’esperimento della «Terza Onda» ai troll della rete. Il riferimento è all’esperienza condotta nel 1967 dall’insegnante americano Ron Jones, che cercò di mostrare ai propri studenti come disciplina, identità di gruppo e obbedienza potessero rapidamente produrre atteggiamenti autoritari. Quell’esperimento resta una rappresentazione inquietante della facilità con cui l’appartenenza può prevalere sul giudizio individuale.

La lezione acquista una particolare attualità nell’ambiente digitale. Le piattaforme non hanno inventato il conformismo né il bisogno del capro espiatorio, ma possono accelerarne la diffusione. L’ostilità diventa contagiosa quando l’indignazione si trasforma in una forma di riconoscimento reciproco, quando condividere un giudizio aggressivo serve soprattutto a dimostrare la propria appartenenza. Non occorre più conoscere l’avversario: basta riconoscerne i segni, ripeterne la condanna, partecipare al rito collettivo della sua esclusione.

Il problema, allora, non è soltanto la circolazione di notizie false. È la rinuncia alla complessità. Se tutto ciò che fa il nemico conferma la sua malvagità, persino le prove contrarie perdono ogni efficacia. Il pregiudizio diventa un sistema chiuso, capace di assorbire qualsiasi informazione senza modificarsi.

Ma l’antisemitismo introduce una difficoltà ulteriore. A differenza di altre ostilità collettive, possiede una straordinaria capacità di adattamento storico: attraversa contesti religiosi, politici e culturali profondamente diversi, mutando linguaggio e giustificazioni senza perdere la propria funzione persecutoria.

Ricardo Rafael Lleyassoff ha affrontato le radici e le dinamiche dell’antisemitismo contemporaneo, riconducendo la questione anche alla profondità dei meccanismi psichici che sostengono il rifiuto dell’altro. L’immagine dell’ebreo come figura irriducibilmente estranea è sopravvissuta a trasformazioni radicali della società europea. Questa persistenza impedisce di considerare il pregiudizio come un semplice errore di informazione, correggibile attraverso una conoscenza più accurata dei fatti.

Il nemico, infatti, non viene sempre odiato per qualcosa che ha fatto. Può essere odiato per ciò che rappresenta nell’immaginario di chi lo perseguita. La sua diversità, reale o presunta, diventa il luogo sul quale vengono proiettati conflitti che appartengono innanzitutto alla società che lo respinge.

L’intervento di Mariateresa Fenoglio, dedicato all’odio come vincolo reciproco, ha introdotto un ulteriore paradosso: l’ostilità non è soltanto una forza che separa. Può diventare una relazione durevole, capace di legare i contendenti proprio attraverso la contrapposizione. Il nemico, in altre parole, non è sempre qualcuno di cui desideriamo liberarci. Può diventare indispensabile alla definizione di noi stessi.

È una considerazione particolarmente feconda per comprendere la polarizzazione contemporanea. Identità politiche e culturali finiscono talvolta per organizzarsi meno intorno a ciò che condividono che intorno a ciò che rifiutano. La contrapposizione smette così di essere una conseguenza del conflitto e ne diventa la principale ragione di sopravvivenza.

 

Dalla psicologia dell’ostilità alle conseguenze politiche

La seconda parte del convegno ha ampliato l’orizzonte dalla psicologia dell’ostilità alle sue conseguenze politiche. Luca Guglielminetti, studioso dei processi di radicalizzazione, ha affrontato il rapporto tra polarizzazione, violenza e ruolo delle vittime, introducendo un elemento spesso trascurato: non sempre chi ha subito un torto accetta di essere definito per sempre dalla propria condizione di vittima.

È un passaggio decisivo, perché il riconoscimento della sofferenza può aprire una possibilità di ricomposizione, ma anche diventare materia di nuove contrapposizioni. Il dolore conferisce una legittimità morale che rischia di essere trasformata in una risorsa politica. Guglielminetti ha richiamato, tra gli altri, l’esperienza dei familiari di Aldo Moro e quella delle famiglie degli ostaggi rapiti il 7 ottobre 2023, mostrando come il rapporto tra memoria, responsabilità e richiesta di giustizia non possa essere ricondotto a un unico modello.

La riflessione suggerisce un problema più generale: come impedire che la memoria delle vittime venga assorbita dalle identità antagonistiche che il conflitto ha prodotto? E come restituire a chi ha sofferto la possibilità di parlare senza costringerlo a incarnare una posizione politica prestabilita?

Ma è soprattutto sul terreno del linguaggio che la discussione ha incontrato una delle sue questioni più radicali. David Meghnagi, psicoanalista e studioso della psicodinamica del pregiudizio, ha dedicato il proprio intervento alle parole malate e alle parole che curano, intrecciando riflessione psicoanalitica e storia intellettuale europea.

Attraverso i riferimenti a Walter Benjamin, Hannah Arendt, Freud e Thomas Mann, Meghnagi ha evocato quella comunità di scrittori e pensatori che cercò di opporre al dilagare del totalitarismo gli strumenti della cultura. La parola, nella tradizione psicoanalitica, costituisce una possibilità di elaborazione della sofferenza; nella vita pubblica può diventare uno strumento di resistenza alla degradazione del pensiero.

Non è una distinzione puramente retorica. La persecuzione comincia spesso attraverso il linguaggio, quando gli individui cessano di essere persone e diventano categorie astratte, quando la complessità delle esperienze viene compressa in formule immediatamente riconoscibili. Il vocabolario dell’ostilità precede e accompagna l’esclusione.

L’intervento ha insistito anche sulla necessità di distinguere la specificità storica dell’antisemitismo dai meccanismi generali del pregiudizio. La psicologia può riconoscere dinamiche comuni a forme differenti di persecuzione, ma non può sostituirsi alla conoscenza storica. Comprendere i processi mentali che rendono possibile l’odio non significa che tutte le forme di odio siano intercambiabili.

Il rischio opposto sarebbe infatti quello di dissolvere la storia in una teoria generale del comportamento umano, perdendo precisamente ciò che rende l’antisemitismo un fenomeno tanto persistente quanto mutevole.

A riportare la discussione sulla responsabilità della cultura scientifica è stato infine l’intervento di Donatella Camerino, dedicato al caso Hans Asperger e ai rapporti tra scienza e politica nell’Austria del nazismo. La vicenda dello psichiatra, legata alla storia della classificazione dei disturbi dello sviluppo e alle politiche eugenetiche del periodo, mostra quanto sia fragile l’immagine di una scienza completamente separata dalle condizioni morali e politiche del proprio tempo.

Il problema non è soltanto quello delle responsabilità individuali. È la possibilità che metodi di classificazione, criteri diagnostici e pratiche istituzionali assumano significati diversi quando vengono incorporati in un sistema politico fondato sull’esclusione. La competenza scientifica, da sola, non garantisce l’autonomia del giudizio morale. E il prestigio di una disciplina non la rende immune dalla contaminazione ideologica.

La presenza di questo tema in un convegno sull’antisemitismo e sulla costruzione del nemico non è marginale. Ricorda che i processi di disumanizzazione non appartengono soltanto alla propaganda o alle passioni delle folle. Possono coinvolgere ambienti colti, istituzioni accademiche, professionisti abituati a considerare il proprio lavoro come espressione della razionalità.

È forse questo uno dei risultati più significativi dell’incontro milanese: aver sottratto la costruzione del nemico alla comoda rappresentazione di una patologia degli altri. Il conformismo, il bisogno di appartenenza, la tentazione di ridurre la complessità e la disponibilità a trasformare il linguaggio in uno strumento di esclusione non sono prerogative di individui particolarmente aggressivi o di società lontane dalla nostra. Sono possibilità presenti nella vita delle istituzioni e nelle abitudini del pensiero.

Naturalmente, una prospettiva psicologica non basta a spiegare la storia. I conflitti possiedono cause materiali, responsabilità politiche e asimmetrie che non possono essere cancellate richiamandosi genericamente ai meccanismi dell’odio. Il valore di un approccio interdisciplinare sta proprio nel riconoscere questi limiti, anziché pretendere di ricondurre ogni fenomeno a una sola chiave interpretativa.

Resta tuttavia una domanda dalla quale è difficile sottrarsi. Se il nemico contribuisce a definire chi siamo, che cosa accade alla nostra identità quando rinunciamo a odiarlo? Forse il compito più impegnativo della cultura non consiste semplicemente nell’insegnare la tolleranza, ma nel rendere possibile un’appartenenza che non abbia bisogno dell’esclusione per riconoscersi.

Non è un compito consolatorio. Richiede di distinguere senza disumanizzare, di esercitare il giudizio senza trasformarlo in condanna irrevocabile, di riconoscere il conflitto senza attribuire all’avversario un’essenza immutabile.

La costruzione del nemico comincia nel momento in cui l’altro smette di essere una persona sulla quale è ancora possibile interrogarsi. E forse il primo gesto per contrastarla consiste proprio nel restituirgli quella complessità che il nostro bisogno di certezze gli aveva sottratto.