Hoshanà Rabbà: sette giri, cinque salici e l’ultimo giorno del giudizio

Ebraismo

di Davide Cucciati

Sukkot è zeman simchatenu, il tempo della nostra gioia. Eppure, il suo ultimo giorno di Chol haMoed, il 21 di Tishrì, possiede un carattere molto diverso dagli altri. È Hoshanà Rabbà, considerato l’ultimo degli Yamim Noraim, i Giorni del Timore: il giorno in cui, secondo la tradizione, il giudizio celeste per ogni uomo giunge al suo sigillo definitivo.

Per questo, nonostante Rosh haShanà e Yom Kippur siano ormai trascorsi, alcune consuetudini di Hoshanà Rabbà ricordano ancora i giorni del giudizio. Tra queste vi è, secondo l’uso ashkenazita, il kittel, la veste bianca indossata dall’officiante.

Ma il giudizio sull’uomo non è l’unico tema della giornata. A Sukkot viene assegnata anche la quantità di pioggia che cadrà durante l’anno: si stabilisce se la terra sarà benedetta dall’acqua oppure rimarrà arida. Hoshanà Rabbà è l’ultimo di questi giorni e, secondo il principio per cui “tutto dipende da quello che succede l’ultimo giorno”, rappresenta il momento conclusivo anche di questo giudizio.

Giudizio sull’uomo e giudizio sull’acqua finiscono così per incontrarsi nello stesso giorno.

Una notte dedicata allo studio

Hoshanà Rabbà comincia già durante la notte.

Molti hanno l’abitudine di rimanere svegli per studiare Torah. Esiste anche un testo apposito, il Tikkun per la sera di Hoshanà Rabbà, che raccoglie nell’ordine i brani da studiare durante la veglia.

Anche la tefillà del mattino è diversa dal solito. Durante Shachrit, nei Pesukei dezimrà, vengono aggiunti alcuni Salmi che normalmente si recitano di Shabbat, oltre al Mizmor letodà, come nei giorni feriali.

C’è però una particolarità: non si dice Nishmat kol chai, ma si recita Ishtabàch. Hoshanà Rabbà, nonostante la sua importanza, rimane infatti un giorno feriale di Chol haMoed.

È una distinzione che dice molto sulla natura della giornata: una solennità particolare inserita ancora all’interno di Sukkot.

Sette giri: dal Bet haMikdash ai giorni nostri

Il momento forse più riconoscibile della tefillà di Hoshanà Rabbà sono le preghiere chiamate Hoshanot.

Per comprenderne l’origine bisogna tornare ai tempi del Santuario. Allora, durante Hoshanà Rabbà, grandi rami di salice venivano collocati intorno all’altare e, nel settimo giorno di Sukkot, si compivano sette giri intorno ad esso.

Il ricordo di quei sette giri è rimasto nella nostra tefillà.

Oggi il testo delle Hoshanot si trova nei machazorim (i testi di preghiera). Quando arriva il momento di recitarle, vengono estratti i Sefarim dall’Aron haKodesh e coloro che hanno il lulav compiono sette volte il giro intorno alla bimà, il tavolo della lettura della Torah normalmente posto al centro della sinagoga.

Per queste sette hakafot si usa anche sciogliere i lacci che fissano al lulav i rami di salice e di mirto.

Un gesto che per chi lo osserva può apparire insolito conserva, dunque, il ricordo di una pratica antica: sette giri intorno all’altare allora, sette giri intorno alla bimà oggi.

L’acqua e i cinque rami di salice

Anche le ultime Hoshanot tornano al tema che accompagna tutta la giornata: l’acqua.

Gli ultimi paragrafi consistono infatti in preghiere per l’acqua. Mentre vengono recitati, si prendono cinque rami di aravà, il salice. Si scelgono preferibilmente cinque rami belli e lunghi, che vengono legati insieme con una foglia di palma e tenuti durante la preghiera.

Arrivati alle parole Kol mevasser, si prendono soltanto i cinque rami di salice.

A questo punto si compie uno dei riti più caratteristici di Hoshanà Rabbà: secondo un uso diffuso, le aravot vengono battute cinque volte sul terreno.

Il gesto prende il nome di chibbut aravà, “battimento del salice”.

Dopo le cinque battiture, alcuni usano battere ulteriormente i rami contro un oggetto, per esempio un tavolo, per farne cadere le foglie. Non è però necessario che cadano tutte.

Perché non si recita una benedizione?

C’è un particolare che distingue questo rito da molte altre mitzvot: prima di prendere le cinque aravot non si pronuncia alcuna berakhà.

La ragione è indicata nella tradizione halakhica: il Talmud discute l’origine dello speciale rito dell’aravà e riporta la posizione secondo cui si tratta di un minhag Neviim, un’usanza dei Profeti. Proprio per questo il rito viene compiuto senza recitare una berakhà.

Le aravot, inoltre, non vengono semplicemente gettate via dopo il rito.

Una volta utilizzate, vi è l’uso di raccoglierle e conservarle; alcuni le impiegano mesi più tardi per bruciare il chametz alla vigilia di Pesach.

Verso Sheminì Atzeret

Hoshanà Rabbà non è soltanto il giorno delle sette hakafot e delle aravot. È anche il momento in cui i sette giorni di Sukkot volgono al termine e ci si prepara a Sheminì Atzeret. In Diaspora, tuttavia, l’uso della sukkà non termina ancora: durante Sheminì Atzeret si continua a mangiarvi, sia la sera sia durante il giorno, ma senza recitare la berakhà leishev basukkà.

L’ultimo giorno

È forse proprio la parola “ultimo” a tenere insieme i diversi aspetti di Hoshanà Rabbà.

È l’ultimo giorno di Chol haMoed di Sukkot. È considerato l’ultimo degli Yamim Noraim. È il momento in cui, secondo la tradizione, il giudizio sull’uomo giunge al suo sigillo definitivo. È l’ultimo giorno del giudizio sulla pioggia dell’anno che viene.

Ed è anche il giorno nel quale si ripetono sette giri che ricordano quelli compiuti un tempo intorno all’altare, si recitano preghiere per l’acqua e si prendono in mano i cinque rami di salice per il chibbut aravà.

Hoshanà Rabbà diventa così una giornata di passaggio: siamo ancora dentro Sukkot, ma ci prepariamo già a Sheminì Atzeret; siamo ancora nel tempo della gioia, ma avvertiamo per l’ultima volta la solennità degli Yamim Noraim; chiediamo l’acqua che darà vita alla terra nell’anno appena iniziato e accompagniamo questa richiesta con gesti che provengono da un passato molto lontano.

Prima che Sukkot si concluda, rimane ancora un giorno per studiare, pregare e chiedere che il giudizio dell’anno nuovo sia favorevole.