di Nathan Greppi
La sala era piena e tutti i posti a sedere occupati per l’incontro tenutosi mercoledì 23 settembre presso la Sala Segre della Comunità Ebraica di Milano, intitolato Israele tra guerre ed elezioni e avente come ospite d’onore la giornalista italo-israeliana Sharon Nizza, che scrive per l’Ansa e Il Foglio.
Le ragioni dell’evento
Come ha affermato il consigliere CEM Gad Lazarov, l’idea alla base dell’incontro è nata durante il Taglit tenutosi in estate, quando la Nizza ha accompagnato un gruppo di ragazzi ebrei italiani in una gita in Israele. Mentre David Gubbay, partecipante allo stesso Taglit, ha spiegato che per affrontare le divisioni interne che dopo il 7 ottobre 2023 si sono create anche all’interno della comunità, e in particolare tra i giovani, si è deciso di farla intervistare da due ragazzi di orientamenti politici diversi.
Ad affiancarla nel dibattito, prima di lasciare lo spazio alle domande del pubblico, sono stati Tamara Klein dell’Hashomer HaTzair (sionismo laico e socialista) e Jacob Shore del Bené Akiva (sionismo religioso). La consigliera con delega ai giovani Sharon Zarfati ne ha parlato come di un’opportunità per coinvolgere i ragazzi, generalmente poco interessati a questo tipo di iniziative.
La situazione in vista delle elezioni
Nizza ha spiegato come vede la situazione sui nove fronti di guerra d’Israele, che oltre ai sette fronti di guerra vera e propria includono anche “l’ottavo fronte, quello mediatico e della delegittimazione internazionale, e il nono fronte, che è il fronte interno”. Questi ultimi due fronti “sono quelli che hanno più impatto sulle comunità ebraiche della diaspora”.
Ha affermato che in vista delle prossime elezioni in Israele, previste per il 27 ottobre, la sensazione è “che l’Amministrazione Trump voglia quantomeno che il prossimo governo non preveda la presenza di Smotrich e Ben-Gvir”. Pur sottolineando i danni che hanno provocato all’immagine d’Israele, ha rimarcato il fatto che a dispetto della loro sovraesposizione mediatica all’estero, messi insieme rappresentano circa il 10% degli elettori israeliani secondo i sondaggi.
La Nizza ha voluto anche sottolineare il fatto che in vista delle elezioni, nessun partito parla più della Soluzione dei due Stati, nemmeno la sinistra guidata da Yair Golan. Tuttavia, ha anche detto che probabilmente Trump cercherà di imporre delle “concessioni anche solo simboliche ai palestinesi”. Questo perché Trump “è un uomo che ragiona ‘one on one’, che quando fa qualcosa vuole qualcos’altro in cambio. Non fa mai niente gratis”. In questo caso, prima o poi chiederà qualcosa in cambio per essere intervenuto al fianco d’Israele contro l’Iran.
Sebbene i sondaggi offrano delle prospettive divergenti e in continuo mutamento, Nizza sostiene che in molti prevedono uno scenario in cui né l’attuale governo né l’opposizione raggiungeranno i 61 seggi, il numero minimo per formare un governo. Per cui, si dovrà tornare a nuove elezioni oppure formare un governo di minoranza con l’appoggio esterno del partito arabo Ra’am o dei partiti ultraortodossi.
Lo scenario tra Medio Oriente e Africa
A parte Gaza e la Cisgiordania, gli sviluppi più interessanti nell’area sono in Libano, con il quale l’Italia sta giocando un ruolo importante ospitando i negoziati, e la Siria. Ha citato un recente discorso del presidente siriano Ahmed al-Sharaa all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dove ha detto che “siamo impegnati a rispettare l’accordo del ‘74”. Nizza ha spiegato che “è l’accordo che risale a dopo la Guerra del Kippur”. In altre parole, i siriani stanno rinunciando “de facto” a rivendicare le alture del Golan, anche se non lo dicono apertamente. Oltretutto, la giornalista ha spiegato che quest’area occupata da Israele è minuscola in confronto al territorio occupato dalla Turchia nel nord della Siria.
La questione è assai sentita in Israele, in quanto al declino della “Mezzaluna sciita”, come viene chiamata la sfera d’influenza regionale guidata dall’Iran, si accompagna la crescente influenza della Turchia. Lo si vede anche nel Corno d’Africa, dove mentre Israele ha riconosciuto il Somaliland con il tacito consenso degli Emirati Arabi Uniti, i turchi hanno delle basi militari in Somalia.
Gli interventi dei ragazzi
Passando la parola ai giovani, Klein ha sottolineato il fatto che le divisioni interne non ci sono solo in Israele, ma anche nella comunità ebraica milanese, dove negli ultimi anni è mancato “il dibattito interno alla comunità e il coraggio di metterci in discussione tra di noi”, prediligendo il desiderio di veicolare all’esterno l’immagine di una comunità solida e unita. Secondo lei, eventi di confronto come quello con Nizza “potrebbero aiutare tutti noi ad esprimere i nostri dubbi, le nostre perplessità e i nostri traumi, anche per affrontare meglio il mondo esterno”.
Shore ha raccontato che oggi studia in una mechina kdam-tzvait, una scuola religiosa in Israele prima del servizio militare. Oltre alla spaccatura ideologica, ha notato “un modo di vedere le cose diverso tra i giovani qui (a Milano) e i giovani in Israele”, perché “molte delle persone che studiano con me dopo passeranno tre anni della loro vita nel servizio militare. C’è una probabilità altissima che qualcuno di loro tra tre anni non ci sarà più”.
Questa incomprensione è stata rimarcata anche da Nizza, nata e cresciuta a Milano ed emigrata in Israele nel 2002. “Sento di vivere questa dissonanza cognitiva tra l’essere un’ebrea diasporica e un’israeliana, due realtà che convivono e confliggono tra di loro. La maggior parte degli israeliani non capisce gli ebrei della diaspora”.
Quando le è stato chiesto cosa dovrebbe fare Israele per vincere la guerra della propaganda, e se per esempio rendere pubblici i video integrali del 7 ottobre possa essere utile, Nizza ha risposto in modo pessimista: “Israele non potrà mai vincere la guerra della propaganda. Non perché è Israele, ma perché essendo una democrazia, ha dei vincoli che i suoi nemici non hanno”. Ha citato il fatto che i media stranieri riprendono spesso Haaretz o le ONG israeliane in maniera decontestualizzata, aggiungendo che “per vincere la guerra della propaganda, Israele dovrebbe mettere il bavaglio”. Il fatto di rimanere una democrazia anche in tempo in guerra comporta un prezzo da pagare.





