di Anna Balestrieri
Il colore come promessa
È difficile immaginare la controcultura americana degli anni Sessanta senza i colori di Peter Max. Fiori fluorescenti, arcobaleni, stelle, pianeti, farfalle, figure umane lanciate nello spazio: la sua pittura trasformò l’ottimismo della “flower power” in un linguaggio visivo immediatamente riconoscibile, destinato a uscire dalle gallerie per entrare nelle camere degli adolescenti, nei negozi e persino sugli aerei.
Peter Max è morto lunedì 14 settembre a Manhattan, a 88 anni. La notizia è stata confermata dal figlio Adam. Da tempo l’artista conviveva con la demenza. Con la sua scomparsa si chiude una delle parabole più singolari della cultura pop americana: quella di un artista capace di trasformare un’estetica nata nell’atmosfera libertaria degli anni Sessanta in un marchio commerciale globale.
Un artista nato in fuga
Max era nato come Peter Max Finkelstein il 19 ottobre 1937 a Berlino, in una famiglia ebraica. La sua infanzia fu segnata dalle migrazioni imposte dalla storia: con l’ascesa del nazismo, la famiglia lasciò la Germania e si trasferì a Shanghai.
Fu un’infanzia cosmopolita e insolita. Max frequentò una scuola di lingua inglese e trascorse molto tempo nei pressi di un monastero buddista. In seguito la famiglia si spostò nuovamente, prima verso Israele e poi, nel 1953, negli Stati Uniti.
A Haifa il giovane Max si era interessato all’astronomia; a New York avrebbe invece trovato la propria orbita definitiva nell’arte.
Arrivato a Brooklyn adolescente, si immerse nella cultura americana che già ammirava: fumetti, cinema, musica jazz. Dopo gli studi alla Art Students League di Manhattan abbandonò progressivamente l’idea di fare dell’astronomia una professione.
Prima della psichedelia, il mestiere
La sua carriera cominciò lontano dalle immagini che lo avrebbero reso famoso. Max lavorò dapprima come pittore realistico, sperimentò l’astrazione e approdò infine alla grafica commerciale.
Nel 1962 arrivò uno dei primi riconoscimenti importanti: una copertina per un album di musica blues gli procurò una medaglia d’oro della Society of Illustrators. Con Tom Daly fondò quindi uno studio di grafica che in breve tempo accumulò decine di premi.
Ma Max non era interessato soltanto al successo professionale. Nel 1965 lasciò lo studio e si ritirò per quasi due anni nel suo appartamento di Riverside Drive. Disegnò migliaia di immagini, accumulando idee e sperimentando un vocabolario visivo che sarebbe esploso poco dopo.
Quando l’arte uscì dalle gallerie
La svolta arrivò nella seconda metà degli anni Sessanta. Max mise insieme suggestioni dell’Art Nouveau, dell’Optical Art, della grafica pubblicitaria e della cultura psichedelica.
Il risultato era un universo colorato e gioioso nel quale fiori, corpi, animali e pianeti sembravano appartenere alla stessa materia cosmica.
I poster cominciarono a essere richiesti dagli stessi giovani che li vedevano nei negozi. Non erano più semplicemente materiali promozionali: diventavano oggetti da possedere e appendere alle pareti.
Nacque così una macchina commerciale senza precedenti. I suoi disegni comparvero su lenzuola, tende da doccia, bicchieri, orologi, abiti e altri oggetti quotidiani. Max arrivò a stipulare accordi di licensing con oltre settanta aziende.
Nel 1969 Life gli dedicò la copertina con un titolo che sintetizzava perfettamente la sua trasformazione: il ritratto di un artista diventato straordinariamente ricco.
«Portare l’arte dove sono le persone»
La filosofia di Max era semplice: se l’arte poteva essere riprodotta e vista da milioni di persone, non c’era motivo di lasciarla confinata alle pareti di una galleria.

I suoi manifesti comparvero sui mezzi pubblici di diverse grandi città americane. Disegnò campagne per organizzazioni come il Peace Corps, l’American Cancer Society e le Nazioni Unite.
Nel 1967 realizzò migliaia di manifesti e volantini per un raduno a Central Park. La grafica contribuì persino a fissare nella memoria collettiva il nome dell’evento, il “Be-In”.
Era un’idea dell’arte profondamente democratica, ma anche perfettamente compatibile con la nascente società dei consumi: la stessa immagine poteva essere contemporaneamente poster, prodotto commerciale e simbolo generazionale.
Un “cosmic jumper” sulla strada dell’America
Tra le sue immagini più celebri c’era il giovane vestito con pantaloni a zampa, rappresentato mentre attraversa il pianeta con passi giganteschi. Il personaggio, circondato da nuvole e creature stilizzate, incarnava una generazione che guardava contemporaneamente verso lo spazio esterno e verso una nuova dimensione interiore.
L’immagine arrivò persino su un francobollo statunitense da 10 centesimi realizzato per l’Expo ’74 di Seattle.
Max lavorò inoltre per alcuni dei grandi eventi della cultura americana e internazionale: dalle Olimpiadi al Super Bowl, dall’Indianapolis 500 ai Mondiali di calcio e alle World Series.
La sua estetica divenne così familiare da trasformarsi quasi in un pezzo dell’identità visiva americana.
Dalla Statue of Liberty a MTV
Il successo non rimase confinato agli anni Sessanta. Dopo una pausa creativa nei primi anni Settanta, Max tornò gradualmente sulla scena.
Nel 1976 realizzò un grande progetto dedicato ai cinquanta Stati americani. Negli anni successivi dipinse più volte la Statua della Libertà e realizzò opere per celebrazioni nazionali.
Il suo linguaggio continuò a migrare da un medium all’altro: dalla carta alla televisione, dalla pittura alla pubblicità, dagli oggetti di uso quotidiano ai grandi eventi internazionali.
Negli anni Ottanta il suo nome fu associato anche alla nascente cultura televisiva di MTV. Nel 1994 realizzò il poster ufficiale dei Mondiali di calcio e nel 1999 trasformò un Boeing 777 della Continental Airlines in una gigantesca tela volante per le celebrazioni del nuovo millennio a New York.
Il malinteso dei Beatles
Una delle curiosità più persistenti riguarda Yellow Submarine. L’estetica psichedelica del film dei Beatles è stata spesso associata a Max, ma ufficialmente la direzione artistica del film e il relativo immaginario sono attribuiti a Heinz Edelmann.
Max era comunque vicino ai Beatles e alla cultura musicale britannica dell’epoca. La sua arte svolgeva una funzione analoga a quella della musica: forniva alla stessa generazione una grammatica visiva con cui immaginare un mondo più libero, colorato e spiritualmente aperto.
Il suo interesse per le filosofie orientali non era, del resto, soltanto un elemento decorativo della sua produzione. Max praticava yoga e contribuì alla diffusione negli Stati Uniti dell’insegnamento di Swami Satchidananda.
Quando il marchio diventa più grande dell’artista
La fortuna commerciale di Max fu anche la sua principale contraddizione.
La quantità di prodotti ispirati alle sue immagini raggiunse dimensioni enormi. Lo stesso artista, in un’intervista, arrivò a osservare che il proprio lavoro era stato quasi “sfruttato”: compariva ormai su decine di categorie di prodotti.
La riproducibilità che aveva reso Max un artista popolare finì per mettere in discussione il confine tra opera originale, immagine commerciale e marchio.
Negli ultimi anni la sua attività fu inoltre accompagnata da controversie sulla gestione dello studio e della sua produzione, mentre la malattia dell’artista rendeva sempre più complesso stabilire quale fosse il suo effettivo ruolo nella realizzazione delle opere.
Una vita privata attraversata dalle controversie
Anche la vita personale di Max conobbe episodi turbolenti. Nel 1997 si dichiarò colpevole di frode fiscale dopo che le autorità statunitensi lo avevano accusato di avere occultato oltre un milione di dollari di redditi legati alla sua attività artistica. Scontò la pena attraverso un programma di lavoro esterno, pagò gli arretrati e una multa e svolse attività di insegnamento artistico in scuole di Harlem.
Negli ultimi anni, inoltre, la gestione del suo patrimonio e della sua produzione fu al centro di un conflitto familiare e giudiziario. La seconda moglie, Mary Max, morì nel 2019.
L’ultimo colore degli anni Sessanta
Al di là delle controversie, dei milioni di poster venduti e dell’enorme macchina commerciale costruita intorno al suo nome, ciò che rimane è un’immagine precisa di un’epoca.
Peter Max riuscì a fare qualcosa di raro: trasformare lo spirito di un movimento culturale in un codice grafico che chiunque potesse riconoscere in pochi secondi.
La sua pittura non raccontava il lato oscuro degli anni Sessanta. Preferiva fiori, stelle, sorrisi, colori fluorescenti e figure sospese in un universo senza confini. Era una scelta estetica e quasi programmatica: Max diceva di voler evitare nelle sue tele gli aspetti negativi della realtà e concentrarsi sulla pace e sulla possibilità.
Per questo la sua opera è rimasta legata alla versione più luminosa e innocente della controcultura.
Nel 2007 il de Young Museum di San Francisco gli dedicò una mostra intitolata Peter Max and the Summer of Love. Un titolo che, più di una definizione critica, sembrava una perfetta sintesi della sua traiettoria.
I Beatles avevano dato una colonna sonora a quella generazione; Peter Max le aveva dato un’immagine.



