Napoli, il caso dell’e-mail “No Room for Genocide” a una turista israeliana. L’hotel Decumani nega

Italia

di Anna Balestrieri
Secondo quanto riportato dalla pagina, una turista israeliana avrebbe ricevuto, dopo aver prenotato una stanza nell’albergo napoletano, un’e-mail automatica nella quale la struttura dichiarava la propria adesione alla campagna “No Room for Genocide”, iniziativa legata all’area BDS Italia. Ma la struttura, contattata da Mosaico Bet Magazine, nega. 

Una nuova polemica scuote il mondo dell’accoglienza turistica italiana. Al centro del caso c’è il Decumani Hotel de Charme di Napoli, struttura nel cuore del centro storico, finita nelle ultime ore al centro di una denuncia circolata sui social e rilanciata anche dalla pagina Facebook dell’associazione Italia Israele Today.

Secondo quanto riportato dalla pagina, una turista israeliana avrebbe ricevuto, dopo aver prenotato una stanza nell’albergo napoletano, un’e-mail automatica nella quale la struttura dichiarava la propria adesione alla campagna “No Room for Genocide”, iniziativa legata all’area BDS Italia.

Contattato da Bet Magazine Mosaico, il Decumani Hotel de Charme ha negato che l’episodio si sia verificato.

La vicenda resta dunque oggetto di versioni contrastanti: da un lato le segnalazioni apparse online e riprese da testate israeliane, dall’altro la smentita della struttura.

Il testo attribuito alla struttura

Nel post pubblicato da Italia Israele Today viene riportato il contenuto della presunta comunicazione ricevuta dalla turista. Il messaggio affermerebbe che la struttura “appoggia la campagna No Room for Genocide” e sostiene “la libertà e i diritti umani delle comunità che subiscono discriminazioni di natura razziale, etnica, sociale e di altro genere”.

Nel testo si leggerebbe inoltre un benvenuto rivolto a “palestinesi, rifugiati e a tutti coloro che resistono pacificamente all’oppressione e lottano per ottenere i loro diritti riconosciuti a livello internazionale”.

La ricostruzione è stata ripresa anche dal Jerusalem Post, secondo cui la turista israeliana avrebbe deciso di cancellare la prenotazione dopo aver ricevuto l’e-mail, dichiarando di non sentirsi più sicura a soggiornare nella struttura. Il quotidiano israeliano scrive che il testo sarebbe tratto dal toolkit della campagna “No Room for Genocide”, che BDS Italia suggerirebbe di inserire nelle comunicazioni automatiche di conferma delle strutture aderenti.

Il cuore della polemica è proprio qui: non una cancellazione esplicita della prenotazione, ma un messaggio politico ricevuto da una cliente israeliana dopo aver prenotato un soggiorno.

La campagna “No Room for Genocide”

La campagna “No Room for Genocide” si presenta come un’iniziativa di pressione politica legata alla guerra a Gaza. Secondo quanto riportato da Italia Israele Today, l’obiettivo sarebbe fare pressione affinché vengano perseguiti gli israeliani che BDS Italia ritiene coinvolti in crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio contro i palestinesi.

È proprio questo passaggio a rendere la vicenda esplosiva. Per i promotori della campagna, si tratta di una forma di boicottaggio politico contro Israele. Per i critici, invece, il rischio è che la protesta si trasformi in una discriminazione diretta contro singoli cittadini israeliani, trattati come responsabili collettivi delle scelte del proprio governo.

Il confine tra boicottaggio politico e discriminazione individuale diventa sottile quando il destinatario non è un’istituzione, ma una persona che viaggia con un passaporto israeliano.

Il nome della società proprietaria

Nel post di Italia Israele Today viene indicato anche il nome della società proprietaria della struttura, Centro Decumani S.r.l., e quello dell’amministratore unico e legale rappresentante, l’imprenditore Gianfranco Gambardella.

Il riferimento ha contribuito ad amplificare la circolazione del caso sui social, dove molti utenti hanno chiesto chiarimenti, scuse o provvedimenti nei confronti dell’albergo.

La smentita arrivata dall’hotel, tuttavia, introduce un elemento decisivo nella ricostruzione: la struttura nega che l’episodio sia avvenuto nei termini descritti online.

Il precedente certo: l’hotel di Selva di Cadore

Il caso napoletano arriva dopo episodi simili che, a differenza di questo, sono stati documentati e confermati da più fonti. Il più noto è quello dell’Hotel Garni Ongaro di Selva di Cadore, in provincia di Belluno.

Nel novembre 2024, una coppia israeliana che aveva prenotato tramite Booking.com ricevette dalla struttura un messaggio nel quale si affermava che gli israeliani, “in quanto responsabili di genocidio”, non erano clienti graditi. La direzione invitava quindi gli ospiti a cancellare la prenotazione, offrendo la cancellazione gratuita.

La vicenda fu riportata anche da Sky TG24 e da numerose testate internazionali. Booking.com rimosse la struttura dalla piattaforma, dichiarando di non tollerare discriminazioni di alcun tipo.

In quel caso non si trattò di un fraintendimento o di una formula ambigua: la prenotazione venne respinta perché i clienti erano israeliani.

Il caso di Kyoto

Un altro episodio documentato è avvenuto in Giappone. Nell’aprile 2025, un turista israeliano in arrivo in un hotel di Kyoto fu invitato a firmare una dichiarazione nella quale attestava di non essere stato coinvolto in crimini di guerra durante il servizio militare. Secondo le ricostruzioni di stampa, il cliente sarebbe stato informato che, senza quella firma, non avrebbe potuto effettuare il check-in.

Anche in questo caso il punto non era una posizione politica astratta, ma una condizione posta a un singolo viaggiatore in ragione della sua nazionalità e del possibile servizio militare prestato in Israele.

Il principio è lo stesso: il cittadino israeliano viene chiamato a rispondere preventivamente di accuse collettive.

Napoli e il precedente della Taverna Santa Chiara

A Napoli il tema non è nuovo. Nel 2025 aveva fatto discutere il caso della Taverna Santa Chiara, dove una lite tra la titolare del ristorante e due turisti israeliani era diventata virale. La vicenda era finita in Procura, ma il procedimento è stato poi archiviato: secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano, il gip ha escluso violenza, minacce e odio religioso nei confronti della coppia.

Quel precedente è diverso dall’attuale caso Decumani, perché riguardava un diverbio in un ristorante e non un messaggio legato a una prenotazione alberghiera. Tuttavia mostra quanto rapidamente il conflitto israelo-palestinese possa entrare negli spazi quotidiani del turismo, della ristorazione e dell’accoglienza.

Una questione internazionale

La vicenda del Decumani Hotel de Charme, al di là dell’esito delle verifiche, si inserisce in un clima internazionale sempre più teso. In diversi Paesi, cittadini israeliani si sono trovati al centro di contestazioni, rifiuti o richieste anomale legate alla guerra a Gaza.

La critica a un governo, anche durissima, rientra nel dibattito politico. Diverso è il caso in cui la responsabilità venga trasferita automaticamente a una persona in quanto israeliana.

Nessun cliente dovrebbe essere chiamato a rispondere, al banco di un hotel, delle decisioni militari o politiche del Paese di cui possiede il passaporto.

Per questo episodi come quello di Selva di Cadore hanno suscitato condanne immediate e conseguenze concrete. E per questo il caso napoletano, pur smentito dall’hotel contattato, è destinato a restare al centro del dibattito finché non saranno chiariti origine, contenuto e gestione della comunicazione attribuita alla struttura.