di Info Scuola
Con la supervisione del Prof. Daniele Cohenca, alcuni studenti della Classe 3^a A/S 2025-26 della Scuola Secondaria di Primo Grado – Comunità Ebraica di Milano (Arazi David, Gesuà sive Salvadori Jacov, Hadjadj Arielle, Levi Emily Rivka, Schek Alon Adam), espongono i dati storici sulla spartizione dei territori tra Israele e la popolazione araba.
In alto: infografica degli eventi
Definizione di Palestina
Definizione geografica: Era il nome romano e storico di una regione del Vicino Oriente situata tra il mar Mediterraneo e il fiume Giordano.
Definizione politica (1920-1948): Subito prima della nascita dello Stato di Israele, il territorio corrispondeva al Mandato Britannico della Palestina, un’entità geopolitica amministrata dal Regno Unito su mandato della Società delle Nazioni, nata dopo il crollo dell’Impero Ottomano alla fine della Prima Guerra Mondiale
Oggi si parla tantissimo del conflitto tra Israele e palestinesi, e l’idea di dividere la terra in “Due popoli, due Stati” viene spesso presentata come un’invenzione recente della diplomazia. Ma i documenti dicono un’altra cosa: la proposta di dividere il territorio tra ebrei e arabi è stata fatta ufficialmente molte volte nel corso del Novecento. E i fatti dimostrano che questi progetti sono falliti a causa del continuo rifiuto da parte dei leader arabi, spesso a discapito dell’ignara popolazione.
1916: L’accordo segreto Sykes-Picot
Tutto inizia durante la Prima Guerra Mondiale. Mentre l’Impero Ottomano (che allora controllava la regione chiamata “la mezzaluna fertile”) stava per crollare, Francia e Gran Bretagna decisero di mettersi d’accordo di nascosto per spartirsi la regione. Nel maggio del 1916 firmarono l’Accordo Sykes-Picot (dai nomi dei due diplomatici che stabilirono i confini dei futuri Stati con righello e matita, blue e rossa…).
Il piano divideva la zona in colori, appunto: la Siria e il Libano sarebbero andati sotto il controllo di Parigi, la Mesopotamia (l’attuale Iraq) e alcuni porti importanti del Mediterraneo ai britannici. La Palestina, invece, avrebbe dovuto essere controllata da un’amministrazione internazionale. Questo patto, però, non teneva conto delle promesse di indipendenza che gli stessi inglesi avevano fatto agli arabi per spingerli a ribellarsi contro gli ottomani.
1917: La Dichiarazione Balfour
Un anno dopo, il 2 novembre 1917, il ministro degli Esteri inglese Arthur Balfour scrisse una lettera cortissima (solo 67 parole) ma importantissima a Lord Rothschild, un punto di riferimento della comunità ebraica mondiale, Leader dell’organizzazione Sionistica. In questa lettera il governo britannico prometteva di impegnarsi per creare in Palestina un “focolare nazionale per il popolo ebraico”.
I motivi di Londra erano strategici: voleva l’appoggio degli ebrei americani e voleva proteggere il Canale di Suez, fondamentale per i commerci con l’India. Nel 1922, la Società delle Nazioni (l’antenata dell’ONU) inserì questa promessa nel documento ufficiale del Mandato britannico sulla Palestina. Per il movimento ebraico fu il primo riconoscimento internazionale del proprio diritto a uno Stato; per il mondo arabo, invece, fu l’inizio di una forte opposizione a qualsiasi presenza ebraica ufficiale nella zona.
1937: La prima proposta di divisione (e il primo “No”)
La prima vera proposta di dividere la terra arrivò nel luglio del 1937. La Palestina era allora governata dagli inglesi. Nel 1936 scoppiò una violenta rivolta araba contro il governo britannico e contro l’arrivo di molti immigrati ebrei. Per capire cosa fare, Londra inviò sul posto una commissione d’inchiesta, chiamata Commissione Peel.
La soluzione proposta fu clamorosa: dividere la Palestina in due Stati indipendenti. Agli ebrei sarebbe andata una parte più piccola, agli arabi tutto il resto, mentre Gerusalemme sarebbe rimasta sotto il controllo degli inglesi.
Le risposte a questo piano fecero capire chiaramente le intenzioni delle due parti:
• I leader ebrei (guidati da David Ben-Gurion), anche se dispiaciuti per l’esclusione di Gerusalemme, accettarono il piano, anche come base per future discussioni.
• I leader arabi rifiutarono tutto e risposero con una nuova ondata di violenze e attacchi armati. Fu così che svanì la prima occasione per far nascere uno Stato ebraico ed uno arabo.
1947: La svolta dell’ONU e la Risoluzione 181
Dieci anni dopo, nel 1947, la situazione cambiò del tutto. L’Europa era sconvolta dalla tragedia della Shoah e la Palestina era nel caos a causa di proteste e attentati contro gli inglesi. Ormai stanca di gestire la situazione, insostenibile anche da un punto di vista economico, la Gran Bretagna decise di lasciare la decisione all’ONU, che era nata da pochissimo.
L’ONU creò l’UNSCOP, una commissione formata da esperti di 11 Paesi neutrali, che viaggiarono nella regione per studiare il problema. Anche questa volta il rifiuto arabo arrivò subito: i leader arabi palestinesi decisero di boicottare i lavori e si rifiutarono persino di parlare con gli inviati dell’ONU. Al contrario, i rappresentanti ebrei collaborarono e presentarono mappe e progetti.
A settembre del 1947, la commissione propose di dividere la terra in uno Stato ebraico e uno arabo, lasciando Gerusalemme sotto il controllo internazionale. Il 29 novembre 1947 l’Assemblea Generale dell’ONU approvò questo piano con la storica Risoluzione 181.
La storia tornò a ripetersi: I leader ebrei accettarono il piano dell’ONU; I leader palestinesi e i Paesi arabi lo rifiutarono nettamente e scelsero la via della guerra.
Nel maggio del 1948, subito dopo il ritiro dei britannici, venne proclamata la nascita dello Stato d’Israele. Immediatamente, gli eserciti regolari di cinque paesi arabi (Egitto, Giordania, Siria, Libano, Iraq), gli stessi che avevano appena rifiutato la spartizione, lo attaccarono. Iniziò così la prima “ufficiale” guerra arabo-israeliana, che terminò con gli accordi armistiziali dei primi mesi del 1949.
Le due guerre del 1967 e del Kippur (1973)
Nel maggio del 1967 l’Egitto mosse un ingente numero di truppe nel deserto del Sinai ed entrò in alleanza militare con la Giordania. Il 5 giugno Israele lanciò quindi attacchi preventivi. Al termine di soli sei giorni di combattimenti, furono fissate nuove linee armistiziali: Giudea, Samaria, Gaza, la penisola del Sinai e le alture del Golan si trovavano ora sotto il controllo israeliano. Gerusalemme, prima divisa fra Giordania ed Israele, fu riunificata sotto l’autorità israeliana.
Il 6 Ottobre 1973 Egitto e Siria lanciarono un attacco coordinato, sorprendendo Israele nel giorno più sacro del calendario ebraico, quello del Kippur.
Nelle tre settimane successive Israele riesce a respingere gli aggressori, ribaltando le sorti della guerra, arrivando a sud fino ad oltre il canale di Suez e, a nord, a 32 km da Damasco. Dopo due anni di difficili negoziati, Israele accettò di ritirarsi dai territori conquistati.
L’eccezione dell’Egitto: la pace di Camp David
C’è stata un’eccezione alla catena di rifiuti, ed è arrivata nel settembre del 1978. Grazie all’aiuto del presidente americano Jimmy Carter, il presidente egiziano Anwar al-Sadat ebbe il coraggio di cambiare rotta e di dialogare direttamente con il primo ministro israeliano Menachem Begin. Firmarono gli Accordi di Camp David: l’Egitto riottenne il territorio del Sinai (che Israele aveva conquistato in guerra), in cambio riconobbe ufficialmente lo Stato di Israele. L’accordo prevedeva anche un piano per dare autonomia ai palestinesi. La reazione del resto del mondo arabo fu durissima: l’Egitto venne isolato dagli altri Stati e lo stesso Sadat venne assassinato nel 1981 da un gruppo di terroristi.
“Oggi”
“Il fattore tempo: perché la storia non si può resettare”.
Perché non è possibile tornare alla risoluzione 181 come molti vorrebbero:
La geopolitica non è un videogioco dove si può premere il tasto ‘ricomincia’. Le scelte del passato creano delle realtà concrete.
Proporre oggi di tornare alla Risoluzione 181 del 1947 significa ignorare questi 80 anni di storia.
Il “balzo nel futuro” di Israele: perché la mappa del 1947 oggi è impossibile
Se potessimo fare un viaggio nel tempo e confrontare l’Israele del 1947 con quello di oggi, faremmo fatica a credere che si tratti dello stesso posto. La Risoluzione 181 prevedeva una divisione “a scacchiera”, con territori intrecciati e confini pensati per un’epoca in cui c’erano per lo più villaggi, campi agricoli e pochissimi abitanti.
Oggi, quella mappa si scontra con una realtà completamente diversa. Ecco i fattori principali:
1. La “Startup Nation”: una potenza economica mondiale
Nel 1947 l’economia della zona era basata soprattutto sull’agricoltura (come la famosa coltivazione delle arance). Oggi Israele è una delle economie più avanzate del pianeta, denominata “Startup Nation” perché ha la più alta concentrazione di aziende tecnologiche al mondo dopo la Silicon Valley americana.
• La tecnologia e la medicina che usiamo tutti i giorni: Moltissimi microchip che fanno funzionare i nostri computer, i sistemi di navigazione come Waze o le tecnologie di sicurezza informatica sono stati progettati ed implementati qui. Molti antibiotici sono stati sviluppati e poi prodotti in Israele, così come molti dei farmaci antitumorali esistenti oggi.
• Pil pro capite altissimo: La ricchezza prodotta per ogni singolo abitante (PIL pro capite) in Israele ha superato quella di storiche potenze europee come la Francia o la Gran Bretagna.
Nel 2025 il PIL pro capite di Israele si è attestato a circa $60.000 (nominale), con un Prodotto Interno Lordo complessivo che ha superato i 610 miliardi di dollari. Nonostante le complessità geopolitiche, l’economia ha registrato una crescita del 3,1%, trainata in particolar modo dai settori manifatturiero e hi-tech (fonte Ice – Italian Trade & Investment Agency e Binance.com).
2. Infrastrutture da record nel deserto
Israele ha costruito infrastrutture vitali che non si possono semplicemente “dividere” o cancellare con una linea sulla mappa:
• I dissalatori, i miracoli dell’acqua:
Quello israeliano è un territorio in gran parte desertico. il problema della siccità è stato risolto inventando i più avanzati impianti di desalinizzazione al mondo. Il Paese converte l’acqua del Mar Mediterraneo in potabile, al punto che oggi le sue risorse idriche vengono esportate in Giordania.
• Autostrade, ferrovie e reti elettriche: È stata costruita una modernissima rete di trasporti (come l’alta velocità tra Tel Aviv e Gerusalemme) e una energetica nazionale super connessa.
3. Il boom demografico e le città moderne
Oggi la popolazione di Israele ha superato i 10 milioni di abitanti: il 76,3% sono ebrei, il 21,1% arabi, il 2,6% residenti stranieri.
• Intere città sono nate dal nulla sulla sabbia del deserto o lungo le coste.
• Zone che nel 1947 erano indicate sulla mappa dell’ONU come “arabe” o “ebraiche” e che allora erano vuote, oggi sono aree metropolitane dove vivono milioni di persone, con fabbriche, università, centri di ricerca e ospedali all’avanguardia.
4. La questione dei confini reali (Le guerre e la sicurezza)
La Risoluzione 181 venne respinta nel 1948 e i Paesi arabi attaccarono. Israele vinse quella e altre guerre successive (come nel 1967 e nel 1973 e le due guerre del Libano del 1982 e del 2000), e i confini cambiarono sul campo, per ragioni di difesa strategica, spesso poi rivisitati alla fine dei conflitti. Tornare al 1947 significherebbe chiedere a uno Stato sovrano di rinunciare a territori vitali per la propria sicurezza e di smantellare intere città, un’offerta che nessun governo potrebbe accettare.
Conclusioni
Documenti e prove storiche alla mano, l’assenza di uno Stato palestinese non è il risultato di un vuoto di proposte internazionali o di un no preventivo del movimento sionista. Al contrario, la storia dimostra che nel 1937 e nel 1947 i leader sionisti accettarono territori molto più ridotti e discontinui rispetto alle proprie aspettative, dopo che i primi tentativi erano stati mossi più da calcoli geopolitici che da una reale ricerca di soluzioni.
La formula “Due popoli, due Stati” è rimasta la grande incompiuta del nostro secolo a causa dei “No” del passato e di molte rigidità attuali. Ma per trovare una soluzione oggi, non si può far finta che gli ultimi ottant’anni di storia e di straordinario sviluppo israeliano non siano mai esistiti. Bisogna partire dalla realtà del presente.



