Le tecnologie israeliane che salvano vite e dati

Salute

di Luciano Bassani

C’è qualcosa di profondamente ipocrita nel dibattito italiano su Israele. Da una parte slogan, appelli al boicottaggio e prese di posizione morali, spesso gridate. Dall’altra, la realtà silenziosa di ospedali e ambulatori che ogni giorno utilizzano tecnologie israeliane per curare i pazienti. Non è un dettaglio. È una contraddizione strutturale.

Chi oggi invoca il rifiuto di Israele dovrebbe avere anche il coraggio di rinunciare agli strumenti che salvano tempo, migliorano diagnosi e terapia e aumentano la sicurezza, perché è di questo che stiamo parlando. Un esempio emblematico è rappresentato dai processori Intel Centrino, sviluppati grazie al contributo determinante dei centri di ricerca di Intel in Israele. Pur essendo nati per il settore informatico hanno favorito la diffusione di computer portatili più potenti, affidabili ed efficienti dal punto di vista energetico. Strumenti che hanno contribuito alla digitalizzazione degli ospedali, alla gestione delle cartelle cliniche elettroniche, alla telemedicina e all’accesso rapido alle informazioni sanitarie.

Nella radiologia, algoritmi sviluppati da Aidoc e Zebra Medical Vision aiutano a individuare ictus, emorragie, embolie. Non sono gadget tecnologici: sono strumenti che possono fare la differenza tra una diagnosi tempestiva e una tardiva. Nei pronto soccorso e nei reparti, spesso senza che il paziente lo sappia, queste soluzioni contribuiscono a stabilire priorità, a ridurre i tempi, a supportare medici già sotto pressione.

Lo stesso vale per la telemedicina. Tecnologie come TytoCare permettono visite a distanza, monitoraggio continuo, assistenza domiciliare. In un Paese che invecchia e con un sistema sanitario sotto stress, queste non sono opzioni ideologiche: sono necessità operative.

E fuori dagli ospedali? Dispositivi come quelli di Itamar Medical consentono diagnosi a domicilio, riducendo ricoveri e costi. Nel frattempo, mentre si discute di principi, qualcuno protegge concretamente i dati sanitari italiani? Le soluzioni di Check Point Software Technologies difendono infrastrutture critiche da attacchi informatici che potrebbero paralizzare interi ospedali. Tutto questo avviene già. Non nei convegni, ma nella pratica quotidiana. Non nelle dichiarazioni, ma nei sistemi che già utilizziamo. E allora la domanda diventa inevitabile: il boicottaggio vale anche per ciò che funziona? Vale anche quando a essere in gioco è la qualità delle cure e la vita delle persone? Oppure esiste una doppia morale — una per i comunicati stampa, un’altra per la realtà?

Il punto è che l’innovazione non si presta alle semplificazioni ideologiche. Israele è oggi uno dei principali hub mondiali di tecnologia sanitaria. Le collaborazioni con l’Italia esistono, crescono, anche se restano spesso sotto traccia, coinvolgendo ospedali universitari, IRCCS e centri di ricerca, talvolta in connessione con poli d’eccellenza come lo  Sheba Medical Center.

Il vero problema è l’opposto di quello denunciato: non usiamo troppo queste tecnologie, ma troppo poco. La loro diffusione è ancora frammentata, rallentata da burocrazia, resistenze culturali, divisioni regionali. Eppure sono esattamente ciò che serve per affrontare le grandi criticità del sistema: liste d’attesa, carenza di personale, gestione dei pazienti cronici, sicurezza dei dati. Continuare a far finta che tutto questo non esista — o peggio, che possa essere sostituito con dichiarazioni di principio — non è solo ingenuo, è irresponsabile e pretestuoso. Perché la sanità non è un’arena ideologica. È il luogo in cui le scelte hanno conseguenze reali, misurabili, spesso irreversibili. E allora forse sarebbe il caso di dirlo con chiarezza: mentre qualcuno chiede di boicottare Israele, l’Italia continua — giustamente — a usarne le tecnologie per funzionare meglio. Il resto non è politica. È autoillusione.