Parashat Pinchas. La corona della Torà è accessibile a chiunque la desideri

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
La guida della Torà non è il privilegio di un’élite. Non si trasmette per successione dinastica. Non è riservata ai discendenti dei grandi studiosi. È aperta a ciascuno di noi, se lo desideriamo e siamo pronti a dedicarvi il meglio delle nostre energie e del nostro tempo.

Appena sotto la superficie della Parashà di questa settimana si trova una storia straordinariamente toccante. Essa si svolge nel contesto della preghiera di Mosè affinché Dio nomini un successore alla guida del popolo ebraico.

Un primo indizio si trova nelle parole che Dio rivolge a Mosè: “Dopo che avrai visto, anche tu sarai riunito al tuo popolo, come lo fu tuo fratello Aronne.”
Rashi è colpito dalla parola apparentemente superflua «anche» e commenta: “Mosè desiderava morire come era morto Aronne.”
In quale senso Mosè invidiava suo fratello? Era forse perché desiderava, come Aronne, una morte senza sofferenza? Certamente no.
Mosè non aveva paura del dolore.
Era forse perché invidiava la popolarità del fratello? Di Aronne viene detto che, alla sua morte, fu pianto da «tutti i figli d’Israele», cosa che la Torà non dice nel caso di Mosè.

Neppure questa può essere la risposta.
Mosè sapeva che guidare non significa essere popolari. Non cercava la popolarità. Non avrebbe potuto fare ciò che doveva fare e, allo stesso tempo, ottenerla.

Il Ktav Sofer offre quella che è certamente l’interpretazione corretta. Aronne ebbe il privilegio di sapere che i suoi figli avrebbero seguito le sue orme. Suo figlio Elazar fu nominato Sommo Sacerdote durante la vita del padre. E ancora oggi i Kohanim discendono direttamente da Aronne.
Secondo il Ktav Sofer, Mosè desiderava vedere uno dei suoi figli, Gershom o Eliezer, prendere il suo posto come guida del popolo. Ma ciò non accadde.

Rashi giunge alla stessa conclusione osservando un secondo indizio. Il passo in cui Mosè chiede a Dio di nominare un successore segue immediatamente il racconto delle figlie di Tzelofchad, che avevano chiesto di poter ereditare la parte della Terra d’Israele che sarebbe spettata al loro padre, se non fosse morto.

Rashi collega i due episodi: “Quando Mosè sentì Dio dirgli di assegnare l’eredità di Tzelofchad alle sue figlie, disse tra sé: “È giunto il momento che anch’io faccia una richiesta: che i miei figli ereditino la mia posizione.”
Dio gli rispose: “Non è questo ciò che ho stabilito. Giosuè merita questa ricompensa per averti servito e per non aver mai lasciato la tua tenda.”
Questo è il significato delle parole di Salomone: “Chi custodisce la vigna ne mangerà il frutto e chi serve il suo padrone sarà onorato.”»

La preghiera di Mosè non fu esaudita. Così, con un’attenzione estrema a ogni sfumatura, i Maestri e Rashi ricostruirono una narrazione che giace appena sotto la superficie del testo biblico.
Che cosa accadde ai figli di Mosè? Il grande leader provò interiormente delusione perché essi non ereditarono il suo ruolo? Quale messaggio più profondo ci comunica questo testo? C’è qualcosa, nella delusione di Mosè, che continua a essere rilevante ancora oggi? Dio gli offrì in qualche modo una consolazione?

Mosè e Aronne rappresentano le due grandi dimensioni della continuità ebraica: horim e morim, genitori e insegnanti. Il genitore trasmette l’eredità ebraica ai propri figli; l’insegnante fa lo stesso con i propri allievi. Aronne fu l’archetipo del genitore; Mosè il grande esempio dell’insegnante. Ad Aronne succedette suo figlio. A Mosè succedette il suo discepolo Giosuè.

I Maestri sottolinearono in diversi luoghi che la leadership della Torà non si trasmette automaticamente di generazione in generazione. Il Talmud afferma: “Fate attenzione a non trascurare i figli dei poveri, perché da loro esce la Torà… E perché non è comune che gli studiosi abbiano figli che siano anch’essi studiosi?
Rabbi Yosef disse: “affinché non si dica che la Torà è una loro eredità”.
Rabbi Shisha, figlio di Rabbi Idi, disse: “affinché non siano arroganti verso la comunità”.
Mar Zutra disse: “perché si comportano con alterigia verso la comunità”. (Nedarim 81a)

Se la leadership della Torà fosse dinastica, cioè una questione ereditaria, l’ebraismo diventerebbe rapidamente una società di privilegi e gerarchie. I Maestri si opposero con forza a questa idea. Ognuno ha una parte nella Torà. Essa è il patrimonio comune di ogni ebreo.

Da nessuna parte questo è espresso con maggiore chiarezza che nelle celebri parole di Maimonide: “Israele è stato incoronato con tre corone: la corona della Torà, la corona del sacerdozio e la corona della sovranità. La corona del sacerdozio fu data ad Aronne… La corona della sovranità fu data a Davide… La corona della Torà, invece, appartiene a tutto Israele, come è detto: “Mosè ci ha comandato la Torà, eredità dell’assemblea di Giacobbe”. Chiunque la desideri può conquistarla. Non pensare che le altre due corone siano superiori alla corona della Torà, perché è detto: “Per mezzo mio regnano i re e i principi amministrano la giustizia”. Da ciò apprendiamo che la corona della Torà è superiore alle altre due.”

Questa è una delle più grandi affermazioni di uguaglianza dell’ebraismo. La corona della Torà è accessibile a chiunque la desideri. Ci sono state società che hanno cercato di creare l’uguaglianza distribuendo equamente il potere o la ricchezza. Nessuna vi è riuscita completamente. L’approccio ebraico è diverso. Una società di uguale dignità è una società nella quale la conoscenza — e la conoscenza più importante, cioè la Torà, la conoscenza di come vivere — è disponibile in egual misura per tutti.

Fin dai tempi più antichi fino a oggi, il popolo ebraico è stato soprattutto una comunità costruita attorno alle scuole, sostenuta con fondi comunitari affinché nessuno ne fosse escluso. I Maestri stabilirono un forte legame tra casa e scuola, tra genitore e insegnante.

Così, ad esempio, Maimonide stabilisce: “Ogni studioso d’Israele ha il dovere di insegnare a tutti gli allievi che cercano istruzione presso di lui, anche se non sono suoi figli, come è detto: “Le insegnerai diligentemente ai tuoi figli”. Secondo la tradizione, il termine “figli” comprende anche i discepoli, perché i discepoli sono chiamati figli.”

Nello stesso spirito scrive altrove: “Così come una persona è comandata di onorare e riverire suo padre, allo stesso modo è obbligata a onorare e riverire il proprio maestro, anzi ancora di più di suo padre, poiché il padre gli ha dato la vita in questo mondo, mentre il maestro che gli insegna la sapienza gli procura la vita nel Mondo a Venire.”

Il legame esiste anche nella direzione opposta.
In tutti i libri di Mosè, il ruolo del genitore è definito in termini di insegnamento e istruzione. “Le insegnerai diligentemente ai tuoi figli. “Quando tuo figlio ti domanderà… così gli risponderai.” L’educazione è una conversazione tra le generazioni, tra genitore e figlio.

Nell’unico versetto in cui la Bibbia spiega perché Abramo fu scelto come padre di una nuova fede, si legge: “Poiché io l’ho scelto affinché ordini ai suoi figli e alla sua casa dopo di lui di custodire la via del Signore praticando giustizia e rettitudine.” Abramo fu scelto per essere insieme padre ed educatore.

A Mosè fu dunque negata la possibilità di vedere i suoi figli ereditare il suo ruolo, affinché la sua delusione personale diventasse una fonte di speranza per le generazioni future.
La guida della Torà non è il privilegio di un’élite. Non si trasmette per successione dinastica. Non è riservata ai discendenti dei grandi studiosi. È aperta a ciascuno di noi, se lo desideriamo e siamo pronti a dedicarvi il meglio delle nostre energie e del nostro tempo.
Allo stesso tempo, però, a Mosè fu concessa una grande consolazione. Così come ancora oggi i Kohanim sono i figli di Aronne, allo stesso modo tutti coloro che studiano la Torà sono discepoli di Mosè.

Ad alcuni è concesso il privilegio di essere genitori; ad altri, quello di essere insegnanti. Entrambe sono vie attraverso le quali qualcosa di noi continua a vivere nel futuro.

Il genitore come insegnante, l’insegnante come genitore: questi sono i due più grandi ruoli dell’ebraismo, uno immortalato in Aronne, l’altro reso eterno in Mosè.

Di rabbi Jonathan Sacks zzl