Parashat Acharè Mot e Kedoshim. Parlando apertamente fra di noi, possiamo raggiungere la riconciliazione

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
Ciò che colpisce della Torà che esprime ideali altissimi, ma allo stesso tempo parla agli esseri umani per quello che sono. Se fossimo angeli, amare gli altri sarebbe facile. Ma non lo siamo. Un’etica che comanda di amare i nemici senza spiegare come farlo è impraticabile. La Torà invece propone un programma realistico: la comunicazione.

Al centro dei libri mosaici si trova il Sefer Vayikra. Al centro di Vayikra si trova il “codice di santità” (capitolo 19) con il suo appello fondamentale: “Siate santi perché Io, il Signore vostro Dio, sono santo.” E al centro del capitolo 19 c’è un breve paragrafo che, per la sua posizione, rappresenta l’apice, il punto più alto della Torà: Non odiare tuo fratello nel tuo cuore.
Ammonisci il tuo prossimo e non portare su di te colpa a causa sua. Non vendicarti e non serbare rancore contro alcuno del tuo popolo, ma ama il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore. (Vayikra 19:17-18)

In questo studio voglio esaminare la seconda di queste prescrizioni: “Ammonisci il tuo prossimo e non portare su di te colpa a causa sua.”

Rambam e Ramban concordano nel vedere in questa frase due livelli di significato piuttosto diversi.
Così si esprime Rambam: Quando una persona pecca contro un’altra, quest’ultima non deve odiarla e restare in silenzio. Come è detto riguardo agli empi: “E Assalonne non parlò ad Amnon né in bene né in male, sebbene Assalonne odiasse Amnon.” Piuttosto, è comandato di parlargli e dirgli: “Perché hai fatto questo e questo contro di me? Perché hai peccato contro di me in questo modo?” Come è detto: “Ammonisci certamente il tuo prossimo.” Se egli si pente e chiede perdono, bisogna perdonarlo e non essere crudeli, come è detto: “E Abramo pregò Dio…”

Se qualcuno vede il suo prossimo commettere un peccato o intraprendere una strada non buona, è un comandamento farlo tornare al bene e fargli sapere che sta peccando contro se stesso con le sue azioni malvagie, come è detto: “Ammonisci certamente il tuo prossimo” (Mishneh Torà, Hilchot De’ot 6:6)

Allo stesso modo, Ramban: “Ammonisci certamente il tuo prossimo” – questo è un comandamento distinto, cioè dobbiamo insegnargli la correzione e il rimprovero. “E non portare su di te peccato a causa sua” – perché porterai su di te il peccato della sua trasgressione se non lo rimproveri.

Tuttavia, mi sembra che l’interpretazione corretta sia che l’espressione “ammonisci certamente” debba essere intesa nello stesso modo di “E Abramo rimproverò Avimelech”.
Il versetto dunque dice: “Non odiare tuo fratello nel tuo cuore quando fa qualcosa contro la tua volontà; piuttosto rimproveralo dicendo: ‘Perché mi hai fatto questo?’ e non porterai peccato a causa sua, perché non nasconderai l’odio nel tuo cuore senza dirglielo. Quando lo rimproveri, egli si giustificherà davanti a te oppure si pentirà e riconoscerà il suo peccato, e tu lo perdonerai. (Ramban su Levitico 19:17)

La differenza tra le due interpretazioni è che una è sociale, l’altra interpersonale. Secondo la seconda lettura di Rambam e la prima di Ramban, il comandamento riguarda la responsabilità collettiva. Quando vediamo un altro ebreo sul punto di commettere un peccato, dobbiamo cercare di persuaderlo a non farlo. Non possiamo dire: “È una questione privata tra lui e Dio.” “Tutto Israele,” dissero i Saggi, “è garante l’uno dell’altro.” Ognuno è responsabile non solo della propria condotta, ma anche del comportamento degli altri. Questo è un capitolo importante della legge e del pensiero ebraico.

Tuttavia, sia Rambam sia Ramban sono consapevoli che questo non è il senso letterale del testo. Nel contesto, ciò che abbiamo davanti è una sottile analisi della psicologia delle relazioni interpersonali.

Talvolta il giudaismo è stato accusato dal cristianesimo di essere basato sulla giustizia piuttosto che sull’amore (“Avete inteso che fu detto: ‘Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico.’ Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per coloro che vi perseguitano”). Questo non è affatto vero. Esiste un meraviglioso insegnamento in Avot deRabbi Natan: “Chi è il più grande eroe? Colui che trasforma un nemico in un amico.” Ciò che distingue la Torà è la sua comprensione della psicologia dell’odio.

Se qualcuno ci ha fatto del male, è naturale sentirsi feriti. Che cosa dobbiamo fare allora per adempiere al comandamento “Non odiare tuo fratello nel tuo cuore?” La risposta della Torà è: parlare. Conversare. Confrontarsi. Rimproverare. Può darsi che l’altra persona avesse una buona ragione per fare ciò che ha fatto. Oppure può darsi che abbia agito con malizia; in tal caso il nostro rimprovero gli darà, se lo desidera, l’opportunità di ripensarci, di chiedere scusa, e allora noi dovremo perdonarlo. In entrambi i casi, parlarne è il modo migliore per ristabilire una relazione spezzata. Ancora una volta incontriamo uno dei motivi centrali del giudaismo: il potere della parola di creare, sostenere e riparare le relazioni.

Maimonide cita un testo fondamentale. Si racconta (II Samuele 13) che Amnon, uno dei figli del re Davide, violentò la sua sorellastra Tamar. Quando Assalonne, fratello di Tamar, viene a sapere dell’accaduto, la sua reazione sembra, a prima vista, pacifica: “Suo fratello Assalonne le disse: ‘È stato Amnon, tuo fratello, con te? Taci ora, sorella mia; è tuo fratello. Non prendere questa cosa a cuore.’ E Tamar visse nella casa di suo fratello Assalonne, desolata. Quando il re Davide seppe tutto ciò, si adirò molto. Assalonne non disse nulla ad Amnon, né in bene né in male…”

Le apparenze però ingannano. Assalonne è tutt’altro che disposto a perdonare. Aspetta due anni, poi invita Amnon a un banchetto durante la tosatura delle pecore. Dà ordine ai suoi uomini: “Quando Amnon sarà allegro per il vino e io vi dirò: ‘Colpite Amnon’, allora uccidetelo.” E così avvenne.

Il silenzio di Assalonne non era il silenzio del perdono, ma dell’odio — quell’odio di cui parlò Pierre de LaClos nelle Relazioni pericolose quando scrisse la famosa frase: “La vendetta è un piatto che si serve freddo.”

C’è un altro esempio altrettanto potente in Bereshit: Israele amava Giuseppe più di tutti gli altri figli… Ma quando i suoi fratelli videro che il padre lo amava più di loro, lo odiarono e non riuscivano a parlargli pacificamente. (Bereishit 37:3-4)

Su questo, Rabbi Jonathan Eybeschuetz commenta: “Se fossero riusciti a sedersi insieme, avrebbero parlato tra loro, si sarebbero rimproverati a vicenda, e alla fine avrebbero fatto pace. La tragedia del conflitto è che impedisce alle persone di parlare e ascoltarsi.”

Un fallimento nella comunicazione è spesso il preludio alla vendetta.

La logica interna dei due versetti della nostra parashà è dunque questa: “Ama il tuo prossimo come te stesso. Ma non tutti i prossimi sono facili da amare. Alcuni, per invidia o malizia, ti hanno fatto del male. Non ti chiedo di essere un angelo, privo delle emozioni umane. Ti proibisco però di odiare. Per questo, quando qualcuno ti fa un torto, devi affrontarlo. Devi dirgli ciò che provi. Può darsi che tu abbia frainteso le sue intenzioni. Oppure può darsi che lui abbia davvero voluto farti del male, ma ora, messo di fronte alle conseguenze, possa pentirsi sinceramente. Se invece non ne parli, c’è il rischio che tu serbi rancore e, col tempo, arrivi alla vendetta — come fece Assalonne.”

Ciò che colpisce della Torà che esprime ideali altissimi, ma allo stesso tempo parla agli esseri umani per quello che sono. Se fossimo angeli, amare gli altri sarebbe facile. Ma non lo siamo. Un’etica che comanda di amare i nemici senza spiegare come farlo è impraticabile. La Torà invece propone un programma realistico: la comunicazione.

Essendo onesti gli uni con gli altri, parlando apertamente, possiamo talvolta raggiungere la riconciliazione — non sempre, certo, ma spesso. Quanta sofferenza e persino spargimento di sangue si potrebbero evitare se l’umanità seguisse questo semplice comandamento.

Di rabbi Jonathan Sacks zzl