di Pietro Baragiola
Negli ultimi mesi una serie di proteste e tensioni sociali ha spostato il tema dell’antisemitismo negli Stati Uniti dai campus universitari e dalle strade delle città alle aule di tribunale, dando vita a vere battaglie legali con grande impatto sui social. Al centro dei dibattiti non c’è solo il contenuto delle dichiarazioni ma anche il diritto di denunciarle e le conseguenze del farlo.
Negli ultimi mesi una serie di proteste e tensioni sociali ha spostato il tema dell’antisemitismo negli Stati Uniti dai campus universitari e dalle strade delle città alle aule di tribunale, dando vita a vere battaglie legali con grande impatto sui social.
Al centro dei dibattiti non c’è solo il contenuto delle dichiarazioni ma anche il diritto di denunciarle e le conseguenze del farlo.
In questo contesto le decisioni dei giudici americani stanno assumendo un ruolo sempre più cruciale nel tracciare il confine tra critica legittima e discriminazione, espressione, responsabilità e tutela delle comunità.
La causa di 10 milioni di dollari
Mercoledì 1° aprile, Rachel Wolff, una studentessa ebrea della Georgetown University, ha ottenuto una vittoria decisiva contro la causa da 10 milioni di dollari intentata dall’ex amministratrice dell’università, Aneesa Johnson, licenziata dopo le polemiche scatenate sui suoi profili social.
La vicenda è partita dalle dichiarazioni di Johnson che negli anni ha pubblicato più volte contenuti offensivi rivolti alla comunità ebraica, tra cui: insulti espliciti, riferimenti a stereotipi antisemiti e l’aver affermato di “provare intenso odio per i Sio”, arrivando persino a paragonare un ebreo ortodosso ad una figura demoniaca.
È stata proprio Wolff a portare alla luce questi post antisemiti, condividendoli con i suoi compagni di facoltà e con diversi gruppi ebraici locali per supportare la tesi che la presenza di Johnson nel campus avrebbe reso la vita difficile per tutti gli studenti ebrei. L’università ha quindi deciso di interrompere il rapporto di lavoro dell’insegnante.

In tutta risposta, Johnson ha accusato la studentessa, l’ateneo e gli altri soggetti coinvolti di aver orchestrato questa “campagna minatoria” contro di lei in maniera del tutto ingiustificata, ma il tribunale ha respinto le accuse.
“Questa sentenza è una vittoria per ogni studente che ha avuto paura di parlare contro l’antisemitismo nel campus” ha dichiarato Kenneth Marcus, presidente del Brandeis Center for Human Rights Under Law, durante l’intervista rilasciata al sito Algemeiner.
Anche i legali della difesa hanno sottolineato l’importanza di questo verdetto: “era un processo che mirava a punire la libertà di parola della studentessa e il tribunale ha chiarito che simili ritorsioni non hanno posto nel nostro sistema legale.”
La sconfitta dei rabbini di Milwaukee
A centinaia di chilometri di distanza, nella città di Milwaukee, un altro caso ha portato l’antisemitismo in tribunale ma, purtroppo, con un esito ben diverso.
Il rabbino in pensione Peter Mehler e suo figlio Zechariah sono stati condannati a pagare una multa di 1.000 dollari per aver rovinato un murale considerato offensivo per la comunità ebraica.

L’opera in questione raffigurava una Stella di Davide che si trasformava in una svastica, accompagnata dalla scritta “the irony of becoming what you once hated”. Scritta che i rabbini Mehler hanno coperto riverniciando l’intero murale.
I due imputati, pur ammettendo l’illegalità del loro gesto, hanno sostenuto di aver agito così per proteggere la comunità ebraica da quello che consideravano un messaggio che invitava all’odio.
“Non ci dev’essere alcuna tolleranza per la narrativa anti-Israele” ha affermato Zechariah al Times of Israel.
Il tribunale li ha comunque condannati entrambi a risarcire l’artista e ha imposto al giovane diverse ore di servizio alla comunità.
Un fatto ancora più eclatante è stato registrato durante l’udienza stessa, quando il proprietario del murale, Ihsan Atta, ha elogiato Hamas davanti alla corte, prima di essere interrotto con fermezza dal giudice Jack Dávila: “non risolveremo i problemi del mondo in questa aula”.
Nei tribunali americani l’antisemitismo dunque non è più solo una questione sociale o politica ma diventa materia giuridica. Un terreno sempre più conteso dove non si criticano soltanto i singoli episodi ma il modo in cui una società sceglie di difendere o mettere alla prova i propri principi fondamentali.



