di Davide Cucciati
In Iran le proteste contro il regime sono tornate ad allargarsi, con una repressione che continua a produrre arresti e condanne. In parallelo, anche a Milano il 2026 si è aperto con presidi e cortei della diaspora iraniana contro la Repubblica Islamica, in alcuni casi davanti a Palazzo Marino in piazza della Scala e in altri davanti al consolato iraniano. In tutto questo, come si collocano gli ebrei persiani milanesi?
La prima testimonianza è quella di Afshin Kaboli, proprietario del ristorante kasher Denzel. Vive in Italia da 47 anni ma quando parla dell’Iran lo fa con una vicinanza emotiva immediata. Che sentimento prova in questo periodo? “Un po’ tutto”, dice, “vedere quello che sta succedendo, le immagini, provoca rabbia”. La rabbia però non è solo per ciò che accade in Iran, è anche per come viene percepito qui. “L’indifferenza in Italia mi fa male, soprattutto se paragonata alle manifestazioni per Gaza”. Dentro quella rabbia c’è una speranza: “Sono in Italia da 47 anni, il mio cuore è sempre in Iran”.
Kaboli è un ebreo persiano originario di Mashhad. Ha lasciato l’Iran nel novembre 1978, ai primi mesi della rivoluzione. Aveva sette anni. Ciò che colpisce, nel modo in cui lo racconta, è che da bambino quel viaggio non gli sembrava un addio: “Quando ho lasciato l’Iran pensavo di venire in Italia solo per qualche mese”, spiega, perché aveva “la percezione di una gita scolastica”. Il primo approdo fu familiare, non solo geografico: “Abitai da mio zio per otto, dieci mesi. Lui era andato via prima dall’Iran”. Successivamente, la sua famiglia si è ricomposta a fatica: “Mio papà rimase là”, racconta, “aveva dei soci non ebrei e non voleva perdere tutto”. Rimase ancora un anno in Iran, poi raggiunse l’Italia.
Kaboli oggi non parla di un ritorno stabile, lo esclude, ma non recide il filo della memoria: “Non mi trasferirei in Iran, ma sapere quel luogo libero sarebbe bellissimo; è il posto dove sono nato”. Dentro la comunità ebraica persiana di Milano questo legame assume spesso una forma particolare, perché in molti casi la catena familiare con l’Iran si è interrotta da tempo. Lo dice senza enfasi, quasi come un dato di fatto: “Quasi sicuramente nessuno ha parenti là. Io sono l’ultimo che ha lasciato l’Iran”.
Quando prova a spiegare che cosa significhi “quei luoghi”, non parla di geopolitica, parla di casa: “Ricordo la famiglia”, dice. “Abitavamo in una bella zona di Teheran, in un condominio di quattro famiglie, tutte e quattro ebree”. Ricorda anche dettagli precisi: “Non frequentavo una scuola ebraica, quindi di Shabbat andavo a scuola”, racconta. E poi un’immagine precisa, datata, che per lui coincide con l’inizio della frattura: “A settembre 1978 ci trovavamo a casa di una di queste quattro famiglie ad ascoltare la radio, ricordo le facce preoccupate degli adulti”.
La memoria poi scivola su un episodio che Kaboli cita come uno di quei colpi che, negli anni, hanno lasciato un segno nella sua cerchia: “Ci fu un attentato a Istanbul di Shabbat, il capofamiglia di una di quelle quattro famiglie morì; era il 1986”. Aggiunge anche un dettaglio generazionale che torna spesso nelle conversazioni comunitarie: “Dei giovani persiani ebrei milanesi nessuno è nato là”. Ricorda che da ragazzo, a Milano, frequentava studenti iraniani non ebrei: “Hanno sempre avuto parole ottime verso ebraismo e sionismo”. Quando il discorso si sposta sulle piazze milanesi e sulle manifestazioni, Kaboli punta su un fattore che sembra banale finché non lo si guarda da vicino: l’informazione. “Non siamo sempre informati”, dice. Tornando sul perché molti non abbiano partecipato aggiunge, “manca informazione”. Per alcuni pesa la distanza generazionale, per altri pesa la religiosità, per altri ancora pesa un timore più concreto, l’idea di essere riconosciuti o esposti anche da qui. È in questa zona grigia, tra partecipazione e prudenza, che si collocano le altre testimonianze raccolte.
Un altro esponente della comunità ebraica persiana di Milano che chiede anonimato, contattato per iscritto, descrive in modo netto il sentimento dominante: “Ho paura per la popolazione iraniana che scende nelle strade a manifestare contro il regime in ogni città a rischio della vita”. La speranza c’è ma è condizionata da ciò che accade fuori dall’Iran: “Ho la speranza che il popolo iraniano possa riuscire a rovesciare questo regime dittatoriale e sanguinario ma purtroppo non vedo ancora l’appoggio pieno dell’Occidente, dell’ONU e dell’organizzazione mondiale dei diritti umani”. E conclude, “senza questo appoggio temo che non possa riuscire nell’intento”.
La stessa fonte anonima aggiunge elementi preziosi per capire perché la partecipazione della componente ebraica persiana alle manifestazioni milanesi non sia automaticamente alta, anche quando il coinvolgimento emotivo è forte: “La comunità ebraica persiana di Milano ha seguito da sempre e ha a cuore tutto quello che succede in Iran”, scrive, ma ricorda che “la stragrande maggioranza degli ebrei persiani di Milano, che sono originari della città di Mashad, sono usciti dall’Iran negli anni ’60 e ’70”, quindi prima della rivoluzione. Sono passati “più di 60 anni”, “più di 2 generazioni dei loro figli e nipoti sono nati in Italia”, mentre molti di quelli nati in Iran “purtroppo non ci sono più oppure sono anziani e non scendono in piazza”. Inoltre, c’è un dettaglio molto concreto che, per chi osserva lo Shabbat, diventa decisivo: “Le manifestazioni sono quasi sempre di Shabbat e penso che questo ha inciso principalmente sulla poca partecipazione degli ebrei persiani di Milano”. Nonostante ciò, offre anche un numero, prudente ma utile: “Comunque nelle ultime manifestazioni qualche decina di nostri giovani è sceso in piazza a manifestare giustamente accanto ai giovani musulmani persiani”.
Sul piano della memoria, il quadro resta coerente con quanto racconta Kaboli, cioè un legame affettivo forte ma non l’idea di tornare a vivere in Iran: “L’Iran, per quelli che hanno vissuto lì, ha lasciato un dolce ricordo”, scrive la fonte anonima, “tutti sperano di tornarci un giorno a rivederla quando sarà cambiato il regime ma nessuno ormai pensa di tornarci per vivere lì”.
C’è però anche un’altra ragione, meno raccontata e più silenziosa, che può tenere lontani dalla piazza. Una terza fonte, anch’essa anonima e sentita a voce, dice di sperare “in un Iran libero” e quantifica in modo diretto la possibilità di una svolta: “Ci sono il 50% delle possibilità che il regime cada”. Ma spiega anche perché non partecipa alle manifestazioni. Non è disinteresse, è prudenza. Non va in piazza “per paura di essere riconosciuto dal regime iraniano”.
Due voci diverse, quindi, che compongono un’unica fotografia. Da una parte la rabbia e la speranza, il bisogno di non sentirsi soli e di non vedere l’Iran scivolare nell’angolo morto dell’attenzione pubblica. Dall’altra la struttura particolare di una comunità che ha conosciuto l’esodo molto prima di altri e che oggi vive una distanza generazionale, con figli e nipoti nati in Italia. In mezzo, la concretezza della vita ebraica, lo Shabbat che può coincidere con le manifestazioni e rendere più difficile esserci, e la paura, reale, di essere identificati, anche a migliaia di chilometri di distanza.
Kaboli chiude il suo racconto tornando al punto di partenza, un’appartenenza che non passa. “Il mio cuore è sempre in Iran”. È una frase che forse spiega perché, pur senza immaginare un ritorno per vivere, la parola che ricorre in tutte e tre le testimonianze, con toni diversi, resta la stessa: libertà.



