di David Zebuloni
Secondo la ricercatrice esperta di Iran Moran Allalouf, “il regime deve disgregarsi dall’interno”, sottolinea. “E occorre capire che non si tratta affatto di una minoranza esigua”. In questo quadro, un eventuale intervento israeliano appare, a suo avviso, non solo possibile, ma persino necessario. (Nella foto le guardie della rivoluzione)
“Il regime crollerà? A differenza di quanto avvenuto con l’arresto di Maduro in Venezuela, ritengo che anche se Khamenei venisse arrestato, il regime non cadrebbe necessariamente”. Si apre così l’intervista a Moran Allalouf, ricercatrice esperta di Iran e Medio Oriente e membro del Forum Dvora, rilasciata in esclusiva al quotidiano israeliano Makor Rishon. Le domande poste all’esperta sono lineari solo in apparenza, ma racchiudono una complessità profonda: il regime iraniano è davvero giunto al capolinea nel capitolo più oscuro della storia del Paese? E Israele deve, o può, prendere parte alla lotta del popolo iraniano per aiutarlo a conquistare la libertà?
“È importante comprendere che la componente rivoluzionaria in Iran non si fonda soltanto sulla corruzione, come accadeva in Venezuela, bensì su una radicata ideologia religiosa, condivisa da moltissimi – inclusi ampi settori dei Guardiani della Rivoluzione”, spiega Allalouf. “Parliamo di centinaia di migliaia, forse milioni di persone, guidate da un’autentica ideologia religiosa estremista. Un’ideologia in cui credono realmente”.
Per questo motivo, secondo la ricercatrice, la rimozione di un singolo individuo, anche se considerato il più importante del Paese, non porterebbe automaticamente al collasso del sistema. “Il regime deve disgregarsi dall’interno”, sottolinea. “E occorre capire che non si tratta affatto di una minoranza esigua”. In questo quadro, un eventuale intervento israeliano appare, a suo avviso, non solo possibile, ma persino necessario. “Sono convinta che un nuovo confronto con l’Iran non sia una questione di se, bensì di quando”, afferma. “Gli Stati Uniti hanno già inviato un segnale attraverso il Venezuela: non si è trattato di un episodio isolato, ma della prima avvisaglia di ulteriori azioni contro l’asse del terrorismo”.
Un messaggio che inizialmente appariva netto e inequivocabile, ma che con il tempo ha perso incisività. Ora la superpotenza deve dimostrare di non limitarsi alle promesse, ma di saperle tradurre in azioni concrete. “Ritengo che gli Stati Uniti abbiano serie intenzioni nei confronti dei nemici che minacciano i loro interessi globali, e l’Iran è pienamente consapevole dell’esistenza di uno scenario in cui potrebbe trovarsi nuovamente a fronteggiare le forze militari israeliane e americane”, sostiene la ricercatrice.
Nel frattempo, lo spargimento di sangue nelle strade di Teheran continua. “Il potenziale di escalation e di un intervento americano è certamente elevato”, osserva. “E, a prescindere dalle intenzioni di Trump, Israele non potrà consentire che questo regime rimanga al potere, perché le sue ambizioni restano immutate: nel progetto nucleare, nel programma di missili balistici e in altri ambiti, come il cyberspazio”, chiarisce Allalouf. “La sopravvivenza del regime significherebbe dover affrontare ulteriori cicli di conflitto, e questo non è nell’interesse della sicurezza nazionale dello Stato di Israele: significherebbe entrare in una spirale continua di scontri con l’Iran”.
Quanto alla rivoluzione in corso nelle strade di Teheran, Moran Allalouf non si mostra ottimista sulle sue possibilità di successo. “Anche se le proteste si rivelassero essere ancora più violente, comunque non sarebbero sufficienti per rovesciare il regime nel breve periodo”, conclude. “Va ricordato che si tratta di un regime forte, ben equipaggiato e armato. È però altrettanto vero che stiamo assistendo all’inizio di un processo, e occorre attendere per comprenderne l’evoluzione. L’eventuale intervento esterno dipenderà dal grado di maturazione della rivoluzione. Tuttavia, il mio timore è quello di un classico ‘al lupo, al lupo’: Israele potrebbe sentirsi in una posizione di forza, ma alla fine potrebbe essere l’Iran a lanciare per primo un attacco contro di noi”.



