di Nina Deutsch
Il Consiglio comunale approva una mozione controversa, poi corre ai ripari. Ma il danno politico è fatto: tra accuse di discriminazione e richiami al BDS, la città finisce sotto i riflettori nazionali. C’è chi lo definisce «il boicottaggio più autolesionista e velleitario di sempre» e chi sottolinea l’ambiguità politica dell’operazione.
«Niente medicinali israeliani nelle farmacie comunali monzesi». Bastano queste parole, utilizzate come titolo da MonzaToday, per accendere una miccia che nel giro di poche ore trasforma una mozione consiliare in un caso politico ben più ampio del perimetro cittadino. È così che Monza si ritrova improvvisamente al centro di una polemica destinata a lasciare strascichi, ben oltre i confini dell’aula consiliare.
All’origine di tutto c’è la mozione presentata da LabMonza e approvata dal Consiglio comunale, che invita a interrompere collaborazioni e rapporti con enti israeliani e che, nel dibattito pubblico, viene subito interpretata come un possibile stop alla vendita nelle farmacie comunali di farmaci prodotti da aziende israeliane, in particolare Teva, colosso del settore farmaceutico presente in Italia da oltre trent’anni.
Il titolo dell’articiolo sopracitato di MonzaToday ha un effetto immediato e dirompente. Nel giro di poche ore si susseguono reazioni indignate, accuse di discriminazione, richiami espliciti al movimento BDS e al rischio di trasformare la sanità pubblica in un terreno di scontro ideologico. Una lettura che costringe il Comune a intervenire con una nota ufficiale di precisazione, inviata a Mosaico dopo che abbiamo contattato il Comune, e diffusa sempre da MonzaToday.
Nella nota l’amministrazione chiarisce che «a oggi le 11 farmacie comunali gestite da FarmaCOM in città stanno continuando a vendere regolarmente tutti i farmaci disponibili, compresi i prodotti di aziende israeliane». Quanto alla mozione approvata dal Consiglio, il Comune sottolinea che «l’eventuale decisione di non offrire farmaci prodotti da aziende israeliane spetta esclusivamente al Consiglio di amministrazione di FarmaCOM», società a capitale misto pubblico-privato che mantiene «totale autonomia decisionale», pienamente rispettata dall’amministrazione.
Di fatto, la comunicazione ufficiale tenta di ridimensionare la portata della decisione: nessun boicottaggio automatico, nessuna esclusione immediata dei farmaci israeliani dagli scaffali. Una rassicurazione che però non spegne la polemica. Anzi, per molti la alimenta. Perché il punto non è solo l’applicazione pratica della mozione, ma il messaggio politico che essa veicola.
A rincarare la dose arriva la presa di posizione del Partito Liberal Democratico, che definisce l’operazione «un’azione di marketing politico per elettori delusi», parlando apertamente di una mossa simbolica, inefficace e potenzialmente dannosa.
Secondo i critici, prendere di mira Teva – multinazionale che produce farmaci generici essenziali largamente utilizzati anche nella sanità pubblica – significa sventolare una bandiera ideologica senza alcun impatto reale sul conflitto israelo-palestinese, ma con effetti concreti sulla qualità del dibattito pubblico e, potenzialmente, sulla vita quotidiana dei cittadini.
Nel confronto politico viene richiamato anche un episodio recente e drammatico, l’incendio avvenuto a Crans-Montana, in Svizzera, come esempio dei rischi di una lettura ideologica applicata al campo sanitario. In quell’occasione, secondo quanto dichiarato dalla segretaria cittadina della Lega Roberta Gremignani, giovani vittime di gravi ustioni avrebbero beneficiato di cure tempestive anche grazie all’intervento di un’équipe israeliana e all’impiego di farmaci prodotti in Israele. «Sono stati proprio medici e farmaci israeliani a salvare i feriti», ha dichiarato.
Nel suo intervento, Gremignani cita in particolare il NexoBrid, un farmaco innovativo utilizzato per la rimozione dei tessuti necrotici nei grandi ustionati, che consente in molti casi di evitare interventi chirurgici altamente invasivi. Si tratta di un medicinale di brevetto e produzione israeliana, distribuito a livello internazionale dalla società Mediwound. «Boicottare un’industria farmaceutica solo perché israeliana è un’assurdità», afferma, sottolineando come senza quel farmaco la rimozione dei tessuti danneggiati dovrebbe avvenire con metodi ben più traumatici. E pone una domanda destinata a far discutere: se ne fossero stati consapevoli, i promotori della mozione avrebbero davvero chiesto di non utilizzarlo per curare quei ragazzi?
La vicenda mette in luce una spaccatura che attraversa persino la maggioranza. Lo dimostra la scelta di un consigliere di astenersi dal voto, pur appartenendo alla coalizione che sostiene l’amministrazione.
Una posizione che racconta un disagio politico evidente e la consapevolezza che il confine tra atto simbolico e discriminazione può diventare pericolosamente sottile.
Il caso arriva infine sulle pagine nazionali dell’Huffington Post, che parla senza mezzi termini del «boicottaggio più autolesionista e velleitario di sempre».
Il sindaco Paolo Pilotto, intervistato, prende le distanze dall’idea di un boicottaggio operativo: «I boicottaggi mi lasciano perplesso, ma condivido il senso complessivo della mozione. Non inviterò le farmacie a boicottare». Una frase che, se da un lato prova a smorzare i toni, dall’altro certifica l’ambiguità politica dell’operazione.
Ed è proprio qui che si concentra il nodo culturale della vicenda. Il boicottaggio dei prodotti israeliani non è una novità: il movimento BDS lo pratica da anni. Ma trasferire questa logica nel campo dei farmaci – beni essenziali, direttamente legati alla tutela della salute pubblica – appare non solo discutibile, ma profondamente sbagliato. Una scelta sciocca e discriminatoria, che non costruisce ponti né favorisce il dialogo, ma finisce per alimentare divisioni e ostilità nel dibattito pubblico.
Colpire un’azienda per la sua nazionalità, anziché per comportamenti concreti e dimostrabili, significa legittimare una logica di esclusione che rischia di ritorcersi contro chi la promuove. E Monza, oggi, ne è l’esempio più evidente.



