Israele, i curdi e la gerarchia delle priorità

Mondo

di Sofia Tranchina

Israele è l’unico stato che condanna apertamente l’offensiva siriana contro le forze curde. Eppure, non ha fatto quasi nulla per fermarla. La spiegazione non sta nell’indifferenza, ma in una rete di vincoli, e forse in un tacito accordo con Damasco.

. . . . In appena dodici giorni, nel gennaio 2026, le forze del nuovo govern. o di Damasco hanno conquistato le aree di Alepposotto controllo delle SDF, avanzato fino all’Eufrate e preso Raqqa.

Le SDF sono una formazione militare mista a prevalenza curda, dominata dalle YPG e dalle YPJ (Unità di Protezione Popolare e Unità di Protezione delle Donne). Sono state loro a infliggere all’ISIS la sconfitta territoriale definitiva, grazie a una stretta collaborazione con gli Stati Uniti, e a soccorrere la comunità yazida durante il genocidio tra il 2014 e il 2017. Ma il loro capitale politico più rilevante non è stato solo militare: è stato valoriale.

Il capitale morale

I curdi infatti percepiti con favore in Occidente, in virtù di un progetto politico che si presenta come democratico, ecologista, e soprattutto, femminista. Un caso pressoché unico nella regione di parità formale tra i sessi, accostato — non a caso — quasi esclusivamente a Israele. Le forze curde hanno unità militari composte interamente da donne e figure femminili ai vertici dell’amministrazione; rivendicano non solo diritti etnici elementari — lingua, cultura, riconoscimento — ma anche la difesa delle donne da un ordine patriarcale dominante nel resto del Medio Oriente.

Un episodio è sufficiente a chiarire la frattura. Alla domanda sul futuro delle circa dodicimila combattenti curde, Hussein al-Shaibani, funzionario vicino al presidente Ahmed al-Sharaa, avrebbe replicato che avrebbero potuto tornare a fare le «madri e mogli». Una frase che cristallizza lo scontro tra due progetti politici e sociali difficilmente conciliabili.

Ma non è tutto oro ciò che luccica. La “democrazia” curda si è spesso tradotta in una gestione rigida e coercitiva del potere, come riporta New Lines Magazine, esercitata tanto sulle comunità arabe — maggioritarie in alcune delle aree amministrate — quanto, e con particolare durezza, sui curdi che non aderivano al progetto politico dominante.

È in questo contesto che matura l’offensiva del 2026. Ahmed al-Sharaa, suggellando l’intesa con Washington, ha fatto entrare la Siria nella coalizione anti-ISIS, rendendo le SDF strategicamente marginali per gli Stati Uniti, e ha al tempo stesso lavorato a un paziente corteggiamento delle tribù arabe nei territori sotto il controllo curdo. Molti membri erano arruolati nelle stesse SDF, che durante gli anni di Bashar al-Assad avevano rappresentato un argine alle vessazioni del regime. Con la fuga del dittatore a Mosca e l’ascesa di un nuovo potere sunnita a Damasco, quelle stesse tribù – ormai insofferenti nei confronti del dominio curdo, percepito così diverso ed opprimente – hanno rivendicato il desiderio di riunirsi al governo centrale. La diserzione di massa che ne è seguita documentata dal The Guardian ha colpito le SDF nel momento di massima vulnerabilità, contribuendo in modo decisivo al collasso delle milizie curde e al loro ripiegamento oltre l’Eufrate.

 

La pedagogia della crudeltà 

Il ripiegamento delle forze curde è stato accompagnato da soprusi, esecuzioni e umiliazioni sistematiche da parte delle milizie di Damasco, documentate con cura e diffuse online dagli stessi responsabili e raccolte da Rights Monitor. È una dinamica già nota: la pedagogia della crudeltà, la stessa che era emersa con brutale chiarezza anche il 7 ottobre 2023, nelle dirette su Facebook avviate dai miliziani di Hamas mentre tagliavano il ventre a donne incinte e la gola ai bambini, spesso avviate dai cellulari delle vittime.

La violenza è messa in scena perché possa essere consumata collettivamente. La sua spettacolarizzazione ne diventa parte integrante, trasformandola in un rito di appartenenza. Il corpo del nemico, ridotto a oggetto, si trasforma così in un trofeo comunicativo.

 

La fine dell’esperimento del Rojava

Dopo oltre un decennio si chiude così l’esperimento del Rojava: un progetto politico raro nella regione, fondato su co-presidenze uomo-donna, unità militari femminili e una forte enfasi sulla partecipazione locale. I suoi principi dichiarati — democrazia dal basso, ecologia, liberazione della donna — parlavano un linguaggio sorprendentemente familiare alle democrazie occidentali, al punto da essere spesso celebrati come un baluardo dei valori progressisti.

È questa l’immagine che ha prevalso nella stampa occidentale, non di rado a scapito delle zone d’ombra: arresti senza processo, coscrizione di minori documentate da Reuters, repressione rigida della cultura araba locale, l’esistenza di un potere decisionale informale concentrato nei Kadres, come spiega il Washington Institute For Near East Policy. Idealizzare il Rojava significa fraintenderlo. Più che una democrazia liberale, ha funzionato come un progetto ideologico coeso e disciplinato, capace di produrre inclusione all’interno del proprio perimetro politico, ma anche di esercitare una repressione sistematica verso chi ne metteva in discussione l’egemonia.

D’altra parte, nel confronto con l’alternativa rappresentata dai tagliagole dello Stato islamico — e con contesti locali in cui la violenza patriarcale resta largamente tollerata — a molti è venuto spontaneo esacerbare la realtà virtuosa del Kurdistan siriano, che non è mai stato l’Europa, e non lo ha mai preteso.

Israele e i curdi: una lunga affinità storica

Per Israele, i curdi sono da sempre alleati naturali: tra gli attori più moderati della regione, una minoranza — come gli ebrei per secoli — bistrattata e priva di uno Stato, frammentata a partire dal Trattato di Losanna del 1923, che ha dissolto ogni prospettiva di sovranità curda post-ottomana dividendo il Kurdistan tra Turchia, Iran, Iraq e Siria. Non a caso, Israele li ha storicamente sostenuti.

Sorge allora la domanda: perché, in questo violento gennaio, non è intervenuto per fermarne la ritirata, mentre per difendere i drusi si è spinto fino a colpire direttamente il ministro della Difesa a Damasco?

Israele è stato l’unico Paese della regione i cui funzionari abbiano condannato apertamente l’offensiva del governo siriano contro i territori curdi. Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar r ha definito gli attacchi «gravi e pericolosi» e il popolo curdo una «grande nazione», un «alleato naturale». Elham Ahmad, figura di primo piano dell’amministrazione autonoma curda, ha confermato contatti diretti con Gerusalemme per individuare modalità volte a «fermare questa guerra». Anche il ministero degli Esteri israeliano, in un post su X,, ha espresso sostegno ai curdi, richiamando il ruolo delle minoranze nella nuova Siria e la necessità di tutelare i diritti umani.

Ma per molti attivisti curdi, tra cui Karwan Faidhi Dri, queste prese di posizione non sono bastate. Dopo mesi di attesa, il giudizio è netto: Israele parla, ma non ha sparato un colpo per i curdi. «Parole vuote», ha scritto su X.

La spiegazione va cercata nella geografia, nelle alleanze e, soprattutto, nella gerarchia delle minacce, come dimostra un saggio del Middle East Forum. La prossimità conta. La regione di Suwayda è adiacente al fronte del Golan, un cuscinetto di valore strategico cruciale per Israele, la cui eventuale penetrazione da parte di milizie con simpatie islamiste rappresenterebbe un rischio diretto.

Il nord-est siriano è un teatro del tutto diverso: remoto, privo di accesso al mare, raggiungibile solo attraversando spazi aerei che Israele non controlla in piena autonomia. Aprire un fronte operativo visibile in quell’area avrebbe significato disperdere risorse proprio mentre le priorità di sicurezza israeliane — Iran e Hezbollah — impongono concentrazione e continuità d’azione.

Secondo alcuni osservatori, Israele potrebbe aver accettato un tacito scambio: ridimensionare il proprio sostegno ai curdi in cambio di una maggiore libertà d’azione sul Golan. Il 5 e 6 gennaio, delegazioni israeliane e siriane si sono incontrate a Parigi sotto mediazione statunitense, concordando l’istituzione di una cellula di comunicazione dedicata alla de-escalation, alla condivisione di intelligence e a possibili aperture economiche, oltre a intese sulla libertà operativa israeliana contro asset iraniani nello spazio aereo siriano. Non esiste un quid pro quo formale, ma è plausibile che, nella valutazione strategica israeliana, il consolidamento della sovranità di Damasco sui territori curdi rappresenti un costo tollerabile in cambio della sicurezza — ben più vitale — del Golan.

Un ulteriore fattore decisivo è la Turchia. Ankara considera le SDF inseparabili dall’ecosistema del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), come spiega Al Arabiya, nonostante lo scioglimento annunciato nel febbraio 2025 da Abdullah Öcalan. Un sostegno israeliano esplicito verrebbe inevitabilmente letto come un allineamento con gruppi percepiti come una minaccia esistenziale.

A completare il quadro vi è il ruolo degli Stati Uniti, che gestiscono i meccanismi di coordinamento militare tra Israele e Siria per prevenire incidenti diretti, sponsorizzano i colloqui di Parigi e integrano la Turchia negli assetti regionali del dopoguerra. Israele difficilmente metterà in discussione questa architettura finché continuerà ad aver bisogno della copertura americana sul fronte iraniano.

Secondo il Middle East Institute, un funzionario turco avrebbe affermato che Ankara si è coordinata con l’ambasciatore statunitense Tom Barrack prima della recente offensiva del governo siriano contro le SDF, anche per assicurarsi che Israele non intervenisse.

Va tuttavia registrata una versione divergente. L’ambasciatore Yechiel Leiter ha negato che Israele abbia avallato attacchi contro i curdi, replicando a fonti siriane che sostengono invece che Gerusalemme non avrebbe sollevato obiezioni a un’operazione limitata. L’ambiguità resta, e con essa l’assenza di una smentita definitiva sul piano politico.

Per i curdi, in ogni caso, anche l’auspicato sostegno israeliano presenta un rovescio di cui tenere conto. Un appoggio visibile può trasformarsi in un fattore di esposizione: un segnale di allineamento in una regione attraversata da forti sentimenti anti-israeliani. L’associazione pubblica con Gerusalemme facilita l’etichetta di proxy straniero — e, di conseguenza, la legittimazione della repressione.

Intervention Fatigue

Non solo Israele. Mentre le SDF perdevano territorio, nessuno dei loro precedenti alleati è intervenuto. Il Nord globale attraversa una fase di intervention fatigue: dopo l’Ucraina, le capitali occidentali mostrano una crescente riluttanza a impegnarsi in crisi che promettono complessità, costi politici e responsabilità di lungo periodo, senza offrire soluzioni rapide.

A ciò si aggiunge una riallocazione delle priorità strategiche. Washington è sempre più concentrata sull’Indo-Pacifico; l’Europa è assorbita dalla sicurezza del proprio continente e dalla competizione energetica. La stabilità interna è tornata a essere una risorsa scarsa.

Sostenere apertamente un’autonomia curda significherebbe irritare la Turchia, complicare i rapporti con Damasco e assumersi oneri politici difficilmente sostenibili. In questo quadro, la prudenza prevale.

È il cinismo strutturale della geopolitica: alleati celebrati in tempo di guerra diventano marginali nelle fasi di riassetto. Quando l’utilità strategica viene meno, anche la solidarietà si ritrae.

I rischi del non intervento

Finché le SDF hanno controllato il nord-est siriano, hanno gestito anche migliaia di detenuti jihadisti e un sistema di campi che conteneva — in modo imperfetto ma funzionale — l’eredità territoriale dello Stato islamico. Il trasferimento di queste strutture a un apparato statale ancora in fase di consolidamento, come quello di Damasco, introduce una vulnerabilità evidente e il rischio di dispersione.

L’episodio avvenuto nella prigione di Shaddadi — con l’evasione di militanti dell’ISIS e un improvviso indebolimento delle misure di sicurezza durante il passaggio di controllo dalle SDF al governo centrale — lo ha mostrato con chiarezza. Parallelamente, l’esercito siriano sta assorbendo ex combattenti provenienti da formazioni ideologicamente eterogenee, alcune con genealogie apertamente jihadiste.

Per l’Occidente, i curdi avevano rappresentato un partner affidabile e secolare, capace di combattere sul terreno senza esportare instabilità oltre confine. Per Israele, la scomparsa di un attore relativamente prevedibile rischia invece di aprire corridoi a gruppi più radicali, avvicinando nuove minacce al fronte settentrionale. Il pericolo è quello di un’insurrezione frammentata, capace di sfruttare crepe istituzionali e rivalità locali.

L’indebolimento curdo, dunque, non ridisegna soltanto la mappa della Siria: ne trasforma l’ecologia della minaccia.

Gerarchia delle priorità e strategia delle minoranze

Israele resta vincolato dalla distanza geografica dei territori curdi, dalla postura della Turchia, dalla regia americana e da un canale di comunicazione con Damasco che non può permettersi di interrompere. In questa gerarchia di priorità, i curdi scivolano più in basso, mentre l’Iran rimane al vertice.

Resta allora una domanda di fondo: se Israele non può difendere i curdi senza mettere a rischio i propri interessi vitali, esiste ancora una strategia delle minoranze? O è diventata soprattutto una lingua diplomatica, utile a segnalare valori che la realtà geopolitica consente sempre meno di tradurre in azione?