L’incontro “Breve storia dei movimenti sionistici”, tenutosi online il 21 gennaio sotto l’egida del gruppo Voce di Shalom e dell’Unione delle Associazioni Italia Israele, ha mostrato con chiarezza quanto questo tema continui a rappresentare uno dei nodi più complessi, controversi e ideologicamente carichi del dibattito contemporaneo. Non solo per ciò che riguarda il Medio Oriente, ma per il modo in cui storia, memoria e identità ebraica vengono oggi lette — e spesso distorte — nello spazio pubblico europeo.
Il confronto, articolato e partecipato, ha alternato ricostruzione storica, riflessione teorica e momenti di forte tensione interpretativa, restituendo un quadro tutt’altro che pacificato.
Sionismo: reazione o progetto?
La prima questione posta dal moderatore Francesco Vitale ha toccato un interrogativo centrale: il sionismo nasce come risposta all’antisemitismo europeo o come progetto autonomo di rigenerazione nazionale?
Secondo David Elber, questa contrapposizione è fuorviante. Le due dimensioni — difensiva e costruttiva — avrebbero agito simultaneamente e in modo intrecciato. Da un lato, l’antisemitismo cristiano prima e quello moderno poi, culminato nei pogrom dell’Europa orientale, ha rappresentato un potente fattore di spinta per l’ebraismo europeo. Dall’altro, il legame con la Terra d’Israele precede di secoli la modernità politica ed è parte integrante della tradizione culturale e simbolica ebraica.
Il desiderio di ritorno a Sion non nasce nell’Ottocento, ma attraversa la liturgia, la memoria collettiva e l’immaginario ebraico fin dall’inizio della diaspora.
Elber ha inoltre ricordato come questa tensione non fosse esclusivamente ashkenazita. Anche nel mondo islamico, pur in condizioni spesso più tolleranti rispetto all’Europa cristiana, gli ebrei rimasero una minoranza subordinata, soggetta a cicliche forme di discriminazione. Il sionismo religioso sefardita, in questo senso, rappresenterebbe una continuità storica troppo spesso rimossa dal discorso pubblico.
Stato ebraico: un equivoco persistente
La seconda domanda ha spostato il confronto sul piano semantico e politico: è corretto definire Israele come “stato ebraico”, o questa definizione implica una visione teocratica incompatibile con uno stato laico?
La risposta di Elber è stata netta. L’equivoco nasce dalla riduzione dell’ebraismo a sola religione, ignorandone la dimensione nazionale, linguistica e culturale. Israele sarebbe dunque lo stato del popolo ebraico, non lo stato della religione ebraica.
In questa prospettiva, l’elemento centrale dell’identità non è la fede, ma la lingua ebraica, intesa come infrastruttura culturale e nazionale. Definire Israele “stato ebraico” non significherebbe dunque attribuirgli una natura teocratica, così come altri stati europei mantengono rapporti costituzionali privilegiati con confessioni religiose senza per questo perdere la loro laicità.
Il problema, ha suggerito Elber, non è l’eccezionalismo israeliano, ma lo sguardo eccezionalizzante applicato a Israele.
Insediamenti: il punto di massima frattura
Il momento più teso del dibattito è arrivato con la terza domanda, dichiaratamente provocatoria: se si rifiuta la lettura coloniale del sionismo, come definire l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania?
Qui il tono dell’intervento si è fatto apertamente polemico. Elber ha contestato innanzitutto l’uso stesso del termine “Cisgiordania”, definendolo un’espressione politica introdotta dalla Giordania nel 1950, dopo l’occupazione della Giudea e Samaria successiva alla guerra del 1948. Utilizzarlo significherebbe, secondo questa lettura, legittimare retroattivamente quell’atto.
La tesi sostenuta è chiara: non si tratterebbe di colonizzazione, ma di ritorno, in aree dove la presenza ebraica sarebbe storicamente attestata e interrotta solo dalle espulsioni del 1949. In questo quadro, l’uso della categoria di “colono” risulterebbe improprio.
A rafforzare l’argomentazione vengono richiamati due elementi: la maggioranza degli insediamenti sorgerebbe su terreni demaniali ed i terreni privati sarebbero stati acquistati legalmente da proprietari arabi, spesso a prezzi elevati.
Secondo Elber, la rappresentazione degli insediamenti come principale ostacolo alla pace sarebbe il prodotto di una narrazione ideologica internazionale, più che di un’analisi storica o giuridica fondata.
Il sionismo americano: un’altra genealogia
A riequilibrare il confronto è intervenuta la professoressa Giuliana Iurlano, offrendo una prospettiva meno conflittuale attraverso l’analisi del sionismo americano, profondamente diverso da quello europeo.
Negli Stati Uniti, ha ricordato, il sionismo non nasce come movimento politico ottocentesco, ma affonda le sue radici già nel Seicento, con le prime comunità ebraiche di New Amsterdam. In quella fase, “Sion” viene inizialmente identificata con l’America stessa: luogo di libertà, uguaglianza e sperimentazione sociale.
Solo nell’Ottocento maturerà l’idea di un ritorno concreto in Terra d’Israele, ma sempre in continuità con i valori fondanti dell’americanismo. Emblematica, in questo senso, la figura del giudice Louis Brandeis e il rapporto con il presidente Wilson in vista della Dichiarazione Balfour.
Il sionismo americano si sviluppa così non come risposta all’esclusione, ma come estensione dei principi democratici, in un contesto in cui gli ebrei potevano dialogare direttamente con il potere politico — una condizione impensabile nell’Europa del tempo.
Continuità storica e demografia
Nella parte finale del dibattito, l’attenzione si è spostata sulla questione della continuità storica. Elber ha ribadito la specificità del popolo ebraico come unico popolo antico ad aver mantenuto, pur trasformandosi, lingua, cultura e tradizione lungo i millenni.
Sul piano demografico, ha respinto l’idea di una totale assenza ebraica dalla regione dopo il 70 e.v. La presenza sarebbe stata minoritaria ma costante, come attesterebbero fonti indirette: editti restrittivi, cronache di viaggiatori, persistenza di centri culturali.
Anche la narrazione di una continuità araba ininterrotta viene relativizzata. La storia della regione appare piuttosto segnata da ondate migratorie successive, conquiste, crolli demografici e ricomposizioni politiche, che rendono problematiche tutte le letture lineari.
Memoria, antisemitismo e senso del sionismo
La chiusura dell’incontro è stata affidata a un momento di forte impatto emotivo. Francesco Vitali ha ricordato la vicenda di Ilan Halimi, rapito e torturato a morte in Francia nel 2006 per il solo fatto di essere ebreo, vittima dello stereotipo antisemita che associa automaticamente ebraismo e ricchezza.
Il racconto non è apparso come una digressione, ma come una chiave interpretativa conclusiva.
Il sionismo, al di là delle dispute teoriche, emerge come risposta storica all’impossibilità — ancora oggi — di garantire piena sicurezza e dignità agli ebrei nella diaspora. Non una formula ideologica, dunque, ma una questione esistenziale, che continua a interrogare l’Europa contemporanea.
La serata si è chiusa senza una sintesi pacificante, ma con una consapevolezza condivisa: il sionismo non è riducibile a slogan, né a categorie semplificate.
È un fenomeno storico complesso, nato dall’intreccio di persecuzione, memoria, identità e aspirazione politica — e come tale richiede studio, non anatemi.
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