di Francesca Modiano
Resterà probabilmente il viaggio in Israele che ricorderò con maggiore intensità: quello che ho fatto con Magen David Adom, il servizio di primo soccorso israeliano, e Taglit-Birthright, l’organizzazione che sponsorizza migliaia di giovani da tutto il mondo per conoscere Israele. Negli ultimi tempi Taglit ha deciso di includere anche persone di ogni età e religione.
Gli obiettivi erano chiari.
Magen David Adom voleva far conoscere la propria mission di salvare vite con il suo know-how nel primo soccorso d’emergenza.
Taglit puntava a formare nuovi ambasciatori di Israele.
Noi partecipanti desideravamo fare del volontariato per renderci utili alla società e conoscere realtà al di fuori dei soliti circuiti.
Tre obiettivi centrati in pieno! Ora ci sono cinquanta persone in più pronte a raccontare Israele per quello che è davvero, cinquanta persone che non vedono l’ora di tornare per fare ancora volontariato.
Eravamo un gruppo di irlandesi, scozzesi dall’accento indecifrabile, inglesi dalle diverse contee e… un’italiana! Ebrei e non ebrei, religiosi e secolari. Madri che hanno convinto le figlie a seguirle, un figlio che ha trascinato il padre, poche coppie e molte persone sole che non si conoscevano e hanno scelto di condividere otto giorni intensi. Dai 18 ai 79 anni. Chi era già stato in Israele e chi lo vedeva per la prima volta; molti spinti dal desiderio di riavvicinarsi al Paese dopo i fatti del 7 ottobre: i cosiddetti “ebrei dell’8 ottobre”.
Sveglia all’alba per cinque giorni consecutivi e via in autobus, direzione Ramle, Gerusalemme, Alta Galilea e Ashkelon. La grande soddisfazione arrivava dall’evidenza che il nostro lavoro serviva davvero:
- a un contadino che coltiva per la comunità locale e non può permettersi manodopera
- ad accelerare l’impacchettamento del materiale per le ambulanze di MDA, oltre che a donare sangue alla Banca del Sangue più avanzata al mondo
- a un coltivatore di pomodori rimasto con poco personale straniero
- a una struttura che presta gratuitamente ausili sanitari; lì abbiamo assemblato stampelle
- ai nostri mitici soldati che per il pranzo del venerdì hanno ricevuto uno dei quattromila panini preparati assieme ad altri volontari argentini e locali.
Abbiamo incontrato lo straordinario personale di Magen David Adom, che mette la missione di salvare vite, davanti al pericolo per la propria: ebrei, drusi e musulmani che lavorano fianco a fianco con lo stesso spirito. Abbiamo condiviso lo sgomento nei luoghi del Nova Festival; sostenuto moralmente un padre druso (e anche soccorritore di MDA) che ha perso la figlia per il missile caduto sul campo da calcio a Majdal Shams; ci siamo divertiti a cucinare guidati da uno chef; oltre a cantare, abbiamo riflettuto durante la cena di Shabbat e ballato per strada dopo la havdalà.
Tutto questo ha reso il gruppo coeso e ha rafforzato il nostro amore per Israele fondato su ideali di solidarietà e altruismo, pur riconoscendo la complessità e le sfide profonde del Paese, ma con quell’ottimismo indispensabile per andare avanti.
Nel bel mezzo della settimana non sono mancate le minacce di una nuova guerra, i rifugi sono stati aperti. Le mie amiche israeliane preoccupate, mi hanno incalzata: “Anticipa il tuo rientro! Altrimenti rimani bloccata qua per chissà quanto tempo”. L’idea di lasciare il gruppo per tornare in Italia non mi ha nemmeno sfiorata. Nessuna esitazione: sono col gruppo e col gruppo resto, qualsiasi cosa succeda. Non scappo da Israele.
Seppur io viva in diaspora, Israele è anche la mia terra. Se mi trovo qua, qua resto e condivido il destino degli israeliani. Quella notte sono andata a dormire serena e al mattino mi sono svegliata ancor meglio per andare tra le piante di pomodori, nelle serre vicino al confine con Gaza.



