di Anna Balestrieri
L’antisemitismo contemporaneo ha compiuto un ulteriore salto di qualità: non si limita più a circolare online, ma produce reddito. Nel cuore dell’economia digitale, l’odio antiebraico è diventato contenuto monetizzabile, sostenuto da algoritmi che premiano l’indignazione, la provocazione e la viralità. Lo sostiene l’educatrice Aviva Klompas, ceo del gruppo pro-israele Boundless, in un’analisi pubblicata da Fox News il 28 gennaio 2026.
Dai margini al mainstream
Ciò che un tempo restava confinato a pamphlet estremisti o raduni clandestini oggi prospera sulle piattaforme social, in ambienti apparentemente aperti e pluralisti. L’antisemitismo si è adattato al linguaggio del nostro tempo: video brevi, slogan scioccanti, gesti simbolici studiati per la telecamera. Non più clandestinità, ma spettacolarizzazione dell’odio.
Il caso di Miami Beach
L’articolo cita un episodio emblematico: influencer ripresi mentre cantano slogan nazisti e fanno saluti hitleriani prima in una limousine, poi all’interno di un locale notturno. Le immagini, diffuse deliberatamente, non mostrano vergogna né paura. Al contrario: consapevolezza piena di essere filmati.
Il motivo è semplice. L’indignazione genera visibilità. La visibilità genera traffico. Il traffico genera denaro.
Quando l’algoritmo diventa complice
Nel sistema dell’“attention economy” non conta ciò che è vero, giusto o moralmente accettabile, ma ciò che produce engagement. I contenuti che scandalizzano viaggiano più velocemente di quelli che spiegano. In questo meccanismo, l’antisemitismo “funziona”. E ciò che funziona viene premiato.
Non si tratta più soltanto di ideologia estremista: per alcuni attori digitali l’odio è una strategia di marketing.
Estremismo come modello di business
Secondo l’analisi di Fox News, diversi gruppi e figure radicali utilizzano deliberatamente provocazioni antisemite per alimentare donazioni, vendite di merchandising, abbonamenti e crescita del seguito. In questo quadro, l’odio non è un effetto collaterale, ma il prodotto principale.
La ripetizione costante di simboli e slogan estremi finisce inoltre per normalizzarli. Ciò che inizialmente scandalizza, col tempo smette di farlo. Il denaro, scrive l’autrice, attenua la resistenza morale.
Dall’online alla realtà
Il punto più grave è che questa dinamica non resta confinata al digitale. Il linguaggio normalizzato online filtra nella vita quotidiana: campus universitari, manifestazioni, spazi pubblici, luoghi di lavoro. L’odio virtuale diventa clima culturale.
L’antisemitismo, avverte l’articolo, non è più un problema “di comunità ebraica”, ma un indicatore dello stato di salute dell’intero spazio pubblico.
Il limite della sola moderazione dei contenuti
Fox News sottolinea come affrontare il fenomeno esclusivamente attraverso la censura o la rimozione dei post sia insufficiente. Finché i sistemi economici delle piattaforme continueranno a premiare l’engagement indipendentemente dal contenuto, l’odio troverà sempre nuove forme per riemergere.
Anche gli inserzionisti, viene ricordato, giocano un ruolo chiave: ogni pubblicità piazzata accanto a contenuti estremisti contribuisce — indirettamente — al loro finanziamento.
Il messaggio conclusivo è netto: se l’antisemitismo diventa una fonte di reddito, il problema non è più solo morale, ma strutturale. È il funzionamento stesso dello spazio digitale a essere in discussione.
“Hate should never be a revenue stream”, scrive Fox News. L’odio non dovrebbe mai essere un modello economico.
La posta in gioco
In gioco non c’è soltanto la sicurezza delle comunità ebraiche, ma l’integrità del dibattito pubblico. Una società che permette all’odio di trasformarsi in profitto accetta implicitamente che tutto — memoria, dignità, verità — possa essere monetizzato.
E quando tutto è in vendita, anche la democrazia diventa fragile.



