Israele, Sanremo ed Eurovision: quando la musica diventa terreno politico

Spettacolo

di Nina Deutsch

Dalle polemiche sulla partecipazione di Israele all’Eurovision alle prese di posizione di artisti italiani come Levante e Ghali, i grandi festival musicali si confermano in questi anni sempre più come spazi di confronto politico. Non più solo competizioni canore, ma palcoscenici in cui attualità, conflitti e libertà di espressione entrano nel dibattito pubblico. In questo contesto, la RAI ha ribadito la “assoluta volontà” di garantire la partecipazione di Israele, sottolineando come polemiche e prese di posizione appartengano agli artisti e non all’organizzazione dell’evento.

Negli ultimi anni le gare canore hanno smesso di essere soltanto competizioni musicali. Sanremo, Eurovision Song Contest e altri grandi eventi televisivi si sono trasformati, sempre più spesso, in palcoscenici dove gli artisti portano posizioni, sensibilità e messaggi politici. Un fenomeno che divide, fa discutere e che riflette un cambiamento profondo: la musica popolare come spazio di espressione pubblica, non più neutrale, ma inevitabilmente attraversato dall’attualità.

Il Festival di Sanremo (quest’anno martedì 24 febbraio – sabato 28 febbraio) ne è stato l’ennesima dimostrazione. La kermesse più seguita della televisione italiana, tradizionalmente associata a melodie, look e classifiche, è diventata anche un luogo di prese di posizione, più o meno esplicite. Monologhi, dichiarazioni a margine, testi e gesti sul palco raccontano come il confine tra intrattenimento e dibattito pubblico sia sempre più sottile. Un trend che non riguarda solo l’Italia, ma che trova la sua massima espressione a livello internazionale nell’Eurovision Song Contest. L’Eurovision, da tempo, è al centro di polemiche legate alla partecipazione di Israele, soprattutto dopo l’escalation del conflitto in Medio Oriente.

 

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Anche per l’edizione di quest’anno il tema è tornato prepotentemente al centro del dibattito, con artisti e addetti ai lavori divisi tra chi chiede esclusioni e boicottaggi e chi difende la natura “apolitica” della manifestazione. In questo contesto si inserisce la posizione di Levante, che ha chiarito pubblicamente che, in caso di vittoria a Sanremo, di non voler partecipare all’Eurovision rappresentando un Paese coinvolto in una guerra. Le sue parole hanno fatto discutere e sono state riprese da diversi media.

Non è un caso isolato. Anche Ghali, reduce da Sanremo e spesso al centro dell’attenzione per i suoi messaggi sociali, è diventato simbolo di questo nuovo corso. Le sue posizioni hanno acceso il dibattito politico, tanto da arrivare fino alle istituzioni. In vista delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026, il ministro dello Sport Andrea Abodi ha precisato che Ghali non esprimerà pensieri politici durante l’evento, sottolineando la volontà di mantenere le manifestazioni sportive lontane da prese di posizione ideologiche. Una dichiarazione che ha riacceso il confronto sul ruolo degli artisti e sulla libertà di espressione, come riportato, tra gli altri, da
Tgcom24.

Il punto, però, resta aperto: è ancora possibile separare nettamente arte, intrattenimento e politica? Oggi i grandi eventi musicali sono seguiti da milioni di spettatori e amplificati dai social network. Ogni gesto, parola o silenzio diventa un messaggio. Pretendere neutralità assoluta appare sempre più difficile, se non illusorio.

A ricordarlo è anche la posizione della Rai sull’Eurovision. Come riportato da Adnkronos, il servizio pubblico ha ribadito “l’assoluta volontà” che Israele partecipi alla competizione, sottolineando come le polemiche e le prese di posizione appartengano agli artisti e non all’organizzazione dell’evento.

Una linea che prova a tenere insieme libertà individuale e regole istituzionali, ma che non spegne il dibattito. Perché, volenti o nolenti, Sanremo, Eurovision e le grandi vetrine musicali sono ormai specchi del nostro tempo: luoghi dove la musica incontra la politica e dove il palco diventa, sempre più spesso, una tribuna.