Post-Occidente. Come il 7 ottobre riscrive la nostra storia

Eventi

di Anna Balestrieri
Il punto di partenza è il 7 ottobre, non un evento isolato, ma una cesura storica, capace di rendere visibili fratture già presenti ma a lungo rimosse. Il pogrom perpetrato da Hamas non ha soltanto segnato Israele:ha scoperchiato una crisi profonda dell’Occidente, delle sue istituzioni e del suo linguaggio morale.

 

La presentazione del volume Post-Occidente. Come il 7 ottobre riscrive la nostra storia di Raffaele Romanelli, ospitata il 26 gennaio 2026 presso la sede dell’Istituto Don Luigi Sturzo e trasmessa in diretta sui canali dell’Istituto, si è rivelata un momento di riflessione di rara lucidità sullo stato attuale dell’Occidente. Non un semplice incontro editoriale, ma un confronto intellettuale sul collasso delle categorie politiche, morali e giuridiche che hanno retto l’ordine mondiale dal secondo dopoguerra in avanti.

Il punto di partenza è il 7 ottobre, interpretato da Romanelli non come un evento isolato, ma come una cesura storica, una data spartiacque capace di rendere visibili fratture già presenti ma a lungo rimosse. Il pogrom perpetrato da Hamas non ha soltanto segnato Israele: ha scoperchiato una crisi profonda dell’Occidente, delle sue istituzioni e del suo linguaggio morale.

La fine dell’ordine postbellico

Nel suo impianto teorico Romanelli individua nel 7 ottobre il momento in cui si consuma simbolicamente la fine dell’ordine nato nel 1945. Un ordine fondato sul primato del diritto internazionale, sul rifiuto della guerra come strumento politico e sulla fiducia in organismi sovranazionali chiamati a garantire imparzialità e stabilità.

Quel sistema era già entrato in crisi con la fine della Guerra fredda, ma il 7 ottobre ne ha rimosso il velo residuo. Oggi la guerra è tornata pienamente legittima nello spazio pubblico: non solo quella tradizionale, ma anche quella “ibrida”, il terrorismo, la presa di ostaggi, l’uccisione deliberata dei civili, spesso giustificate come risposte necessarie all’oppressione.

In questo quadro si assiste a un vero collasso delle categorie: la Russia può vietare perfino l’uso della parola “guerra” per descrivere l’invasione dell’Ucraina, mentre in Occidente prende piede l’idea che attori non statali — come Hamas — sarebbero per definizione sottratti a responsabilità morali e giuridiche.

Il diritto internazionale come linguaggio svuotato

Uno degli elementi più inquietanti messi in luce da Romanelli riguarda il ruolo delle istituzioni internazionali. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite e i tribunali sovranazionali, a maggioranza extraeuropea, hanno progressivamente abbandonato ogni pretesa di neutralità, schierandosi apertamente contro Israele.

In questo modo — sostiene lo storico — non è solo Israele a essere delegittimato, ma l’idea stessa di diritto internazionale, che perde la propria funzione regolativa e si riduce a strumento politico. Quando il diritto diventa selettivo, smette di essere tale e si trasforma in militanza.

È in questo senso che Romanelli parla di passaggio dall’ordine globale al disordine globale, dove restano le parole del diritto ma non più la loro sostanza.

Democrazia smarrita: elezioni o Stato di diritto?

Il caso israeliano diventa, nell’analisi di Romanelli, una cartina di tornasole della crisi più ampia delle democrazie occidentali. Da un lato, Israele viene negato come democrazia nonostante elezioni libere, pluralismo politico, libertà di stampa e Stato di diritto. Dall’altro, Hamas viene talvolta ammantato di una presunta legittimità democratica per il solo fatto di aver vinto elezioni ormai lontane nel tempo.

Ciò che emerge è una frattura profonda tra due concezioni incompatibili di democrazia: quella liberale, fondata sulle garanzie giuridiche, e quella populista, ridotta al solo principio elettivo. Una frattura che attraversa l’intero spazio occidentale e che trova eco tanto nelle argomentazioni di Putin contro Zelensky quanto nelle derive trumpiane negli Stati Uniti.

Genocidio come parola rovesciata

Uno dei passaggi più densi del pensiero di Romanelli riguarda l’uso del termine “genocidio” nel discorso pubblico successivo al 7 ottobre. L’impiego sistematico di questa categoria per descrivere l’azione militare israeliana non risponde a criteri storici o giuridici, ma a una precisa operazione simbolica.

Qualunque sia la gravità delle ferite inferte a Gaza e qualunque siano le responsabilità da discutere, nessuna definizione di genocidio — né per intenzione né per esito — può essere applicata al caso israeliano. L’uso di quel termine ha invece la funzione di relativizzare la Shoah e di rovesciare il rapporto tra vittime e carnefici, meccanismo tipico dell’antisemitismo moderno.

Quando il genocidio diventa una parola retorica, perde la sua funzione di memoria e diventa strumento di cancellazione della memoria stessa.

Il contributo decisivo di Lucia Corso

In questo quadro si colloca con particolare forza l’intervento della dottoressa Lucia Corso, Professore Ordinario di Filosofia del Diritto presso l’Università di Enna Kore, che ha rappresentato uno dei momenti più rilevanti dell’incontro.

Corso ha affrontato con rigore la campagna di boicottaggio e delegittimazione di Israele in ambito accademico, denunciandone l’inconsistenza giuridica e il carattere ideologico. Al centro del suo intervento vi è stato proprio lo svuotamento semantico di termini come “nazismo” e “genocidio”, trasformati in slogan politici privi di fondamento storico.

La sua riflessione ha assunto un valore ancora più forte alla luce della data dell’incontro, alla vigilia della Giornata della Memoria. Nel giorno in cui si dovrebbe custodire il significato della Shoah, assistiamo invece alla banalizzazione dei suoi concetti fondativi, utilizzati per delegittimare l’altro.

Putin parla di “nazismo” per giustificare l’aggressione all’Ucraina; Hamas e i suoi sostenitori brandiscono il “genocidio” contro Israele. E sorge una domanda inevitabile: se davvero fosse in corso un genocidio, ci si limiterebbe a risoluzioni?

Doppi standard e silenzi colpevoli

A completare il quadro è intervenuto Pejman Abdolmohammadi, docente alla London School of Economics, chiamato a riflettere sui doppi standard applicati a Israele nel contesto mediorientale. Il suo intervento ha evidenziato il silenzio imbarazzante di molta sinistra europea e di numerose organizzazioni per i diritti umani di fronte alle atrocità del regime iraniano.

Lo stesso mondo che denuncia Israele tace davanti alle esecuzioni, alla repressione e alla violenza sistemica degli ayatollah, arrivando talvolta a offrire una legittimazione indiretta a Hamas, ignorandone la natura terroristica fondata su stupri, assassinii e violenza deliberata contro i civili.

Il post-Occidente come crisi di autocoscienza

Il cuore del libro di Romanelli — e dell’intero incontro — risiede però nella lettura dell’atteggiamento dell’intellettualità occidentale dopo il 7 ottobre. L’entusiasmo, talvolta appena velato, con cui il pogrom è stato interpretato come “liberazione di energie compresse” rivela una profonda introversione dell’Occidente, un vero e proprio odio di sé.

La causa palestinese viene elevata a simbolo universale dell’anticolonialismo, mentre l’Occidente viene identificato senza residui con la violenza e la sopraffazione. A questa narrazione vengono subordinate perfino le battaglie per i diritti umani: emancipazione femminile, libertà individuali, diritti delle minoranze, proclamati ma prontamente sacrificati in nome della retorica antioccidentale.

È qui che prende forma il “post-Occidente”: non come fase geopolitica, ma come crisi morale e culturale della coscienza occidentale.

La presentazione allo Sturzo ha avuto il merito di non offrire consolazioni. Post-Occidente non è un libro nostalgico né un pamphlet ideologico, ma un esercizio di disincanto. Il 7 ottobre non riscrive la storia perché modifica il passato, ma perché costringe a rileggerlo, mettendo a nudo le contraddizioni di un mondo che ha smarrito il significato delle proprie parole prima ancora delle proprie certezze.

In un tempo in cui il linguaggio precede e spesso sostituisce il pensiero, la difesa della precisione concettuale diventa essa stessa un atto politico. È questo, forse, il messaggio più profondo emerso dall’incontro: senza parole giuste, non esiste memoria; senza memoria, non esiste futuro.

Raffaele Romanelli, Post-Occidente. Come il 7 ottobre riscrive la nostra storia, Laterza, pp.208, 18 euro