Giorno della Memoria e insofferenza per gli ebrei oggi: quando i numeri raccontano una frattura

Italia
di Anna Balestrieri
Quasi metà della popolazione italiana (47,8%) è convinta che «gli ebrei che abitano nel nostro Paese pensino prima a Israele che all’Italia». Non solo: oltre il 14% della popolazione adulta sostiene che «bisognerebbe espellere tutti gli ebrei dall’Italia».
È quanto emerge dai sondaggi citati dal sociologo Renato Mannheimer in un suo recente articolo su Italia Oggi, che fotografano un cambiamento profondo nell’opinione pubblica europea. Non si tratta soltanto di una conoscenza sempre più fragile della storia, ma di un mutamento emotivo e politico che investe il presente.

I numeri dell’antisemitismo in Italia

A rendere ancora più inquietante il quadro sono alcuni dati riportati nell’articolo pubblicato da Mannheimer su Italia Oggi, che fotografano atteggiamenti antisemiti tutt’altro che marginali. Quasi metà della popolazione italiana (47,8%) è infatti convinta che «gli ebrei che abitano nel nostro Paese pensino prima a Israele che all’Italia», attribuendo loro una presunta doppia lealtà nazionale, nella quale quella verso lo Stato ebraico avrebbe il predominio.

Questa convinzione risulta particolarmente diffusa tra gli elettori della Lega, dove raggiunge il 67,4%, segnalando come il sospetto nei confronti degli ebrei non sia soltanto culturale, ma anche politicamente connotato.

Proprio da questa visione discende una posizione ancora più radicale: c’è chi arriva a sostenere che «bisognerebbe espellere tutti gli ebrei dall’Italia». Un’affermazione che richiama in modo inquietante l’epoca fascista e le leggi razziali, ma che, secondo il sondaggio, è condivisa oggi da oltre il 14% della popolazione adulta — circa un italiano su sette, pari a diversi milioni di persone. La percentuale cresce tra chi ha un basso titolo di studio e tra i lavoratori manuali: tra gli operai, l’idea dell’espulsione degli ebrei coinvolge addirittura un intervistato su quattro.

Come sottolinea lo stesso autore su Italia Oggi, si tratta di dati che offrono una visione parziale e probabilmente imperfetta degli atteggiamenti antisemiti. E tuttavia resta difficile ignorare il fatto che essi coinvolgano una quota significativa della popolazione, stimabile complessivamente tra il 15 e il 20 per cento degli italiani. Numeri che, nel Giorno della Memoria, pongono interrogativi profondi non solo sul passato, ma sulla tenuta civile del presente.

Il ruolo del 7 ottobre

Secondo Mannheimer, un ruolo centrale lo ha avuto il conflitto mediorientale esploso dopo il 7 ottobre, con un impatto diretto sulla percezione degli ebrei anche fuori da Israele.

«Ha influito il conflitto mediorientale su questo. Ho visto un sondaggio proprio oggi effettuato dall’istituto SWG che dice che quasi la metà degli italiani ha cambiato la sua opinione del popolo ebraico tutto dopo il conflitto, si parla del 40 per cento», spiega.
Un cambiamento che, secondo lui, è stato favorito anche dalla comunicazione proveniente da Gaza: «Questo, assieme alla notevole capacità di comunicazione di Hamas — le immagini dei bambini, al di là che fossero vere o no — sono state molto efficaci».

I dati richiamati nel suo articolo mostrano come l’antisemitismo oggi non passi più soltanto attraverso stereotipi tradizionali, ma si nutra di una sovrapposizione sempre più frequente tra ebrei, Israele e conflitto. Un cortocircuito che finisce per colpire l’identità ebraica nel suo complesso, anche lontano dal Medio Oriente.

Espellere gli ebrei dall’Italia

Tra i risultati del sondaggio, uno in particolare ha colpito lo stesso Mannheimer.
«Il dato che mi ha colpito di più è stato quello sulla necessità di espellere gli ebrei», racconta. Alla domanda del giornalista, il 14 per cento degli intervistati ha risposto affermativamente. «Era una domanda che avevo posto più in senso provocatorio che reale, invece una quota rilevante ha risposto affermativamente».

Un segnale allarmante, che riporta alla superficie un linguaggio e un immaginario che si pensavano confinati al passato, e che invece riaffiorano nello spazio pubblico europeo.

Il fenomeno, sottolinea Mannheimer, non riguarda un solo Paese. «Secondo i miei amici che conoscono l’Europa la situazione è certamente peggiore, in Francia certamente, forse anche nel Regno Unito, ma senza dubbio è un fenomeno europeo».

Nel Giorno della Memoria, questi numeri pongono una domanda scomoda: che cosa resta della lezione della Shoah se, mentre la si commemora, cresce allo stesso tempo la disponibilità ad accettare l’esclusione degli ebrei come categoria collettiva?

I sondaggi raccontano una memoria che non scompare, ma che rischia di perdere il suo significato etico, trasformandosi in rituale, incapace di arginare paure, propaganda e semplificazioni. Una frattura che non riguarda il passato, ma il presente dell’Europa.