di Marina Gersony
Non è né ebrea né israeliana, ed è proprio questo a rendere la sua voce ancora più potente: non parla per appartenenza, ma per principio. Alle manifestazioni pro-palestinesi a Berlino si presenta da sola, elegante, con i suoi fiori e i cartelli: Rape is not Resistance, Believe Israeli Women, Bring the Hostages Home.
C’è qualcosa di inaspettato nella figura di Karoline Preisler. Non ha nulla della retorica infuocata delle piazze, né dell’estetica classica delle attiviste militanti. Arriva con un mazzo di fiori, cartelli scritti a mano, un passo calmo e un sorriso appena accennato. Eppure, in questa apparente gentilezza si nasconde una fermezza morale che colpisce più di mille slogan urlati.
Nata e cresciuta a Berlino Est prima della caduta del Muro, Karoline Preisler porta con sé un’esperienza che è insieme biografica e politica, quasi fisica: la vita sotto una dittatura, l’aria pesante del controllo, le parole sorvegliate, una libertà sempre rimandata. È da qui che nasce la sua idea di democrazia, al centro del libro Demokratie aushalten! Über das Streiten in der Empörungsgesellschaft, un titolo che in italiano non ha un equivalente esatto (“Sopportare la democrazia! Sul litigare nella società dell’indignazione”). Per Preisler la democrazia non è un bene acquisito né una pace silenziosa, ma un esercizio quotidiano e faticoso: una tensione costante tra conflitto e rispetto, tra disagio e responsabilità. Una prova continua che richiede nuovi strumenti e nuovi luoghi di incontro per rendere possibile il dialogo, sempre più necessario su temi divisivi come i limiti della libertà, la religione, la crisi climatica, la migrazione o la famiglia.
Formata come giurista e politicamente legata all’FDP, negli ultimi mesi Preisler è diventata il volto più noto – e scomodo – della protesta civile in Germania. Alle manifestazioni pro-palestinesi a Berlino si presenta da sola, elegante, con i suoi fiori e i cartelli che recitano: «Rape is not Resistance», «Believe Israeli Women», «Bring the Hostages Home». Non è né ebrea né israeliana – ed è proprio questo a rendere la sua voce ancora più potente: non parla per appartenenza, ma per principio.
Oggi la polizia la protegge quasi automaticamente.
Minacce, insulti, spinte e sputi fanno parte della sua quotidianità. Eppure Preisler resta. Resta perché non tollera la normalizzazione dell’antisemitismo mascherato da attivismo progressista. Resta perché crede che i fiori – fragili, ma visibili – siano una forma di resistenza alla brutalità. Resta perché sa cosa significa vivere senza libertà e riconosce il pericolo quando lo vede: nelle piazze che negano le violenze del 7 ottobre, applaudono Hamas e trasformano la caccia agli ebrei in una “festa popolare”. Il suo resistere è solitario e pacifico, ma tutt’altro che debole: una donna contro la folla, armata di memoria, verità e di un incrollabile credo nella dignità umana.
Il 7 ottobre: perché questo giorno ha cambiato tutto per lei – anche il suo modo di fare attivismo?
Il 7 ottobre 2023 mi ha sconvolta per la sua brutalità, ma anche per la sofisticata strategia terroristica ibrida che lo ha accompagnato. La trasmissione in tempo reale dei massacri, delle violenze sessualizzate e dei rapimenti già pochi giorni dopo è stata minimizzata, negata e reinterpretata. Qui agiscono professionisti del terrore, che si imbattono in sprovveduti aiutanti occidentali. La mia protesta – nella forma in cui sono attiva da anni – è stata anch’essa, attraverso l’idea ibrida delle cosiddette proteste “pro-palestinesi”, diffusa in tutto il mondo. I nemici della libertà hanno così, senza volerlo, reso noti anche i miei messaggi e il mio impegno.
“Rape is not Resistance”: cosa significa davvero questo messaggio, al di là dello slogan?
Lo stupro è sempre stato impiegato nella guerra, per l’oppressione o per la distruzione psicologica del nemico. Già questo è abbastanza abominevole. Ciò che è nuovo, dall’attacco di Hamas contro Israele, è che siamo stati tutti testimoni in tempo reale: che i testimoni sopravvissuti, gli investigatori e i primi soccorritori hanno reso testimonianza – e che, nello stesso momento, è avvenuta la negazione insieme al rovesciamento del rapporto tra vittime e carnefici. Questa è un’ingiustizia sconvolgente. Da ciò consegue per me: contraddire è un dovere. Diritti umani che escludono gruppi di vittime non valgono nulla. Le mie convinzioni mi spingono verso raduni che diffondono e propagano narrazioni antisemite, sostenendo che gli stupri del e dopo il 7 ottobre sarebbero stati atti di resistenza o non sarebbero mai avvenuti. Pensavo che, come società civile, fossimo più avanti. Ma il nostro bel femminismo era solo la ciliegina su una torta di discriminazione disgustosa: “Me too unless you are a jew”.
Perché ha insistito così ostinatamente sugli stupri, mentre molti preferivano tacere o relativizzare?
Ho l’impressione che alcuni attivisti e sostenitori del terrorismo riescano a farla franca nel sopprimere la verità. Grida scomposte e teorie cospirative antisemite sono oggi in forte ascesa. Ma io non voglio rassegnarmi all’idea che stiamo sacrificando le conquiste dell’emancipazione a un’immagine retrograda delle donne e all’odio contro gli ebrei. Il 9 novembre e il 27 gennaio commemoriamo le vittime della Shoah. Per me non basta. Voglio che la vita ebraica sia sempre e ovunque al sicuro. Da questo siamo lontani anni luce.
Cosa le hanno raccontato le donne e le famiglie che ha incontrato in Israele?
Le donne e le famiglie in Israele erano così piene di amore! In Israele non c’è stato un solo minuto in cui non fossi circondata da persone aperte e accoglienti. Un convivere interculturale, interreligioso e leale ha caratterizzato i miei incontri in Israele. Le persone a Hostages Square o gli amici dell’organizzazione di volontariato Zaka mi dicevano ripetutamente che ciò che faccio significava molto per loro, che la visibilità era importante, e così via. Questo enorme riconoscimento mi ha quasi messa in imbarazzo. Le persone in Israele – davvero ciascuna – hanno alle spalle due anni molto duri. Ho dovuto mettere per iscritto ciò che ho vissuto lì. Per questo ora esiste il mio libro Streit und Straßenkampf – unterwegs für die Freiheit (“Scontro e lotta di strada – in cammino per la libertà”). Inoltre il presidente israeliano Herzog mi ha ricevuta. Israele è uno Stato fratello democratico.
Come si spiega la concentrazione quasi ossessiva di odio contro Israele e gli israeliani, che spesso va oltre ogni legittima critica politica?
È comodità. Se gli ebrei o lo Stato ebraico possono essere responsabili di ogni disgrazia, non si deve avanzare alcuna pretesa verso sé stessi né fare i conti con i propri fallimenti. L’antisemitismo è da secoli la cospirazione più comoda. Ma da secoli costa anche vite umane. Questo deve finire. Questo comportamento offende ogni etica e ogni intelligenza.
Perché molti media occidentali sembrano quasi a disagio nel tenere vivo il ricordo del 7 ottobre o nel metterlo al centro?
Perché nel frattempo ciò significherebbe per i media occidentali dover elaborare in modo autocritico il proprio fallimento degli ultimi due anni. È scomodo. Inoltre potrebbe avere un ruolo il fatto che le vittime del massacro del e dopo il 7 ottobre appartengano a una minoranza. Le minoranze comprano, cliccano e consumano meno. Per questo si assecondano le masse. E le masse si sentono a proprio agio in una caccia globale agli ebrei.
Quando si trova sola in mezzo a una folla ostile, cosa la sostiene: rabbia, paura o senso del dovere?
Nella folla ostile mi concentro sul restare salda e non mostrare paura. Queste persone che sputano, urlano e si scatenano sono molto intimidatorie. Io so PERCHÉ sono lì. Per questo il COME passa in secondo piano. Per me è importante non piegarmi e non sacrificare i nostri valori democratici all’odio.
Perché i fiori? Cosa significano politicamente e simbolicamente per lei?
I fiori trasmettono – spero – la mia intenzione pacifica e si prestano anche come apertura al dialogo. A volte regalo un fiore a un interlocutore. Inoltre mi aggrappo ai fiori quando qualcuno mi colpisce. Questo non mi lascia certo indifferente. Come sistema di allarme i fiori sono anche eccellenti: se i manifestanti iniziano a strapparli, è il momento di mettermi in sicurezza. Questo modo di procedere mi ha già risparmiato diverse volte botte in manifestazioni inclini alla violenza.
Si può essere solidali con i civili palestinesi e allo stesso tempo essere senza compromessi contro Hamas? E come fare?
Dobbiamo essere solidali. I civili nella Striscia di Gaza sono – consapevolmente o meno – anch’essi vittime di Hamas e di altre organizzazioni terroristiche. Il fatto che una larga parte della popolazione palestinese sostenga Hamas non cambia questo. Hamas uccide e tortura la propria popolazione; donne e bambini hanno sul posto un’aspettativa di vita bassa; diritti umani fondamentali vengono sospesi dai terroristi. Questo non dovrebbe lasciarci indifferenti. Allo stesso tempo dobbiamo rimanere vigili, perché gli ostaggi tornati riferiscono in parte di essere stati rinchiusi presso civili. Un futuro di pace dipende anche dal non permettere che il seme di Hamas germogli nella mente dei civili.
Molte organizzazioni femministe hanno taciuto sugli stupri del 7 ottobre: tradimento o miopia politica?
Tradimento. Non c’è stato nulla di miope. È stata un’omissione deliberata e una vergogna per il mondo intero. Che soprattutto le donne che hanno ignorato le vittime del 7 ottobre 2023 possano bruciare all’inferno.
Lei viene dalla DDR: cosa direbbe ai giovani occidentali che oggi simpatizzano con movimenti illiberali?
Direi ai giovani che seguono regimi autoritari, movimenti illiberali e nemici delle donne che ogni dittatura opprime per prima la gioventù. Io vengo da una dittatura e ho visto abbastanza vittime. Una democrazia, uno Stato di diritto, non è certo privo di errori. Ma tra tutte le forme di società che ho conosciuto finora, la democrazia è la più amica dell’essere umano.
Guardando all’Iran e alle donne che lì protestano contro il regime — cosa dovrebbero imparare le piazze europee sul coraggio e sulla libertà femminile?
Le donne iraniane – e tutte le persone in Iran – sono incredibilmente coraggiose, perché si oppongono quasi da sole al regime dei mullah. Migliaia di morti, molti rapiti, troppi maltrattati parlano un linguaggio chiaro: la libertà trova la sua strada anche nel buio. I Fratelli Musulmani possono infuriare e uccidere. Ma l’Iran sarà libero. Se il mondo fosse un luogo giusto, starebbe al fianco del popolo iraniano.



