di Davide Romano
Il 7 ottobre ha dimostrato brutalmente quanto l’attuale narrazione di tanti musei e memoriali fosse inefficace. (…) I visitatori dei luoghi della memoria devono comprendere che le stesse idee che hanno portato a sei milioni di ebrei morti sono ancora insegnate, diffuse e celebrate in alcune parti del mondo. (Nella foto: il Gran Mufti Amin al-Husseini e Adolf Hitler nel 1941)
La questione centrale riguarda la comprensione della macchina propagandistica che ha reso possibile la Shoah. I musei espongono con cura i testi antisemiti, le vignette diffamatorie, i film di propaganda nazista che hanno preparato il terreno per Auschwitz. Mostrano come l’odio sia stato sistematicamente instillato nella popolazione tedesca attraverso teorie complottiste, demonizzazione e disumanizzazione degli ebrei. Eppure, qualcosa non ha funzionato nella trasmissione di questo messaggio.

La censura imposta da Hamas a Gaza è emblematica: “Romeo e Giulietta” di Shakespeare è vietato perché promuoverebbe l’amore al di là dei vincoli familiari, mentre il “Mein Kampf” di Hitler circola liberamente ed è stato trovato in innumerevoli abitazioni dai soldati dell’IDF durante il recente tragico conflitto tra Hamas e Israele. Questa non è un’anomalia storica, è la dimostrazione che la propaganda che ha portato ad Auschwitz non è mai stata davvero sconfitta, ma si è semplicemente trasferita geograficamente.
I memoriali della Shoah hanno dunque il dovere morale di aggiornare la loro narrazione. Non basta più esporre la propaganda nazista come documento storico concluso. È necessario tracciare linee dirette con la propaganda contemporanea: mostrare come gli stessi stereotipi, le stesse teorie complottiste, la stessa disumanizzazione degli ebrei siano oggi veicolati attraverso mezzi di comunicazione, libri di testo scolastici e sermoni religiosi in vari paesi del Medio Oriente e – ultimamente – sempre più anche in occidente.



