“Gli ebrei non sono un popolo, quindi non hanno diritto a uno Stato”: ecco il mantra degli antisionisti incalliti

Opinioni

di Claudio Vercelli

[Storia e controstorie]

Capiamoci da subito: le cose della vita in comune, non sono mai facili. Ancora meno, da sé, “semplificabili”. Partiamo da questo presupposto e veniamo quindi al dunque, per quello che ci riguarda: il fondamento dell’antisionismo è l’intransigente affermazione che il movimento nazionale ebraico – e ciò che da esso è, nei fatti storicamente derivato, a partire dallo Stato d’Israele – costituisca, a prescindere, un qualcosa a cui invece contrapporsi, poiché in sé comunque illegittimo. Quindi, non solo politicamente, bensì moralmente, del tutto abusivo. Non sussisterebbe, infatti, un’effettiva ragione affinché i problemi degli “ebrei”, tra Ottocento e Novecento (al pari dei giorni nostri), trovassero una soluzione territoriale e, quindi, nazionale. In pratica: è tempo che questi ultimi la smettano di rivendicare qualcosa che non gli appartiene. Non sono popolo, non costituiscono quindi uno “Stato”.

Il duplice “peccato originale” del movimento sionista risiederebbe, quindi, nel praticare sia un nazionalismo etnico (basato sulla riduzione dell’ebraismo ad una sola identità, quella di un’altrimenti inesistente “etnia”, da trasformare, come tale, in un collante ideologico e politico che dà forma ad una società tanto indipendente quanto soverchiante), così come – nei concreti fatti – nei risultati derivanti dal ripetersi di una prassi isolazionista: gli “ebrei” che si intendono come gruppo separato dal resto del mondo; tali poiché tra di loro affratellati non solo da vincoli culturali e religiosi bensì da una specifica ideologia politica al pari di inconfessabili interessi materiali e, con essi, di dominio.

L’una cosa e l’altra, esercitate nei confronti delle restanti popolazioni – a partire da quelle arabe nella “Palestina” – rischierebbe quindi di tradursi, da subito, in una visione razzista e – al medesimo tempo – in concrete pratiche di apartheid, se non peggio.

Da ciò deriva il comune giudizio per cui il sionismo sia un qualcosa da rifiutare a prescindere. In altre parole: esso sarebbe non solo l’epigona manifestazione del colonialismo europeo (l’uomo bianco contro le popolazioni native) ma anche quella del suprematismo razzista, ad oggi del tutto ricorrente in campo ebraico.

Al dunque, si possono allora isolare alcuni temi di fondo.

Il primo di essi rimanda al convincimento che gli ebrei non siano un popolo, ancorché disperso o diasporico, e che, proprio come tali, non abbiano mai goduto del diritto di avanzare rivendicazioni di ricomposizione nazionale.

Il secondo elemento rinvia all’idea, originariamente diffusa anche in una parte delle comunità ebraiche, che i problemi degli ebrei non fossero affrontabili – e quindi risolvibili –  con il ricorso alla via nazionale autoctona. Si tratta, nel qual caso, del risultato della discussione, in sé assai intensa, che al tempo (tra Ottocento e primo Novecento), stava attraversando l’ebraismo in quanto minoranza, sia pure in società tanto liberali quanto autocratiche.

Il terzo argomento, più strettamente religioso, può essere formulato come l’avversione nei confronti dell’auto-redenzione. Richiama quindi alla componente ultraortodossa dell’ebraismo. In tal senso il vero nocciolo del tempo attuale è – e rimarrebbe – quello della dispersione. Il sionismo, quindi, sarebbe solo la nuova forma di un vecchio problema, il falso messianismo, che da Gesù ad oggi, produce illusioni e lesioni nel corpo stesso dell’ebraismo.

Il quarto movente, proseguendo in questa veloce carrellata, è quello che indica in Israele una realizzazione politica che crea più problemi di quanti ne possa (e ne intenda) risolvere. Dal riscontro della conflittualità con le comunità arabe – per parte antisionista – si è passati, infatti, ad affermare che la via nazionale e statuale ebraica sia di per sé, a tal punto tanto illusoria quanto foriera di implicazioni negative; tali – quindi – da fare sì che l’ebraismo non avrebbe dovuto comunque farsene carico in proprio.

Un quinto elemento, assecondando un crescendo che, una volta innescatosi, fatica oggi a fermarsi, è quello per cui il sionismo costituirebbe invece una forma particolarmente virulenta di razzismo. Nonché insidiosa, poiché nasconderebbe in sé l’esprimersi di una nuova sopraffazione. Ossia, quella che deriva dall’usare, come seduzione e ricatto, le proprie sofferenze per tacitare, a prescindere, il resto del mondo.

Giunti infine a questo punto della scala d’intensità, sopravviene il pregiudizio antisemita. “Israele” infatti – in quanto prodotto mefitico del “sionismo”, è percipito come una sorta di “ebreo collettivo”, sul quale scaricare le colpe attribuite agli ebrei. L’antisionismo è allora al pari all’antisemitismo. Se non tutti gli antisionisti sono antisemiti, quasi sempre questi ultimi, invece, si caricano anche del rifiuto integrale del sionismo come soggetto storico dotato di una sua dignità e, con essa, di una sua ragione politica e morale a sé stante. Al centro di una tale visione rimane sempre il medesimo fuoco, ossia l’immagine ossessiva e maniacale di un “ebreo” immaginario, la cui unica ragione sarebbe quella di testimoniare dell’indegnità morale della sua stessa esistenza, in quanto essere patologico, parassitario e disumano per la cui distruzione le “forze del bene” dovrebbero adoperarsi, in una battaglia senza quartiere. Ma che bella storia!