di Davide Cucciati
L’annuncio americano sulla governance del dopo guerra a Gaza ha già prodotto un attrito politico tra Washington e Gerusalemme. “Un completo fallimento diplomatico da parte del governo Netanyahu che spreca l’immenso coraggio e il sacrificio dei soldati e comandanti di Tzahal”, ha commentato Lapid.
“Non abbiamo informato Netanyahu in anticipo della composizione del comitato esecutivo. Non si aspettava che ci fossero rappresentanti di Turchia e Qatar, ma ora Gaza è il nostro show, non il suo.” Con queste parole, riferite da funzionari statunitensi e riprese dal Jerusalem Post, emerge la percezione che Israele abbia ormai perso l’iniziativa sul futuro di Gaza.
L’annuncio americano sulla governance del dopo guerra a Gaza ha già prodotto un attrito politico tra Washington e Gerusalemme. La Casa Bianca colloca il Board dentro un “piano complessivo per porre fine al conflitto a Gaza”, in 20 punti, e rivendica una base di legittimazione internazionale sostenendo che la Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza ONU del 2025 avrebbe “approvato” il piano e “accolto favorevolmente” la creazione del Board.
L’architettura della transizione: civile e sicurezza
Gli Stati Uniti prevedono una transizione costruita su due pilastri, civile e sicurezza, coordinati da una regia politica. Sul lato civile, viene creato il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (NCAG), guidato dal palestinese Ali Sha’ath, con il compito di ripristinare i servizi essenziali, ricostruire le istituzioni civili e stabilizzare la vita quotidiana. Sopra l’NCAG opera il Board of Peace presieduto da Trump che la Casa Bianca descrive come lo strumento di supervisione dell’intero piano in 20 punti. Il nucleo dirigente del Board è un “founding Executive Board” composto da Marco Rubio, Steve Witkoff, Jared Kushner, Tony Blair, Marc Rowan, Ajay Banga e Robert Gabriel. Sul terreno, il collegamento tra la regia politica e la gestione civile viene affidato a Nickolay Mladenov, nominato “alto rappresentante per Gaza”. A supporto proprio dell’alto rappresentante nonché del NCAG viene istituito inoltre un “Gaza Executive Board”, l’organo attuativo nel quale compaiono anche il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan e il qatariota Ali Al-Thawadi, insieme ad altri rappresentanti regionali e a figure già presenti nel nucleo dirigente. Sul lato sicurezza, infine, viene annunciata una Forza internazionale di stabilizzazione (ISF) comandata dal maggior generale Jasper Jeffers.
Un board globale: inviti e seggi
Altri inviti per unirsi al “Board of Peace” sarebbero stati destinati a Vladimir Putin, alla Commissione europea e alla Thailandia. AP aggiunge un elemento significativo: un contributo da 1 miliardo di dollari garantirebbe un seggio permanente con fondi destinati alla ricostruzione, mentre gli incarichi triennali non avrebbero lo stesso requisito.
Lapid: fallimento diplomatico
Il parlamentare d’opposizione Yair Lapid ha attaccato il primo ministro Netanyahu: “Da un anno avevo avvertito che, se il governo non avesse promosso la soluzione egiziana con gli Stati Uniti e la comunità internazionale, Turchia e Qatar avrebbero finito per influenzare Gaza. Ieri sera è stata rivelata la composizione del cosiddetto ‘Consiglio per la Pace’. La Turchia è inclusa, il Qatar è incluso, e, secondo l’esercito israeliano, Hamas ha ancora 30.000 combattenti a Gaza. Questo rappresenta un completo fallimento diplomatico da parte del governo Netanyahu che spreca l’immenso coraggio e il sacrificio dei soldati e comandanti di Tzahal.”
Smotrich: cancellare il piano
Il ministro israeliano Bezalel Smotrich ha definito il piano “dannoso per Israele” e ne chiede la cancellazione, sostenendo la necessità di una amministrazione militare israeliana nella Striscia. Il futuro di Gaza sembra sempre più determinato da compromessi globali nei quali l’interesse israeliano rischia di non essere centrale.
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