Il primo Golden Globe per un documentario: il trionfo del regista ebreo Eugene Jarecki

Spettacolo

Nella foto in alto: Julian Assange, dal trailer “The six billion dollar man: Julian Assange and the Price of Truth” (Screenshot da Youtube in accordo con la clausola di esonero di responsabilità relativa ai copyright)

di Pietro Baragiola
Eugene Jarecki non è stato l’unico artista ebreo a rientrare tra i protagonisti dei Golden Globe 2026. Timothée Chalamet, infatti, fresco della vittoria ai Critics’ Choice Award della settimana precedente, è riuscito a trionfare come Miglior Attore in una Commedia per la sua interpretazione in Marty Supreme 

Per la prima volta nella loro storia, i Golden Globe hanno aperto la partecipazione alla categoria Miglior Documentario, segnando una svolta simbolica e politica nel panorama dei riconoscimenti hollywoodiani.

A vincere l’ambito premio durante la cerimonia di domenica 11 gennaio è stato The Six Billion Dollar Man, il nuovo capolavoro del regista ebreo statunitense Eugene Jarecki.

“Questo riconoscimento è volto a celebrare un autore il cui lavoro dimostra eccezionale merito creativo e un forte potenziale di ispirazione verso un positivo cambiamento sociale”, ha affermato la giuria del nuovo premio, istituito in collaborazione con la Artemis Rising Foundation.

The Six Billion Dollar Man segue le vicende di Julian Assange, fondatore di WikiLeaks, intento a pubblicare documenti segreti che rivelano i crimini di guerra e gli abusi di potere degli Stati Uniti. Attorno a lui si muovono governi, servizi segreti, magistrati e giornalisti in una progressiva caccia all’uomo che si stringe su Assange per ridurlo al silenzio.

“È il film più agghiacciante del 2025”, ha commentato il magazine britannico Time Out, mentre la critica internazionale ha accolto il documentario con una pioggia di recensioni a cinque stelle portandolo a vincere il prestigioso L’OEil d’Or al Festival di Cannes.

Per Jarecki, già vincitore di numerosi Emmy e premi al Sundance Festival, questo successo è l’ennesima conferma di una carriera costruita sull’indagine dei meccanismi di potere e sulla difesa dei cosiddetti “eroi della giustizia sociale”.

L’eredità della Shoah e la vocazione civile del cinema

Figlio di un sopravvissuto della Shoah, Jarecki attribuisce apertamente la sua ossessione per la verità alla sua eredità famigliare.

“Dato che la famiglia di mio padre è fuggita dalla Germania e quella di mia madre dalla Russia zarista, da bambino ho imparato ad essere ‘figlio della fuga’” ha dichiarato al Jewish News dopo la vittoria ai Golden Globe. “Le società possono cambiare nel modo più oscuro da un giorno all’altro e sentivo il dovere di applicare la mia esperienza per difendere chi ancora oggi viene perseguitato”.

La preoccupazione civile di Jarecki si è subito rivolta alle conseguenze della schiavitù negli Stati Uniti. Il regista, infatti, ha spesso sottolineato il legame storico e simbolico tra la diaspora ebraica e la lotta degli afroamericani: “intere famiglie ridotte in schiavitù, proprio come gli ebrei in Egitto”.

È da qui che nasce la sua sensibilità politica, poi tradotta nel cinema come strumento di denuncia e di richiesta morale all’America affinché si dimostri all’altezza dei suoi ideali fondanti.

Jarecki ha avuto un’esperienza diretta nella politica ancor prima di dedicarsi pienamente al cinema. Dopo la laurea a Princeton, infatti, ha partecipato ad una visita alla Baia di Guantanamo con una delegazione del Dipartimento di Stato. Lì ha documentato uno sciopero della fame dei migranti detenuti, consolidando un impegno che lo avrebbe portato ad affrontare temi controversi, come quello di Henry Kissinger, fino a figure iconiche come Elvis Presley, protagonista del documentario The King (2017) che ha ottenuto una nomination ai Grammy.

Il talento fa parte della famiglia Jarecki, infatti, anche il fratello Andrew è un regista pluripremiato, mentre la madre Gloria è stata una stimata critica cinematografica per Time Magazine.

I vincitori ebrei dei Golden Globe

Eugene Jarecki non è stato l’unico artista ebreo a rientrare tra i protagonisti dei Golden Globe 2026. Timothée Chalamet, infatti, fresco della vittoria ai Critics’ Choice Award della settimana precedente, è riuscito a trionfare come Miglior Attore in una Commedia per la sua interpretazione in Marty Supreme.

Il film segue le vicende di Marty Mauser, giovane ebreo impiegato in un negozio di scarpe che sogna di diventare il più grande giocatore di ping pong del mondo. Un personaggio liberamente ispirato al campione Marty Reisman, ma anche alle ambizioni dello stesso Chalamet, come ha spiegato più volte il regista Josh Safdie.

A completare il quadro di una serata impressa nella storia è il primo Golden Globe di Seth Rogen, premiato pochi mesi dopo aver ironicamente dedicato un intero episodio della sua serie The Studio proprio a questa cerimonia.

“È così strano: abbiamo solo finto di farlo ed ora sta succedendo davvero” ha scherzato incredulo, stringendo il trofeo. “Pensavo che l’unico modo per averne uno fosse creare un intera serie in modo da regalarmene uno finto.”

Ricca di questi momenti emozionanti, la cerimonia dei Golden Globe 2026 si è chiusa come una serata che, tra impegno civile e autoironia, è stata in grado di raccontare una parte fondamentale di Hollywood, capace di riflettere su sé stessa e sul mondo.