di Nina Deutsch
Oltre cento città iraniane sono in rivolta. Il regime risponde con il fuoco, arresti di massa e blackout di Internet, accusando Stati Uniti e Israele di ingerenza. Washington e Tel Aviv esprimono sostegno ai manifestanti, mentre le piazze si riempiono di slogan contro Khamenei e simboli del regime. Dall’estero, Reza Pahlavi lancia il suo appello alla popolazione. (Fonte foto: euronews)
Sedici giorni. Sedici notti consecutive di fuoco, barricate e urla nelle strade dell’Iran. Dal cuore di Teheran alle province più remote, il Paese vive una delle più estese ondate di protesta degli ultimi anni. La risposta del regime è stata rapida e brutale. Le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco, mentre cecchini e droni sorvegliano dall’alto le strade. Il procuratore generale, Mohammad Movahedi Azad, ha dichiarato che i manifestanti e chiunque li sostenga sarebbero considerati «nemici di Dio», un’accusa che può portare alla pena di morte nel sistema giudiziario iraniano.
Parallelamente, le autorità hanno imposto un blackout quasi totale di Internet e delle comunicazioni mobili, isolando circa 92 milioni di cittadini dal resto del mondo. In questo silenzio digitale, le notizie filtrano a ondate, spesso tramite contatti diretti, satelliti o video diffusi clandestinamente, creando un senso di urgenza ma anche di incertezza.
La rivolta, esplosa a fine dicembre per l’aumento vertiginoso dei prezzi, l’inflazione fuori controllo e il crollo del potere d’acquisto, ha rapidamente superato la dimensione economica. In pochi giorni si è trasformata in una sfida politica diretta al sistema teocratico, con slogan contro la Guida suprema Ali Khamenei e attacchi simbolici ai pilastri del potere.
Le informazioni che arrivano dalla Repubblica islamica sono frammentate, parziali e in continuo cambiamento. Il blackout della rete, imposto dalle autorità, rende estremamente difficile verificare in tempo reale la reale portata degli scontri. Le notizie filtrano a ondate, attraverso contatti diretti, collegamenti satellitari come Starlink e video diffusi clandestinamente, spesso rimossi nel giro di pochi minuti. In questo contesto, ogni bilancio è provvisorio e destinato a mutare.
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La lista nera dei manifestanti uccisi
Non esiste infatti un dato ufficiale unico sul numero di vittime proveniente dalle autorità iraniane; tutte le cifre sono stimate da gruppi di monitoraggio esterni o attivisti, e la verifica indipendente è resa difficile dal blackout di Internet e dal controllo delle informazioni da parte del regime. Secondo HRANA (Human Rights Activists in Iran), Ong con sede negli Stati Uniti che monitora le proteste, i morti accertati sarebbero oltre 540, mentre altre centinaia di decessi restano in fase di verifica; gli arresti supererebbero quota 10.700. Stime più alte arrivano da ambienti dell’opposizione in esilio: la fondazione legata alla Nobel per la Pace Narges Mohammadi parla di almeno 2.000 vittime, un dato che non può essere confermato in modo indipendente ma che viene citato da più attivisti come indicativo dell’ampiezza della repressione.
Organizzazioni internazionali come Amnesty International e Human Rights Watch confermano l’uso sistematico di munizioni vere contro i manifestanti e segnalano anche la morte di decine di membri delle forze di sicurezza. Video e testimonianze filtrate dall’interno mostrano obitori e ospedali sovraffollati, corpi avvolti in sacchi neri e famiglie alla ricerca dei figli scomparsi. Attivisti denunciano inoltre che in alcuni casi alle famiglie sarebbe stato chiesto di pagare migliaia di dollari per il rilascio delle salme, accuse che Teheran respinge ma che, nel contesto della repressione, contribuiscono ad alimentare un clima di paura e opacità senza precedenti.
Statue abbattute e simboli nel mirino
Nel caos delle proteste, i manifestanti hanno preso di mira i simboli del regime. A Teheran è stata danneggiata una statua del generale Qassem Soleimani, figura centrale dell’apparato militare iraniano e trasformata in icona nazionale dopo la sua uccisione in un raid statunitense nel 2020. In altre città, sono stati colpiti ritratti di Khomeini e simboli della Repubblica islamica.
Colpire le statue non è solo vandalismo: nella storia delle rivoluzioni è un atto profondamente politico, un gesto che segna la rottura con un passato percepito come oppressivo e la volontà di ridefinire l’identità collettiva.
Città in fiamme e repressione armata
Da Teheran a Mashhad, da Isfahan a Shiraz, passando per Tabriz, Rasht, Kerman e Zahedan, oltre cento città sono state teatro di manifestazioni, incendi e scontri. Barricate improvvisate bloccano le arterie principali, mentre i manifestanti lanciano pietre e bombole contro le forze di sicurezza. In alcune aree, secondo testimonianze raccolte da media internazionali, i dimostranti sarebbero riusciti temporaneamente a prendere il controllo di interi quartieri, dando alle fiamme edifici governativi e sedi delle milizie.
Un Paese diviso, multietnico, sotto pressione
Non tutta la popolazione sostiene la rivolta. Parte dell’opinione pubblica accusa i manifestanti di essere strumentalizzati dall’estero, sostenendo che solo «chi non si sente iraniano» attaccherebbe figure come Soleimani. Il regime insiste su una narrativa di complotto internazionale, puntando il dito contro Stati Uniti e Israele. La televisione di Stato iraniana ha trasmesso immagini di manifestazioni a sostegno della Repubblica islamica, mostrando migliaia di persone radunate in piazza Enghelab, nel centro di Teheran. I partecipanti, secondo il racconto dei media ufficiali, hanno sventolato bandiere nazionali e ritratti della Guida suprema Ali Khamenei, denunciando presunte ingerenze straniere e ribadendo il sostegno al regime. Non esistono al momento conferme indipendenti sull’entità reale delle mobilitazioni che, spesso, sono organizzate dal regime sotto compenso ai partecipanti.
L’Iran resta un Paese profondamente multietnico: circa il 60% della popolazione è persiana, seguita da azeri (circa 18%), curdi (14%) e beluci – appartenenti a popolo iranico abitante nella regione del Belucistan (4%). Storicamente, le autorità temono che tensioni sociali ed economiche possano saldarsi a fratture etniche, amplificando l’instabilità.
Le reazioni internazionali: USA e Israele
Gli Stati Uniti hanno espresso sostegno al diritto degli iraniani a protestare, escludendo per ora un intervento diretto. Da Washington, il presidente Donald Trump ha affermato che Teheran avrebbe manifestato la volontà di negoziare e che un incontro è in fase di preparazione, mentre l’amministrazione americana valuta «opzioni molto concrete», incluse misure militari e cyber, in risposta alla repressione delle manifestazioni.
In Israele, come riportato dal Jerusalem Post, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che il suo Paese «sta dalla parte del popolo iraniano nella lotta per la libertà», respingendo le accuse di ingerenza e ribadendo la profonda preoccupazione per il ruolo regionale della Repubblica islamica. Le autorità israeliane seguono da vicino l’evoluzione della crisi, senza annunciare azioni dirette.
Nel frattempo, Teheran segnala un’apertura al dialogo con Washington, ma a condizioni precise. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha confermato che canali di comunicazione indiretti con gli Stati Uniti restano attivi, anche attraverso mediatori internazionali, chiarendo però che qualsiasi confronto dovrà basarsi su reciprocità e rispetto, non su pressioni unilaterali. Allo stesso tempo, il regime iraniano denuncia un piano coordinato per destabilizzare il Paese e avverte che reagirà a qualsiasi attacco, colpendo interessi israeliani e statunitensi nella regione. Sul fronte europeo, l’Unione valuta nuove sanzioni contro l’Iran per quella che viene definita una «brutale repressione» delle proteste.
Sedici giorni dopo l’inizio della rivolta, una cosa appare chiara: la paura non basta più a fermare la protesta. Nel buio del blackout, tra notizie frammentate e bilanci destinati a cambiare di ora in ora, l’Iran si muove su una linea sottile tra repressione e rottura storica. Se questa ondata si spegnerà o segnerà l’inizio di una nuova fase resta impossibile dirlo. Ma dopo quindici giorni di piazze in fiamme, una certezza rimane: nulla, in Iran, è più come prima.



