Fuoco

Parashat Sheminì

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
(Levitico 9,1 – 11,47) Aronne, dopo i sette giorni di consacrazione, benedice il popolo, e la gloria del Signore appare in una grande luce sul Santuario. Ma i figli di Aronne, Nadav e Avihù, appena consacrati, presentano sull’altare un incensiere con un`fuoco diverso’ da quello che era stato loro comandato. L’errore viene punito dal Signore con la morte. La Parashà termina con una dettagliata descrizione degli animali permessi e di quelli proibiti nell’alimentazione ebraica.

Leggiamo: “(Nadav e Avihù) presero ciascuno il suo turibolo… e offrirono dinanzi al Signore un fuoco estraneo; il che Egli non aveva loro ordinato di presentare. E un fuoco uscì dalla presenza del Signore e li divorò. E morirono davanti all’Eterno” (10,1-2).
Raramente nella Torà troviamo una punizione così grave e, per la logica umana, apparentemente inadeguata alla colpa che poteva essere attribuita a una dimenticanza, a un banale errore o perfino a un eccesso di zelo e di buona volontà!
Una punizione, oltre tutto, che avrebbe potuto suscitare nel popolo non tanto il rispetto quanto il terrore per la divinità; e di conseguenza la rinuncia ad agire per il timore della reazione dell’Eterno!
I figli di Aronne avevano trasgredito ai “regolamenti”. Qualsiasi altro atto compiuto che non rientrasse in modo preciso nei “regolamenti” sarebbe stato ugualmente punito, di qualsiasi tipo di trasgressione si fosse trattato!
Il popolo è appena ai suoi inizi. La comprensione del compito da eseguire si sta appena delineando.
L’obbedienza e l’adeguamento alla nuova disciplina di vita sono fattori fondamentali per la crescita e lo sviluppo del popolo nella direzione indicata dall’Eterno: “Santi siate perché Santo sono io, il Signore vostro Dio!”.

Il fuoco ha molto spesso, presso gli antichi, attinenza con il culto idolatrico in cui ogni sacrificio, anche quello umano, veniva bruciato col fuoco. Potevano i Sacerdoti, i figli di Aronne, in un momento così delicato, permettersi deviazioni, iniziative personali, disattenzioni e confusioni nel modo di prestar culto al Dio unico?
E se loro, per primi, avessero deviato dal cammino indicato, che cosa avrebbe fatto il popolo che non aveva subìto l’impatto fortemente emotivo di sette giorni trascorsi nella Tenda della Radunanza, alla presenza di Dio, coperti di paramenti sacri, unti con l’olio dell’unzione, investiti dell’incarico di “ascoltare, agire e procedere” nella via del Signore? Ed essi pagarono la loro trasgressione con la morte! Eppure questa morte ci appare in contrasto con il profondo rispetto della vita inculcato da tutto l’insegnamento della Torà, con gli attributi di misericordia propri del Dio di Israele, giusto e misericordioso.
L’episodio offre vasto campo alla riflessione e ci induce ad azzardare, con la massima cautela, un’ipotesi.
La morte dei figli di Aronne fu una vera morte “materiale”, “fisica”, o piuttosto la “morte spirituale” di autorevoli personalità che avevano perso il diritto di “comparire davanti all’Eterno” nelle vesti sacerdotali?
Se leggiamo attentamente il testo, e noi sappiamo che nella Torà nessuna parola è superflua ma ha sempre un suo preciso significato, troviamo scritto non semplicemente: “Ed essi morirono”, ma: “Ed essi morirono davanti al Signore”. Che potrebbe essere interpretato “Il Signore non li considerò più; li considerò come morti davanti ai suoi occhi”, li cancellò dalla propria presenza facendoli decadere dal ruolo di Sacerdoti, dalla severissima punizione che colpì Nadav e Avihù, un ulteriore insegnamento morale.
Di Elia Kopciowski

Le norme sono un mezzo che permette al popolo ebraico di differenziarsi dal contesto sociale non ebraico all’interno del quale esso vive. Le mitzvot gli permettono di preservare l’unità e l’essenza del popolo ebraico attraverso le generazioni. Al riguardo la seconda parte della parashà ci insegna che per la Comunità le norme quotidiane del consumo di cibo ebraico costituiscono un legame ed un mezzo per ricordarsi della sua identità nazionale. Le leggi della kasherut, più di altri precetti, sono strumenti sociali la cui finalità è quella di mantenere viva la nazione ebraica ed uno strumento psicologico per preservare l’identità dei suoi individui. L’ebreo osservante sa, da un lato, che non può mangiare qualunque alimento che gli viene offerto e, d’altro lato, sa che può mangiare in casa del suo omologo ebreo nel mondo. Continuando la visione educativa è possibile anche pensare ad una visione etica della kasherut. Secondo invece l’interpretazione mistica, le regole della kasherut hanno una influenza più profonda rispetto all’influenza etica o morale. La sua principale importanza radica i suoi effetti sopra l’universo e sopra la personalità dell’uomo. La Torà esprime chiaramente che il consumo di animali impuro esercita una influenza nociva sopra la personalità spirituale dell’uomo. Gli animali che non sono elencati tra le norme dietetiche della Torà sono concepiti come tra quelli che hanno un effetto diretto sul carattere morale dell’essere umano.
Di Rav Pinhas Punturello

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