La presentazione del film "1943: i giorni della tregua"

“1943: i giorni di una tregua”, un documentario per una grande storia

Feste/Eventi

di Nathan Greppi
Quando parliamo della vita ebraica durante la Guerra, pensiamo soprattutto alle Leggi Razziali, alle deportazioni, e più in generale a momenti pieni di sofferenza. Tuttavia, pochi sanno che a Saint Martin, un paesino francese tra le Alpi Marittime, nel 1943 vi fu un periodo di alcuni mesi in cui gli ebrei furono protetti non solo dagli abitanti del posto, ma anche dalle truppe italiane occupanti. Questo è ciò che narra il documentario 1943: i giorni di una tregua, diretto da André Waksman e proiettato nell’Aula Magna Benatoff della Scuola Ebraica domenica 11 novembre, durante un incontro organizzato dall’Associazione Figli della Shoah.

Il film

Il documentario, uscito originalmente in Francia nel 2009, fa rivivere la storia degli ebrei di Saint Martin attraverso interviste a coloro che vissero in prima persona quei fatti, oltreché a importanti storici. 1200 ebrei fuggiti da tutta Europa si erano rifugiati in quel luogo, occupato dai militari italiani fino all’8 settembre: l’aspetto singolare è che per tutta la durata dell’occupazione, gli italiani non solo non applicarono le Leggi Razziali, ma in più impedirono alle truppe di Vichy di deportarli o anche solo di chiedere loro i documenti. Quasi tutti i testimoni intervistati conservavano un buon ricordo del periodo trascorso in quel paesino in mezzo alle montagne, che fu la loro salvezza. Ma tutto questo ebbe fine l’8 settembre: da quel giorno, le truppe italiane si ritirarono mentre i nazisti scendevano a sud, costringendo gli ebrei a lunghe camminate sulle montagne per poi scendere nella campagna vicino a Cuneo. Purtroppo, 500 di loro furono catturati e deportati ad Auschwitz.

Il dibattito

Al termine della proiezione ha avuto inizio un dibattito sull’argomento, introdotto da Daniela Dana Tedeschi, vicepresidente dell’Associazione Figli della Shoah: il primo a prendere la parola è stato Rav Roberto Della Rocca, secondo il quale questa storia “ci ricorda che, durante una delle esperienze più tragiche della storia d’Europa, ci sono stati carnefici, collaborazionisti, ma ci sono stati anche molti Giusti, e questa è stata una delle più grandi intuizioni dello Stato d’Israele nell’istituire il Tribunale dei Giusti, lo Yad Vashem, per quei Giusti nel mondo che hanno salvato la vita a degli innocenti, e questo è un concetto che troviamo nella saggezza talmudica, per cui chi salva una persona è come se salvasse il mondo intero.”

Subito dopo ha parlato Antonio Ferrari, opinionista del Corriere della Sera: “Io, assieme a una mia collega del Corriere della Sera che è qui con noi, sono 12 anni che ci occupiamo di memoria; e devo dire che questa vicenda mi ha molto colpito, ma non mi ha sorpreso, perché è vero che c’è una enorme complessità nell’atteggiamento italiano: da una parte c’erano i fascisti e chi vendeva gli ebrei per 5.000 lire, ma dall’altra parte c’erano dei casi individuali come quelli del film, ma sono casi più frequenti di quanto possiamo immaginare. Le Leggi Razziali sono state una delle pagine più orrende della storia del nostro paese, però è anche vero che in molte situazioni abbiamo avuto strane resistenze, inattese. Questo non vuol dire ‘italiani brava gente’, però va detto che c’erano italiani buoni.” Fece l’esempio del console fascista a Salonicco, dove c’erano numerosi ebrei, e che riuscì a salvare tutti gli ebrei italiani dalla deportazione e anche molti ebrei greci.

Dopo di lui è intervenuta la storica del CDEC Liliana Picciotto, secondo la quale “questa storia è una storia straordinaria, tanto che è stata molto criticata: il primo che ha scoperto questa storia è stato (lo storico) Alberto Cavaglion, figlio di Enzo Cavaglion che è stato presidente della Comunità Ebraica di Cuneo.” Ha raccontato che Enzo stava uscendo di casa per unirsi ai partigiani, quando vide arrivare tutta quella gente, “e sono i primi che gettano l’allarme, non c’era ancora l’occupazione tedesca in Italia, quindi vanno subito a Torino ad avvertire la Comunità e soprattutto ad avvertire una straordinaria organizzazione di soccorso che si chiama Delasem, attiva fin dal 1839 e tollerata dai fascisti, che salvò molti ebrei italiani.” Ha detto che il film “mi è piaciuto moltissimo, oltretutto ho trovato che ci siano delle finezze cinematografiche, perché per tutta la seconda parte del film il protagonista è il sentiero.”

Infine ha parlato Elena Bedei, co-autrice del film, la quale ha spiegato che “nel film non abbiamo parlato di un personaggio importantissimo, straordinario, che è Angelo Donati; era un banchiere ebreo italiano che viveva a Nizza, ed è grazie a lui che sono state fatte queste resistenze coatte nei vari villaggi nelle montagne, ed essendo molto influente presso il Vaticano fornì passaporti agli ebrei. Purtroppo non abbiamo potuto parlare di lui perché abbiamo fatto un progetto solo su di lui, perché meriterebbe una storia a parte.”

 

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