Mosaico
domenica 2 ottobre 2016
1 Tishrì 5777
Shanà Tovà dai Presidenti e dal Consiglio della Comunità

Rosh Hashanà 5777

I presidenti Raffaele Besso e Milo Hasbani e tutto il Consiglio della Comunità ebraica di Milano augurano a tutti gli ebrei milanesi Shanà Tovà umetukà e Chatimà Tovà.

Che l’anno ebraico 5777, che inizia questa sera, possa essere sereno e prospero per tutta la Comunità e per tutto il popolo d’Israele!

 

Ci aspettano novità
di Raffaele Besso
Ci avviciniamo alla fine di un anno difficile e di grandi cambiamenti. Siamo attori di immense sfide nel tentativo di riportare a navigare in acque tranquille la nostra Comunità. L’anno che sta per incominciare non sarà da meno; i Maestri ci insegnano che, quando si chiude un ciclo e se ne apre un altro, quello nuovo non può e non deve essere la copia di quello precedente. Come dice anche il Re Davide nei Salmi, dobbiamo adoperarci per fare progressi lungo il cammino, in modo che si possa avanzare nella strada già intrapresa con successo, per il momento, da questo Consiglio. Il punto di arrivo di quest’anno non è altro che il punto di partenza di quello nuovo. Per fare ciò abbiamo bisogno dell’aiuto e del supporto morale e materiale di tutti voi.
Non mi resta che augurare a voi e famiglie Shanà Tovà Umetukà.

Maggiore unità di intenti
di Milo Hasbani
In prossimità delle feste vorrei augurare a tutti gli iscritti della Comunità Shanà Tovà e Chatimà Tovà.
Che l’anno che viene possa vederci tutti uniti. Vorrei avere tutte le persone vicine al Consiglio, perché possano vedere, valutare e apprezzare il lavoro che abbiamo fatto. E con lo stesso spirito, con la stessa volontà di collaborazione, ci attendiamo che il nostro impegno venga preso come esempio per darci manforte nell’opera di risanamento della nostra Comunità.
Non chiediamo di fare miracoli, neppure noi li abbiamo fatti, ma abbiamo lavorato seriamente con grande impegno e con grande senso di responsabilità. Lo stesso senso di responsabilità vorrei chiederlo a tutti gli iscritti.

 

 “Torna Israele fino al Signore tuo Dio”

di Rav Alfonso Arbib,
Rabbino Capo della Comunità ebraica di Milano

C’è un momento di profonda crisi nella storia dei 40 anni trascorsi nel deserto dal popolo ebraico. È la rivolta di Kòrach, una rivolta talmente pericolosa che Moshè chiede un intervento straordinario di Dio che dimostri in modo inequivocabile che Kòrach ha torto.
Ciò che sostiene Kòrach in realtà è molto affascinante e apparentemente molto ebraico. Kòrach dice: “Tutta la comunità sono tutti kedoshìm (santi)” in quanto tutto il popolo ebraico ha ricevuto la Torà sotto il Monte Sinai e quindi nessuno può ritenersi superiore a un altro. Questo porta Kòrach a contestare la leadership di Moshè e Aharon.
Kòrach sembra riprendere quasi letteralmente un versetto di Kedoshìm. Il verso recita: “Siate kedoshìm perché kadòsh sono Io, il Signore vostro Dio”. La kedushà è l’obbiettivo fondamentale del popolo ebraico e si dà al popolo anche un modello di kedushà, il modello più alto – Dio stesso.
Rashì dà un’interpretazione sorprendente alle parole Poiché Io sono santo, Rashì dice: la mia kedushà è più alta della vostra. Che cosa vuol dire Rashì? Sembra un’ovvietà. Secondo Rav Sh. Israeli Rashì ci fornisce qui un insegnamento fondamentale. Nel momento in cui si dà un modello di kedushà si offre un modello volutamente sproporzionato, enormemente più elevato del nostro e sostanzialmente irraggiungibile. Perché?
Perché l’unico modo di progredire è avere obbiettivi alti che ci elevino progressivamente dalla nostra situazione attuale. Paradossalmente per poter essere kedoshìm è assolutamente necessario non essere tutti uguali. Ciò è l’esatto contrario di ciò che dice Kòrach. Kòrach contesta la leadership di Moshè ma in realtà quella leadership è l’unica garanzia di kedushà. Moshè è un modello altissimo a cui gli ebrei possono aspirare e in questo modo migliorare. La kedushà non è un dato di fatto ma un percorso. Nel momento in cui si riceve la Torà sul Sinai non si riceve un diploma di laurea da appendere al muro ma un impegno costante e per attuare quell’impegno abbiamo bisogni di modelli positivi e in alcuni casi anche di modelli irraggiungibili.
La Haftarà che leggiamo lo shabbàt tra Rosh Hashanà e Kippùr comincia con le parole: “Torna Israele fino al Signore tuo Dio”. I Chakhamìm commentano questo verso dicendo: È grande la teshuvà perché arriva fino al Trono celeste.
Forse non ci arriveremo mai ma è fondamentale aspirare ad arrivarci. Il percorso di teshuvà è e deve essere ovviamente graduale. L’uomo non può fare salti ma le aspirazioni devono essere elevate e possono arrivare fino al Trono divino.
Auguro a tutti noi un anno di prosperità, pace e teshuvà cioè l’aspirazione costante a migliorarsi.