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Dietro le quinte
Mostre: Israele arte e vita 1906 - 2006
Backstage non è solo uno dei tanti inglesismi divenuti termine corrente nei mass-media (ci risiamo), ma anche una formula di crescente successo nel mondo dello spettacolo. Sembra che il desiderio di introfularsi nella vita del prossimo o di vedere le star come sono “davvero” sia ormai più che diffuso e l’idea che sta alla base di buona parte di quanto è trasmesso in TV.
Ma visitare il “backstage” di una mostra d’arte contemporanea è un’altra cosa e indica forse quanto potrebbe essere prezioso andare dietro le quinte. Perché incontrando, parlando con gli artisti mentre sono al lavoro, si scoprono prospettive senza dubbio interessanti e insisto sul “si”, perché proprio la situazione del backstage induce loro stessi a mettersi in giuoco più del solito e casomai a scoprire assieme a chi è con loro nuove visuali alle loro stesse opere. Non solo, ma quando la mostra è collettiva, quando gli artisti sono più d’uno, il backstage permette di scoprire le relazioni fra loro, non tanto e non solo come persone (altrimenti ricadremmo in una specie di “Isola dei Famosi”), ma piuttosto a livello dei loro lavori, della loro visione del mondo.
Mi è capitato di vivere tutto questo intrufolandomi a Palazzo Reale durante l’allestimento della colossale mostra Israele: Arte e Vita, in cui diversi nomi sacri si sono trovati a lavorare all’allestimento e a farlo parzialmente assieme.
All’entrata del mio “backstage” mi sono imbattuto in Menashé Kadishman, uno scultore e pittore di enorme spessore; era lì seduto sulla sua sedia (non ha più la forza delle prime volte che l’avevo incontrato) a guardare la sua installazione Shalechet in cui centinaia di visi in bronzo tutti diversi, tutti sofferenti sono posti per terra. Una moltitudine di morti, una tragedia. Kadishman mi spiega che è un’opera fondamentale per lui, fortemente legata alla sua serie dei Sacrifici di Isacco: “Sono tutti gli Isacco, tutti i figli che non hanno trovato un agnello che venisse sacrificato al posto loro. Ma sono privi di colpa come ogni Isacco, e il dolore di un padre per la morte di un figlio è tanto grande che spera sempre nell’arrivo di un agnello. Ho iniziato a pensare a quest’opera ai tempi della guerra del Libano, ma quando mi hanno chiesto a Berlino di creare un’installazione in ricordo della Shoah, mi sono sentito di esprimere quella stessa sensazione nel modo che vedi qui”. E mentre mi parla, mi chiede cosa pensi della disposizione delle teste che sta studiando da ore, perché stavolta invece di porle su uno stesso piano, distese, ne ha sistemata qualcuna perpendicolare o obliqua alle altre, dando una maggiore sensazione di movimento. Mentre sto pensando alla risposta, chiede a mio figlio che è con me, cosa pensi delle sue opere, a dimostrazione che il suo legame verso le nuove generazioni non è affatto di facciata. Yoel mio figlio gli risponde che a suo avviso quelle teste rappresentano i bambini ebrei gettati da Faraone nel Nilo e Kadishman diviene felicissimo, non solo per l’originalità dell’idea (a cui non aveva pensato neppure lui) ma anche perché le onde del Nilo sono legate a quell’idea di movimento che stavolta vuole inserire.
Salutato Kadishman, mi addentro in un corridoio sui cui muri sono poggiati fotografie e quadri ancora da appendere; Amnon Barzel, il curatore, si muove di qua e poi di là, parla in continuazione, fornendo indicazioni agli operai, dialogando con gli artisti, fra cui anche Micha Ulman, uno scultore che ha lasciato un segno notevole a Berlino. Ulman mi dice di trovarsi a suo agio in questo via vai. “Siamo come una grande famiglia, mi piace lavorare con questi miei amici” e lo dice con convizione. E in effetti a pochi metri vedo Nahum Tevet consigliare Tzibi Geva sulla disposizione dei suoi quadri, li guarda, li osserva quasi come fossero suoi. “L’amicizia è soprattutto con quelli della mia generazione, mentre i più giovani è giusto che vogliano differenziarsi”, indicando quanto nel mondo dell’arte la differenza di età conti, a livello di mercato (le meteore con le crescite incredibili di prezzo e le conseguenti cadute sono spesso ventenni) e non solo. Intanto Ulman sistema la sabbia che ha portato da Ramat Hasharon (vicino a Tel Aviv) sulle porte e le finestre che ha posto per terra. “Ma fanno tutti parte di un’unica installazione che ho chiamato Est pensando a Israele. Puoi considerarli come gli infissi di una casa quasi ultimata, che stanno per essere messi in posizione, o invece quanto rimane di un edificio distrutto. E mentre cammini fra loro, ti ritrovi come all’interno di una casa, che è nuova o distrutta”. E aggiunge “Non voglio fornire una soluzione. Le domande sono più interessanti delle risposte” con un’uscita che farebbe felice qualsiasi talmudista. Poi, assieme a me, si avvicina a una delle finestre aperte a metà e poggiate sul pavimento, in cui si riflettono le strutture di Palazzo Reale. “Guarda, mi rendo adesso conto che per come appaiono nel vetro, i muri qui attorno sembrano deformati, distrutti; qui a Milano, l’aspetto catastrofico è più evidente del solito. E, del resto, una situazione solida, coerente, si basa talvolta su un passato difficile, sulla distruzione. È un po’ una metafora di Israele”.
Ancora qualche passo e mi imbatto in Nahum Tevet, che dopo aver fatto da consulente a Geva, osserva la sua propria opera, confrontandola con altre simili che aveva creato in passato. “È davvero una bella coincidenza che la mostra si tenga in concomitanza con quella di Boccioni. Inizialmente mi sono proprio ispirato a Balla e ai suoi tavoli; davano una sensazione di stabilità, di poggiarsi su un terreno liscio e ben levigato. Però la nostra realtà è diversa, è instabile e incerta per cui i tavoli si capovolgono, o ruotano, e così la mia installazione dà la sensazione di trovarsi in un movimento rotatorio, ben differente da quello di Balla”. Gli faccio notare che nell’installazione ha inserito però solo un elemento tondo (alcuni vecchi dischi che paiono più una metafora scherzosa che una parte integrante dell’opera) mentre tutti gli altri sono oggetti spigolosi, duri; e che esiste una sostanziale sensazione di armonia data però da elementi tutti diversi fra loro. “È vero, ed è questo il segreto di una armonia non di facciata, come vorrei per Israele” mi dice, e torna a inforcare gli occhiali e a studiare la posizione degli ultimi mini-tavoli, da lui stesso costruiti (come quasi tutto il resto), perché vuole contribuire con le sue mani a realizzare i suoi ideali.
Daniele Liberanome
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Shabbath
Va’ethchannàn - 13 Av
• Inizio: Venerdì 23 Lug. h 20.05
• Fine: Sabato 24 lug. h 21.51
• Parashà:
Va’ethchannàn
• Haftarà: Isaia 40: 1-16
(I = rito italiano S = rito sefardita A = rito ashkenazita)
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Rosh Chodesh
Elùl - 10 e 11 agosto
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Festività
Tish'a BeAv - 9 Av
• Inizio: 19 Lug. h 21.06
• Fine: 20 Lug. h 21.48
• Parashà: Tish'a BeAv
• Haftarà: Shachrìt: Geremia 8: 13 - 9: 23 - Minchà: Osea 14: 2-10; Michea 7: 18-20
(I = rito italiano S = rito sefardita A = rito ashkenazita)
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