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Gustav Mahler, il marrano dell’est che amava il Kol Nidrè
Patrimonio: lungo il filo del tempo

Provate a immaginare una piccola sinagoga appena costruita ad Iglau, una graziosa cittadina della Boemia, attuale Repubblica Ceca. Siamo nel 1865. Un bambino si nasconde tra la gonne della madre ascoltando i canti sinagogali intonati dai correligionari. La sua voce si alza nella sala e tutti, voltandosi, vedono quel fanciullo che diritto e aggrottato, dopo aver urlato a gran voce “Zitti, silenzio, così non si fa”, intona a squarcia gola una delle sue canzoni preferite: “Eits a binkel Kasi”. Questo è il piccolo Gustav Mahler agli esordi della sua vita, ragazzino tutto determinazione e pugni stretti.

La sua è una famiglia ebraico-ashkenazita di lingua tedesca, come quella di Kafka. “Una famiglia non particolarmente religiosa, -racconta Quirino Principe, che su Mahler ha scritto un saggio (Mahler. La musica tra Eros e Thanatos, edito da Bompiani) -. “Per Mahler si può parlare soltanto di una duplice identità linguistica (tedesco e boemo), dal momento che egli utilizza raramente parole in yiddish ed ebraico. Era d’altronde proprio della tradizione boemo-ebraica l’uso di parlare in tedesco. Esistono due modi di essere qualcosa e, nel caso specifico, ebrei: esserlo in virtù della tradizione, del divenire storico, dell’ambiente in cui si nasce e l’esserlo spiritualmente. Mahler più che semplicemente ebreo, si sente trattato come tale e questo non gli va giù, lo avverte come una insopportabile discriminazione di carattere spirituale”. Non a caso, la stampa dell’epoca dirà che “la musica di Mahler parla il tedesco musicale, ma ha l’accento, la cadenza e prima di tutto il gesto troppo orientale dell’ebreo dell’Est, dell’ostjuden”. Di fronte a questa e altre vicende, egli risponderà stizzito all’amico pittore Roller: “la gente deve ascoltare la mia opera e farla agire su di sé, accettarla o rifiutarla. Ma i loro pregiudizi favorevoli o sfavorevoli nei confronti dell’opera di un ebreo dovrebbero lasciarli a casa. Lo pretendo come mio diritto”.

A 150 anni dalla nascita del grande compositore boemo-austriaco e a 100 anni dalla sua morte, gran parte delle celebrazioni a lui dedicate tendono a far emergere anche il cotè ebraico-musicale e la parte ebraica della sua biografia. E’ accaduto ad esempio a Milano, durante il ciclo di conferenze che il Forum Austriaco di Cultura gli ha dedicato. Ma ad offrirci un ritratto del celebre compositore attraverso un’antologia di scritti coevi e successivi, in buona parte inediti, è oggi il critico musicale Gaston Fournier Facio in Gustav Mahler. Il mio tempo verrà (in uscita da Il Saggiatore), che ci racconta un episodio della vita del musicista: il suo “marranesimo” e la conversione al cattolicesimo per questioni di opportunità. “Nell’ottobre 1897 Mahler diventa direttore artistico dell’Opera di Vienna, ‘ufficio imperiale’ secondo la legge austro-ungarica dell’epoca non assegnabile a chi fosse di religione ebraica”, racconta Gastòn Fournier-Facio. “Un’ostile campagna d’opinione con a capo Cosima Wagner, moglie del defunto Richard e guida del Festival di Bayreuth, aveva fatto pressione per osteggiare la nomina di Mahler. La stessa Cosima non lo inviterà mai come direttore d’orchestra a dirigere a Bayreuth, tempio dell’opera wagneriana, pur essendo Mahler universalmente riconosciuto come suo massimo interprete. È dunque per ottenere la direzione artistica dell’Opera di Vienna, raggirando il divieto imperiale e l’opposizione dei detrattori antisemiti, che il musicista opta per una conversione che è tutta di facciata e a cui non segue alcuna reale frequentazione della religione cattolica”. Se di un marrano dell’età moderna ci parla Fournier-Facio, divergente è l’opinione di Quirino Principe, secondo cui “Mahler sarebbe comunque arrivato alla direzione del teatro, in virtù di un clima relativamente tollerante verso il mondo ebraico sotto Francesco-Giuseppe”.

“Pochi anni prima”, continua Quirino Principe, “l’imperatore aveva voluto l’abrogazione della legge istituita dal suo predecessore, quel ‘Familien-Gesetz’ secondo cui le famiglie ebraiche avevano facoltà di rendere legittimo solo il proprio primogenito. Plaudendo alla decisione di Cecco-Beppe, Sigmund Freud dirà che, “un Grande Gentiluomo è alla guida del nostro Stato”. D’altra parte, c’è da dire che, accanto a chi osteggiava Mahler, vi era anche un gruppo capeggiato dal celebre Johannes Brahms, che l’avrebbe voluto ad ogni costo alla guida del teatro viennese. La qual cosa ci fa capire quanto fosse forte il desiderio di integrazione nella cultura musicale austro-tedesca, nel solco della cui tradizione Mahler affermava voler rimanere”.

Tuttavia, un certo disagio e un senso di estraneità traspare quando Mahler afferma: “Sono tre volte senza patria: boemo tra gli austriaci, austriaco tra i tedeschi ed ebreo in tutto il mondo”. Non a caso Mahler arriverà a scardinare dall’interno proprio la forma sinfonica, ultima e più nobile evoluzione del linguaggio musicale austro-tedesco di cui si sarebbe voluto continuatore: introdurrà infatti “l’opera nella sinfonia”, per usare un’efficace espressione di Luigi Rognoni.

Musicalmente parlando, Mahler intesse un arazzo di elementi di diverso livello, passando dalla trivialità di citazioni popolari al linguaggio aulico di reminescenze colte, a sonorità ebraiche mutuate da melodie popolari o sinagogali come il Kol Nidrè. Gaston Fournier-Facio riferisce dell’unico incontro di quattro ore avvenuto tra Mahler e Freud nell’agosto 1910 a Leida in Olanda, durante il quale “il compositore si rese cosciente della sua incapacità di sostenere in maniera continuativa un registro sublime nelle sue composizioni. Al di là della volontà di farsi erede di una tradizione solenne, egli si porta inevitabilmente dietro la versatilità e multiformità culturale ebraica. Dieci anni dopo la sua conversione, Mahler si vedrà comunque costretto a dimettersi dalla direzione dell’Opera di Vienna in seguito a una veemente campagna giornalistica dai toni antisemiti, scoppiata mentre egli si trovava a Roma per una delle sue frequenti trasferte, giudicate anti-patriottiche e motivo di fastidio allo stesso modo del fanatico perfezionismo del suo modo di lavorare e del suo essere ebreo”. È cambiato il clima politico e culturale nell’Austria di fine 800. Nel suo saggio Vienna fin de siecle, Carl E. Schorske parlerà di una decadenza dovuta alla fine del predominio dell’illuminata classe liberale ebraica, che era stata gradualmente sostituita da esponenti cattolici. Mahler è costretto a dare le dimissioni nel maggio del 1907.
Firma un contratto come direttore del Metropolitan di New York, ma a quel punto la sua esistenza è segnata da un inarrestabile declino. Nello stesso anno infatti la maggiore delle sue figlie muore di scarlattina e a Mahler viene diagnosticato un grave problema cardiaco, che gli sarà fatale. Nel finale della Sesta Sinfonia il grande compositore aveva introdotto tre colpi di martello in legno a rappresentare il destino che abbatte l’eroe.

Quei rintocchi, sembrano profetizzare le tragedie che l’avrebbero colpito in seguito. Ma anche ad avvicinare se stesso all’intera umanità, tutti accomunati da uno stesso destino di ingiustizia e insensatezza.

Ruth Migliara




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Aggiornato il: 07/09/2010
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